Bravissimo!

Eccoci alla seconda piccola storia dalla Penny Wirton.  Un pomeriggio mia figlia si trova ad insegnare per la prima volta l’italiano a un giovane dal Marocco che frequenta già la scuola. Quando va a prendere la scheda col programma svolto, redatta dagli altri volontari nelle lezioni precedenti, trova un’annotazione bella grande “BRAVISSIMO!” Le basta poco per rendesi conto del significato di quella nota: il giovane in meno di due ore impara il funzionamento di tutti i tempi dei verbi in italiano! E ha pure il tempo di spiegare a mia figlia alcune caratteristiche della scrittura in arabo, quella con cui prendeva gli appunti! Il mistero di questo giovane che studia italiano e allo stesso tempo parla in francese e inglese e prende appunti in arabo è presto spiegato: ha due lauree in ambito linguistico. Non ricordo esattamente quali ma qualcosa di simile a lingua e letteratura araba e lingua e letteratura francese. Nonostante mia figlia non parli francese sono riusciti a discutere di argomenti universitari dei quali io sento spesso parlare da mia figlia ma di cui sono profondamente ignorante (tipo linguistica, semiotica, glottologia etc…).

Quel “Bravissimo” mi ha fatto ricordare il ragazzino morto nel 2015 nel naufragio di un barcone che aveva cucita la pagella scolastica nella giacca (qui la storia). Spesso i migranti non sono una massa di ignoranti o ancor peggio di terroristi come certi politici e certi media vogliono farci credere. Un giovane con due lauree come questo ragazzo del Marocco credo che sarebbe molto utile in tante aziende o amministrazioni pubbliche ma alcuni ministri senza laurea vogliono farci credere che ogni migrante è un pericolo pubblico e quindi sarà molto difficile per quel giovane far valere le sue competenze…

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Fuga improvvisa dal luogo più violento del mondo.

Se fino a qualche settimana fa mi avessero chiesto quale fosse il luogo più violento al mondo avrei risposto la Siria, l’Afghanistan, lo Yemen o qualche altro paese mediorientale. Invece ho scoperto che il paese più violento è El Salvador, dove da anni imperversa una guerra fra gang criminali che ha reso questo piccolo stato centroamericano la nazione col più alto tasso di omicidi del pianeta (se volete approfondire vi lascio 3 link da Internazionale: primo, secondo, terzo).

La prima storia dalla Penny Wirton riguarda proprio una famiglia di migranti di El Salvador. Immaginate una famiglia come la mia o la vostra: padre e madre di mezz’età e due figli. Il padre è poliziotto, la moglie è proprietaria di un negozietto di artigianato etnico, la figlia è un’adolescente delle medie mentre il figlio maggiore studia medicina: niente di più lontano dallo stereotipo del migrante solitario sul barcone. Eppure da un giorno all’altro sono costretti ad abbandonare tutto e a fuggire via perchè il padre (e di conseguenza anche il resto della famiglia) è minacciato di morte dalle gang. I quattro arrivano in Italia, ricevono protezione e vengono inseriti in una comunità di accoglienza sugli Appennini, a circa 70 km di distanza da Firenze. Purtroppo l’inserimento è traumatico: nella struttura, dove naturalmente devono convivere con migranti di altre nazionalità, vengono “bullizzati” da un gruppo di nigeriani che li prendono ripetutamente a bastonate. Finalmente vengono trasferiti in un’altra comunità a 15 km da Firenze, in una situazione più tranquilla. La famiglia adesso vive in piccolo appartamentino, i genitori iniziano a studiare l’italiano e a fare le pratiche per trovare un lavoro (la moglie sta facendo dei corsi per l’hccp), mentre la figlia a Settembre si iscriverà alla prima superiore. Purtroppo i problemi non mancano: se non troveranno lavoro entro l’estate non avranno i mezzi per comprare i libri di scuola per la figlia ma soprattutto sono preoccupati per il figlio. Il numero chiuso, la burocrazia, i costi di iscrizione gli rendono impossibile continuare gli studi in medicina per cui sta valutando di tornare in patria, a rischio della propria vita, giusto il tempo necessario a laurearsi.

Nonostante questo mia figlia mi racconta che i genitori continuano a frequentare il corso di italiano, sono simpatici, allegri e soprattutto ottimisti sul loro futuro… E forse questa è la lezione più importante per noi sempre demoralizzati e incazzati…

Piccole storie dalla Penny Wirton.

Da alcuni mesi mia figlia fa volontariato insegnando l’italiano ai migranti nella scuola Penny Wirton di Firenze. Da tempo cercava di fare un po’ di volontariato ma non trovava un’associazione o un’iniziativa che l’appassionasse e la gratificasse. L’apertura della Penny Wirton, in un certo senso, è arrivata come “il cacio sui maccheroni”: vicino a casa, nella scuola superiore dove lei si è diplomata 6 anni fa e per fare un’attività per cui ha studiato all’Università  (ha la laurea triennale come Mediatore Linguistico e Culturale e sta finendo la magistrale in Filologia).

La Penny Wirton  è una scuola gratuita per i migranti dove i docenti sono tutti volontari. Ma è nell’approccio allo studio che è veramente rivoluzionaria. Intanto c’è un insegnante per ogni allievo in modo che la lezione sia a tu per tu, ma soprattutto non ci sono verifiche, ne’ compiti, ne’ voti, ne’ obbligo di frequenza. Docente e allievo studiano insieme, su un programma personalizzato. Sembra difficile, ma ogni allievo ha una scheda con le lezioni che ha fatto e i suoi progressi, così quando arriva a scuola, ogni volontario che insegna può riprendere il filo e continuare il programma, anche se l’allievo e il maestro non si sono mai visti, oppure se l’allievo è mancato per mesi.

Inizialmente, dato che i migranti spesso sono persone fragili e sensibili è chiesto agli insegnanti di essere delicati e di non fare domande. Con l’andare del tempo è normale che si stabilisca una relazione di fiducia e che quindi si dimostrino tutti interessati, gli uni alle storie degli altri. E si scoprono vicende interessanti, spesso completamente diverse dallo stereotipo del migrante che ci trasmettono i mass media.

Nelle prossime settimane ve ne riporterò alcune, che mi ha raccontato mia figlia… Non aspettatevi grandi cose, perchè mia figlia è piuttosto timida… ma quel poco esce dalla sua bocca è prezioso…

Un documentario: Il ciclo del progresso (2018)

Locandina del film - tratta da Wikipedia
Locandina del film – tratta da Wikipedia

L’altro giorno avevo una mezz’oretta libera, così mi sono buttato sul divano e ho cercato su Netflix qualcosa di breve da vedere in quel lasso di tempo. Senza saperlo mi sono imbattuto in uno splendido documentario, vincitore dell’Oscar 2019 come miglior cortometraggio documentario: “Il ciclo del progresso” (“Period. End of Sentence” titolo in inglese).

Siamo in India e il tema è un tabù nelle zone rurali: le mestruazioni. Gli uomini ignorano totalmente cosa sia il ciclo e le donne ne sono così condizionate che non ne parlano mai. Spesso, quando appare per la prima volta, le ragazze abbandonano la scuola definitivamente e si chiudono in casa. Quando hanno il ciclo sono considerate impure e non possono nemmeno andare al tempio. Solo il 10% delle donne usa gli assorbenti, in alcuni casi perchè costano molto e non possono permetterseli, ma nella maggioranza perchè si vergognano ad andare a comprarli nei negozi, che sono abitualmente gestiti da uomini.

Il documentario racconta di come una ong ha creato delle macchine piuttosto semplici per fabbricare gli assorbenti a casa e come, grazie a questi macchinari, un gruppo di donne ha conquistato libertà e indipendenza. Gli assorbenti “artigianali” funzionano meglio di quelli industriali, costano meno e oltre ad essere venduti nei negozi vengono venduti porta a porta, in riunioni di donne, dove diventano accessibili anche a quelle che si vergognano ad andare in negozio. Questo ha consentito a molte ragazze di poter tornare a scuola e alle donne che li fabbricano di avere un reddito che ha restituito loro indipendenza e dignità, sia presso i familiari che nei loro villaggi. Un esempio su tutte: una giovane donna che grazie alla fabbricazione e alla vendita di questi assorbenti ha potuto studiare per affrontare gli esami ed entrare in polizia.

Se avete Netflix… sono 25 minuti di video spesi bene… se fosse per me io lo farei vedere anche nelle scuole.

Il sito ufficiale del film: www.thepadproject.org

Il trailer

Raccontare vite.

Foto presa da Internet
Foto presa da Internet

Stamani, mentre stavo facendo colazione, ho visto il reportage fatto da un giornalista di Skynews, salito a bordo della nave Lifeline. Ha intervistato alcuni migranti che erano sulla nave: un giovane che ha raccontato di essere fuggito dal Sudan dove non ci sono medicine, ne’ luoghi per curarsi, ne’ scuole per i bambini e una ragazza che ha testimoniato che per arrivare dal Sudan ci ha messo tre anni, anni fatti di prigionia, torture e botte, fino a quando non ha finalmente racimolato tutti i soldi per la traversata. Il giornalista ha poi intervistato il comandante della nave che ha ricordato che tutto l’equipaggio a bordo è fatto da volontari che usano le proprie ferie per “andare al mare”, cioè in mezzo al Mediterraneo a salvar vite umane. Ha tenuto perfino a precisare che il volo aereo dalla Germania a Malta, dove si è imbarcato, se l’è pagato di tasca sua…

Del servizio mi hanno colpito due cose…

  • La prima è che i migranti sono consapevoli che sono lì in mezzo al mare perchè nessuno in Europa li vuole. Ora non serve essere un premio Nobel per capire che questa gente, se la accogli e cerchi di integrarla, ti sarà riconoscente per sempre. Se la rifiuti, non si darà certo per vinta. Figurati se chi ha vagato nel deserto per anni, è stato torturato, picchiato e ha resistito su un gommone in mezzo al mare, si arrende quando è a un passo dalla salvezza… Insomma, cercheranno di arrivare comunque. Respingerli, criminalizzarli, come fa Trump con i messicani, non ci libererà di loro… ma potrà far si che qualcuno di loro voglia ricambiare il rifiuto ricevuto, col rischio di trasformare dei disperati in terroristi…
  • La seconda ha gli occhi vispi di una bimbetta di tre anni che giocava sulla barca… Che tutta  l’Unione Europea, un colosso economico con 28 nazioni e oltre 503 milioni di abitanti, abbia paura e si spacchi perchè una bimbetta e la madre chiedono di essere accolte e magari di frequentare un asilo, ancor prima di essere crudele, è ridicolo. Col finale che la somma “crudele + ridicolo” dia come risultato… “imbecille”.

Credo che per smontare il racconto di  Salvini e il clima di paura che partiti come il suo cavalcano e dirigono, basti una cosa semplice: raccontare vite umane. Raccontare vite trasforma i numeri in persone e spesso ci si accorge che quelli che vengono dipinti come “pericoli” e “nemici” sono come noi, anzi sono come noi ma… più fragili!

La bici degli abbracci per Edo.

hugbike - foto trovata su internet
hugbike – foto trovata su internet

Dopo il post di ieri mi piaceva inaugurare la nuova grafica del sito con una di quelle storie solidali, che scaldano il cuore. E la cronaca locale me ne ha offerta una bellissima che  vorrei condividere con voi…

Prato, 2 Aprile 2018, giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Alcuni ladri entrano in un garage e rubano una bicicletta come quella nella foto. Quasi sicuramente sono inconsapevoli di quello che stanno rubando, magari  pensano che quel tandem con quel manubrio lungo sia una di quelle strane bici modaiole che ogni tanto si vedono in città. Invece no: è un tandem degli abbracci, forse l’unico in Toscana, uno dei pochi in Italia. E serve ad Edoardo, un ragazzino autistico di 14 anni per muoversi in città con i genitori. Il genitore sta nel sellino dietro e quel manubrio lungo gli consente contemporaneamente di abbracciare il figlio e di manovrare la bici.

Dopo un appello del padre per ritrovare il tandem, scatta la solidarietà. Alcuni cittadini segnalano la bici in varie zone di Prato, rendendo difficile, se non impossibile l’uso o la rivendita da parte dei ladri. Nello stesso tempo partono in tutta la città delle collette per ricomprare il mezzo, che costa tra i 3.000  e i 4.000€ (a seconda se con pedalata assistita o no). Gli organizzatori della mezza maratona di Prato stanno preparando una corsa con partenza il 14 Aprile da Piazza del Duomo dove, a fronte di un’offerta di 5 euro, verrà consegnato a tutti i partecipanti il braccialetto blu per la sensibilizzazione sull’autismo. Ieri però arriva la sorpresa: un anonimo imprenditore di Conegliano Veneto si offre per ricomprare la bici a sue spese. A questo punto i genitori decidono di continuare la raccolta di fondi per comprare altri tandem per consentire ad altre città e ed altri ragazzini autistici di poter usare le bici degli abbracci. E al tg regionale il padre ha lanciato un suo sogno… fare un raduno dei ragazzini che usano queste bici e magari organizzare una biciclettata degli abbracci sul percorso di Santiago di Compostela…

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Logicamente vorrei dedicare questo post a Milena e al suoamoreLorenzo. Chissà se anche lui… in bici con la zia…

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AGGIORNAMENTO DEL 17/04/2018

Il giorno 10/4/2018 è stato riconsegnato il tandem rubato a Edoardo. Un cittadino rumeno, che aveva letto la notizia nella stampa locale, ha riconosciuto il tandem che un suo connazionale aveva comprato da un italiano per 250€. Ha denunciato il fatto alla Polizia stradale che ha recuperato la bici e l’ha riconsegnata alla famiglia. Adesso la polizia sta cercando di risalire al ladro italiano che ha venduto la bici. Nel frattempo Sabato scorso a Prato si è tenuta la corsa/camminata blu a favore di Edoardo. Hanno partecipato circa 300 persone e sono stati raccolti 3.600€ che serviranno per acquistare altri tandem da regalare a ragazzini autistici come Edoardo.

 

Considerazioni sulle intimidazioni naziste a Como.

Foto
Foto “Nazis no” by Daniel Lobo – Flickr

Sicuramente avete visto in tutti i TG il Video del Blitz dei nazisti veneti nella sede di “Como senza frontiere“. Non è la prima volta: qui c’è un altro video di un’altra incursione degli stessi fascisti a Mantova. E queste sono le riflessioni delle persone che hanno subito il blitz a Como (altro video qui).

Ho rivisto i video e, aldilà delle condanne di rito apparse su tutti  i media, vorrei fare alcune brevi  considerazioni.

  • La reazione dei presenti alla riunione è stata encomiabile. Non so se erano impietriti dal terrore e dallo sconcerto oppure, se come ha detto qualche giornalista, era compostezza. Di fatto, che tutto ciò sia stato voluto o meno, è stato un bell’esempio di nonviolenza gandhiana. Sarebbe bastata una minima scintilla per scapparci una rissa (che forse i fascisti cercavano pure) e invece no. La volontaria che li ha salutati con la frase «Noi vi abbiamo rispettati» ha messo il timbro sulla differenza fra le persone civili e quelle no…  infatti i fascisti hanno risposto «Nessun rispetto per voi».
  • Dal video, e anche dalle testimonianze dei volontari che erano lì, si ha la sensazione di un testo oltre che delirante nei contenuti, soprattutto sgrammaticato e  letto in modo così meccanico da dare la sensazione che colui che leggeva non capisse nemmeno quello che stava leggendo. Questi skinheads ameranno pure la patria ma sembra che non abbiano degli ottimi rapporti con la lingua italiana. Se aggiungiamo che erano anche vestiti tutti uguali e che anche nell’altro video di Mantova parlano sempre per slogan… beh l’aggettivo che mi viene in mente è “pecoroni”… e detto per delle persone che mirano al giorno da leoni è tutto dire.
  • Logicamente l’intimidazione è gravissima e non va sottovalutata, però ha anche un suo lato comico. L’atto eversivo più grosso che si vede nel video è stato abbassare il termostato del riscaldamento… Partire in 15 da Vicenza, farsi 250 km all’andata e 250 km al ritorno, col risultato di abbassare un termostato, è così ridicolo che nemmeno le Sturmtruppen di Bonvi…
  • L’unica cosa che mi sarei aspettato in un paese civile è che in questi due giorni, oltre alle condanne di rito via mass media, qualcuno dei nostri politici fosse andato a dare di persona la propria solidarietà ai volontari di Como, visto che oltretutto sono tutti a giro per l’Italia in “parate” elettorali… Si vede che i politici non hanno capito la gravità del problema, oppure sono ancora lì a studiare quante percentuali perdono o guadagnano nei sondaggi se vanno a stringere la mano ai volontari di Como. In ogni caso, più passano i giorni e più i nostri politici fanno cadere le braccia… Se pensiamo che dobbiamo ancora sorbirci mesi di campagne elettorali… Addio!

Conclusione? Non c’è una conclusione… solo tanta tristezza e forse la consapevolezza che se vogliamo uscire da questa situazione solo una cosa ci salverà: LA CULTURA CONTRO L’IGNORANZA!