Firenze: iniziative e solidarietà al Negozio di Natale di Emergency.

Foto tratta dalla pagina Flickr di Emergency Firenze

Foto tratta dalla pagina Flickr di Emergency Firenze

Natale solidale

Natale solidale

Per alcuni giorni abbandono i consueti post del blog per segnalare alcune iniziative di solidarietà in vista del prossimo Natale che, come negli anni passati, saranno caratterizzati dall’albero sbilenco di questo bollino giallo…

Inizio con i Negozi di Natale di Emergency che quest’anno sono ospitati nelle seguenti città: Milano, Roma, Bari, Bologna, Brescia, Catanzaro, Ferrara, Firenze, Forlì, Genova, L’Aquila, Livorno, Napoli, Padova, Torino e Trento. A questi si aggiungono banchini ed iniziative varie, organizzati dai volontari in tutta Italia: sono così tanti che vi rimando a questa pagina sul sito nazionale di Emergency.

A Firenze in negozio di Natale di Emergency anche per quest’anno è ospitato nei locali della Provincia in via de’ Ginori 14 (zona San Lorenzo) con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì dalle 13.00 alle 19.00 – sabato, domenica e festivi dalle 10.00 alle 19.00 (il 24/12 chiusura anticipata ore 18.00). Potete trovare un sacco di oggetti da regalare: i gadget ufficiali, i prodotti di artigianato tipico dei paesi in cui è presente Emergency e molti prodotti dei donatori locali e nazionali (vini e alimentari, cosmetici, abbigliamento, accessori, giocattoli e oggettistica). Ci sono stato nelle scorse settimane e mi sono comprato: l’agenda 2016 di Emergency, delle t-shirt, della cioccolata e altri regalini…

Il negozio di Firenze ospita anche varie iniziative, tra cui mi piace segnalare:

Giovedì 17 Dicembre ore 18.00 presentazione del libro “Zona Rossa” di Roberto Satolli e Gino Strada. Sarà l’occasione per proporre una riflessione sul tema dell’accesso alle cure mediche libere, eque e senza discriminazioni. Interverranno:

  • Dott. Roberto Satolli, autore del volume. É medico, giornalista e consulente scientifico di Emergency
  • Prof. Marcello Buiatti, ordinario di Genetica all’Università di Firenze.  Autore di numerose pubblicazioni su Biotecnologie e Biodiversità
  • Anna Meli, giornalista e direttrice comunicazione COSPE

C’è poi una divertente iniziativa: “COMMESSI PER UN GIORNO” dove un personaggio pubblico per un pomeriggio starà alla cassa come un volontario-commesso… Questi i prossimi appuntamenti:

Se Gesù Bambino diventa una clava!

Foto "Presepe" by Riccardo Francesconi - flickr

Foto “Presepe” by Riccardo Francesconi – flickr

Mentre ieri tiravo giù dalla soffitta la scatola del Presepe ho riflettuto sulle polemiche che ogni anno nascono sulla questione delle recite e dei presepi nelle scuole. Una volta erano le luminarie in città e i panettoni al supermercato che ti annunciavano il Natale. Oggi sono persone vestite di verde, impresentabili per 11 mesi all’anno, che ti annunciano l’arrivo del Santo Natale brandendo Gesù Bambini come se fossero delle clave, alle quali rispondono altrettante folle inferocite di difensori della laicità dello Stato, per le quali andrebbe abolita qualsiasi festa religiosa, (conservando però il consumismo che, Grazie a Dio, alza sua santità il P.I.L.).

Non c’è dubbio che ormai siamo in una società multietnica e multireligiosa e non c’è altrettanto dubbio che lo Stato è e deve rimanere laico. Però abolire il presepe, i canti e magari anche l’albero di Natale e tutte le tradizioni è una cretinata assoluta. E’ semplicemente mettere la testa sotto la sabbia come lo struzzo, pensando così di risolvere i problemi. La Francia su questa strada è avanti anni luce: ha abolito dai luoghi pubblici, per legge, immagini di qualsiasi Religione, Crocifissi, Presepi, stelle di David, Mani di Fatima, chador e veli vari, …eppure mi sembra, anche dagli ultimi tragici eventi, che negare qualsiasi aspetto religioso non abbia riportato grossi risultati di convivenza civile.

Credo che la soluzione, per le scuole e i luoghi pubblici sia quella di riconoscere tutte le religioni e dare a tutti la possibilità identica di festeggiare o mostrare agli altri le tradizioni in cui si riconoscono. Prendiamo il calendario di questo mese di Dicembre: i cattolici festeggiano l’Immacolata Concezione, Santa Lucia, il Natale, Santo Stefano; gli ebrei il 1° giorno di Khanuccà (7 dicembre festa delle Luci) e il digiuno del 10 di Tevet (22/12), gli induisti la Gita Jayanthi (21/12) e la Dattatreya Jayanti (25/12), gli ortodossi l’Entrata di Maria al Tempio (4/12), i musulmani il Rabi’ al-awwal (12/12). E perchè non ricordare che nei calendari pagani si festeggiavano il giorno della Betulla (24/12) e quello di Artemide (31/12)? E che il Natale ortodosso sarà il 7 Gennaio? Perchè non insegnare ai bambini che l’anno che finisce è il 2015, ma anche  il 1436 (islamico), 1732 (copto), 2559 (buddista), 5116 (induista), 5776 (ebraico), 1394 (persiano), 2964 (berbero)? E perchè non festeggiare in classe, il prossimo 8 Febbraio, il capodanno cinese del 4711? Credo che, soprattutto per le scuole, sarebbe un’operazione culturale e di integrazione, allo stesso tempo laica e rispettosa di tutte le tradizioni religiose… E magari anche divertente e gustosa!

Temo invece che in molte scuole, l’abolizione del presepe o dei canti, sia molto meno “ideologica” ma più dettata dal fatto che i docenti non hanno molta voglia di dedicarsi a queste attività… figurarsi quindi se gli viene la voglia di raccontarti, oltre a quella di Gesù, perfino la nascita di Maometto, Shiva o Buddha…

p.s. Comunque Matteo Salvini ha tutti i motivi per festeggiare la tradizione del Presepe! Se Giuseppe e Maria non hanno trovato posto nell’albergo e Gesù bambino è nato in una grotta, è sicuramente perché Betlemme era una roccaforte leghista!

Piccola guida alla scelta dell’Albero di Natale.

Foto "Christmas Tree Farm" by camerabee - flickr

Foto “Christmas Tree Farm” by camerabee – flickr

Il Dipartimento di Gestione dei Sistemi Agrari, Alimentari e Forestali dell’Università degli Studi di Firenze ha pubblicato una piccola guida alla scelta dell’Albero di Natale dove si scopre che, al contrario di quanto pensato da molti, l’unica scelta ecologica… è l’albero vero!

LINEE GUIDA PER UNA SCELTA RESPONSABILE DELL’ALBERO DI NATALE.
A cura del Dipartimento di Gestione dei Sistemi Agrari, Alimentari e Forestali dell’Università degli Studi di Firenze.

Non ricordatevi degli alberi solo a Natale!

Natale è uno dei pochi momenti dell’anno durante i quali in Italia si parla di alberi, altrimenti si rammentano solo in caso di eventi drammatici e disastrosi, come incendi o tempeste.
Ci pare quindi importante non perdere questa occasione per parlare di alberi e foreste.

Uno dei tanti effetti negativi portati dall’industrializzazione è la produzione di alberi di plastica. La loro diffusione si basa in gran parte su informazioni non corrette. Questi prodotti sono stati pubblicizzati come “alberi ecologici”, trasmettendo in modo più o meno diretto il messaggio per cui: “acquistando un albero di plastica si potrebbe salvare un albero vero”.
È di gran lunga più ecologico e sostenibile acquistare invece alberi di Natale veri.
Nessuna foresta viene danneggiata se voi comprate un Albero di Natale. Severi regolamenti dettano le norme sulla loro coltivazione e il Corpo Forestale dello Stato vigila con attenzione sul loro rispetto.

Gli alberi di Natale che troviamo in vendita sono di due tipi ed hanno origini molto diverse:

Quelli con radici e “pane di terra” sono alberi di Natale che NON vengono da boschi ma da apposite piantagioni. Esattamente come ogni altra coltivazione agricola (nella foto). Normalmente si tratta di Abeti rossi (Picea abies), diffusi in Italia soprattutto sulle Alpi orientali, altrimenti sono Abeti bianchi (Abies alba) che vivono in Appennino. Acquistando questi Abeti si contribuisce ad incrementare il reddito delle popolazioni che vivono in aree rurali, si combatte l’effetto serra visto che questi Abeti hanno assimilato durante la loro crescita la CO2 atmosferica a differenza di quelli di plastica che sono invece prodotti con idrocarburi fossili.

Quando comprate questi Abeti assicuratevi che abbiano un cartellino che ne certifichi la provenienza, privilegiate provenienze locali per accorciare la filiera limitando l’inquinamento dovuto al loro trasporto e scegliete specie autoctone (Abete rosso e Abete bianco). Passato Natale potete cercare di far sopravvivere in vaso il vostro Abete fino all’anno successivo. Non sarà facile, ma con acqua e ombra in estate, forse ce la farete. In ogni caso NON piantate l’albero di Natale in bosco. Correreste il rischio di alterare i delicati equilibri ecologici che regolano le nostre foreste. Se il vostro abete non sopravvive smaltitelo nel cassonetto dei rifiuti organici (diventerà compost) o usatene la legna per fare una bella grigliata.

L’altro tipo di Alberi di Natale che trovate in vendita sono quelli senza radici. Sono i “cimali”. Le cime di alberi che sono stati tagliati in bosco per produzione legnosa. Il più delle volte l’albero è stato tagliato per fare dei diradamenti, sempre nel rispetto di severe norme di gestione forestale su cui vigila il Corpo Forestale dello Stato. Il cimale, che in genere ha scarso valore, sarebbe stato lasciato a terra in bosco o triturato per produrre il pellett che brucia nelle stufe. Tanto vale usarlo per farci un bell’albero di Natale!
Anche in questo caso se comprate un cimale aiutate le foreste perché contribuite ad aumentare il reddito degli operatori del settore. Un settore, quello forestale, che in Italia ha alti costi e bassi redditi. Un reddito aggiuntivo a chi vive dei boschi permette una gestione più sostenibile di questa importantissima risorsa.

Il bosco è una risorsa rinnovabile. Negli ultimi 50 anni la superficie forestale in Italia è quasi raddoppiata e attualmente circa il 60% del legno che usiamo ogni anno deriva dalle nostre foreste dove si effettuano piantagioni seguite da tagli regolamentati. Il resto arriva dalle importazioni. E’ anche per questo che una gestione forestale sostenibile e coscienziosa, sviluppata su solide basi scientifiche, permette di ridurre la pressione sulle foreste naturali di aree come l’Amazzonia o l’Africa.

In Italia esiste una specifica professione che si occupa di boschi e foreste. “Le Scienze Forestali”. Nei cui corsi di studio si trattano di tutti gli aspetti collegati all’ecosistema bosco; non solo alberi ma anche suolo, fauna e biodiversità. Si sviluppano metodi sempre migliori per monitorare e gestire le risorse forestali, si studiano la diffusione delle malattie e degli insetti nocivi, il ruolo delle foreste nei cambiamenti climatici, nella riduzione del dissesto idrogeologico, nella depurazione di aria e acqua, e di come le foreste contribuiscono alla protezione della biodiversità e al nostro benessere fisico, sociale ed economico.

Le Scienze Forestali in Italia sono nate a Firenze, nella Foresta di Vallombrosa. L’Università degli Studi di Firenze ha la più antica scuola forestale d’Italia ed ancora oggi dal 1924 offre un completo percorso di studi con una Laurea (http://www.forestambiente.unifi.it) e una Laurea Magistrale in Scienze Forestali e Ambientali (http://www.forestambiente-magistrale.unifi.it).
Non ricordatevi degli alberi solo a Natale!

Tratta dalla piccola guida alla scelta dell’albero di Natale cura del Dipartimento di Gestione dei Sistemi Agrari, Alimentari e Forestali dell’Università degli Studi di Firenze.

E poi, aggiungo io, volete mettere il profumo di resina in casa che viene dall’albero vero? Profumo di Natale…

Vi presento lo scricciolo nuovo: Vivian

Alcune settimane fa vi avevo raccontato della fine della nostra adozione a distanza in India (qui il post) avvenuta perchè la ragazza che avevamo  adottato col Movimento Shalom ha terminato il suo ciclo di studi. Da allora siamo riusciti ad ottenere l’indirizzo della ragazza e in questi giorni le stiamo scrivendo una lettera per vedere se riusciamo a rimanere in contatto con lei.

Vista la bella esperienza e visto il costo tutto sommato abbordabile (meno di 0,55€ al giorno, cioè mezzo caffè) abbiamo deciso di iniziare una nuova adozione, sempre con Shalom. L’intenzione della nostra famiglia era quella di iniziare con un’altra bimba nella stessa scuolina in India ma Chiara, la nostra referente, ci ha comunicato che l’anno scolastico è già iniziato, che tutte le ragazzine in India sono già state adottate e perciò ci ha invitato a scegliere un’altra nazione. All’inizio questo cambio di nazione non l’abbiamo preso molto bene ma poi, fra una discussione e l’altra, l’abbiamo accettato come un segno venuto dall’Alto (chiamatelo come volete voi: Dio, Fato, Destino, Caso…) e abbiamo fatto scegliere a mia figlia uno, fra i tanti paesi in cui Shalom opera. Scartata l’India rimanevano: Burkina Faso (dove ha già un’adozione mia suocera), Congo Brazzaville, Etiopia, Eritrea, Kenya, Uganda o Pakistan. Mia figlia ha scelto l’Uganda e, come nell’altro caso, abbiamo scelto una bambina perchè crediamo che nel Sud del mondo le bimbe abbiano maggiori difficoltà ad andare a scuola. Abbiamo comunicato la nostra decisione a Chiara e abbiamo aspettato l’arrivo della cartellina che attesta il sostegno a distanza, con la trepidazione con cui si attende di fare una nuova amicizia…

E così ecco lo scricciolo nuovo: si chiama Vivian è nata nel 2008, è iscritta alla prima elementare e vive a Kyengeza, villaggio a oltre 1200mt. di altezza nella provincia di Mityana. La famiglia è composta dal babbo che si chiama Vincent, dalla mamma Betty, da Vivian e da altri 6 fratelli. Purtroppo  genitori svolgono lavoretti occasionali e  non hanno la possibilità di nutrire correttamente e di scolarizzare tutti e 7 i figli, per cui hanno chiesto il sostegno a distanza per Vivian.

Ora ditemi voi se non vale la pena rinunciare a mezzo caffè al giorno per  mandare a scuola una cucciola come questa…

Foto "Vivian" by unpodimondo

Foto “Vivian” by unpodimondo

Aggiornamento – in risposta a tutti i vostri commenti

Vi ringrazio tutti per i vostri commenti. Per questo, come per altri post simili, vorrei precisare che non è assolutamente mia intenzione pubblicarli per apparire bravo o per avere i vostri applausi. E’ semplicemente il modo per condividere con voi questa e altre bellissime esperienze.  E soprattutto è un modo per dire (un po’ tra le righe) che i bambini che soffrono sono tanti e che, anche se col cuore vorremmo, non li possiamo mica adottare tutti nella mia famiglia!

A buon intenditor…

Otto anni insieme: lontani migliaia di km, ma vicinissimi col cuore.

Sapevo che quella lettera prima o poi sarebbe arrivata. La tua età, il calendario e gli anni di durata del tuo percorso scolastico dicevano che sarebbe stata questione di settimane, al massimo di qualche mese. Alcuni giorni fa è arrivata una busta dal Movimento Shalom e la lettera diceva che ti eri diplomata, avevi completato il tuo ciclo di studi alla scuola “Little Flower” di Palliport e che quindi finiva la nostra adozione a distanza che era iniziata nel 2006.

Cara Angel, ricordo quando ci arrivò la tua scheda: uno scricciolo di 6 anni, una dei tre figli di una coppia di pescatori del Kerala (India) che per avere un’istruzione doveva andare in collegio/orfanotrofio a 250 km da casa, in una scuolina su un’isola che sembrava il paradiso terrestre. Per otto anni ti abbiamo accompagnata nei tuoi studi, abbiamo atteso con trepidazione le tue letterine, le tue foto, le copie delle tue pagelle. Abbiamo condiviso i tuoi successi a scuola e nello sport, la tua gioia di quando tornavi a casa per le vacanze e talvolta siamo stati in apprensione quando dalle tue lettere intuivamo che in famiglia c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. Oggi abbiamo messo in fila tutte le tue foto: quello scricciolo è diventata una bella ragazza di quasi 15 anni… la più alta di tutta la scuola, tanto che da noi ti chiamerebbero affettuosamente “pennellona”! Otto anni di foto con un unico denominatore comune: il tuo bellissimo sorriso!

In tutti questi anni noi quassù abbiamo ricevuto molto, ma molto di più del poco che ti abbiamo dato. Abbiamo conosciuto te, la tua famiglia, e tutta la comunità che ruota intorno alle suore della Scuola “Little Flower” di Palliport e da tutti voi abbiamo ricevuto tanto affetto. Insomma, è stata un’esperienza bellissima e perciò siamo già d’accordo coi referenti di Shalom per rinnovare l’adozione a distanza di un nuovo piccolo scricciolo come eri tu!

Ma noi non vogliamo abbandonarti assolutamente: abbiamo chiesto a mezzo mondo che ci mandino il tuo indirizzo di casa per continuare questo bel rapporto di amicizia. Spero che qualcuno lo trovi e ce lo invii in modo da poterti riscrivere e seguirti negli studi. Ho capito che non sarà facile. Se il quartiere di Trivandrum dove vivi è quello riportato nella scheda che ricevemmo alcuni anni fa, il web dice che, come nelle canzoni degli U2, le strade non hanno nome, la povertà e il disagio si tagliano col coltello e pare che perfino la polizia ci entri malvolentieri… Mi sono informato anche sui servizi postali: dice che non esistendo gli indirizzi, il servizio si limita a un deposito con delle caselle postali aperte a chiunque passi di lì… In ogni caso sappi che noi faremo di tutto per restare in contatto con te…

Angel nel 2006  e nel 2011

Angel nel 2006 e nel 2011

Blitz antidroga: non trasformate le scuole in CSI o NCIS

Per contrastare lo spaccio di sostanze stupefacenti, nelle scuole superiori di Firenze stanno andando di moda i blitz delle forze dell’ordine nelle aule. Ad un problema così delicato si risponde con metodi piuttosto discutibili, più da film di azione che da controllo e prevenzione. Insomma, la stampa parla di cani antidroga nelle classi e di studenti buttati a terra e perquisiti davanti ai loro compagni durante la ricreazione. A questi sistemi ritenuti traumatizzanti per i ragazzi, l’unico preside che si è opposto è Ludovico Arte, dirigente dell’Istituto tecnico per il Turismo “Marco Polo” che ha esposto le sue ragioni in questo articolo apparso su Repubblica… Il “Ludo” alcuni anni fa è stato il preside di mia figlia: guardate le foto in basso per intuire come ha trasformato una scalcinata scuola di periferia in un gioiellino…

Il preside dice no: “I cani antidroga non entrano a scuola” La scelta del dirigente dell’istituto Marco Polo: “Gli studenti vanno educati, non spaventati” di LUCA SERRANO’ dal sito di Repubblica.

Ludovico Arte è da tre anni preside dell’istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Firenze. Negli ultimi tempi si è opposto a interventi con i cani antidroga nel suo istituto, lanciando l’allarme sulle possibili ripercussioni psicologiche degli studenti sottoposti al controllo. Insieme a un ristretto numero di colleghi, sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione per valutare un approccio meno repressivo per combattere l’uso di droghe leggere degli adolescenti.

I controlli nelle scuole si concludono spesso con sequestri di hashish e marijuana. Ci sono poi inchieste da cui emerge il consumo di sostante stupefacenti tra i giovanissimi. Allora perché opporsi ai cani antidroga nelle classi?
«Perché i cani a scuola sono un fatto innaturale, è un modo sbagliato di affrontare la questione. È chiaro che il consumo di droghe e lo spaccio sono intollerabili, ma non si può usare solo la repressione e in particolare non nelle classi, luoghi di formazione ed educazione. In certi casi i controlli finiscono per mettere a disagio e umiliare lo studente, che subisce il controllo davanti a tutti gli altri compagni. Può essere un trauma devastante»

La maggior parte dei dirigenti delle altre scuole fiorentine la pensa diversamente. Sono loro a chiedere di intervenire.
«Esistono due fronti, è inutile negarlo. Da una parte chi come me chiede un uso limitato della forza e punta sulla prevenzione, dall’altra i presidi che preferiscono usare il pugno di ferro. Credo che uno dei problemi maggiori sia proprio la mancanza di comunicazione tra questi due blocchi, quando invece servirebbe un punto di equilibrio per cercare un percorso condiviso in nome del benessere degli studenti. Senza una vera discussione finiscono per crearsi incomprensioni, tra colleghi ma anche con le stesse forze dell’ordine. È accaduto alcuni mesi fa, quando mi hanno chiesto di far entrare i cani antidroga. C’è stato un confronto per alcuni aspetti anche duro».

Ha alzato le barricate.
«Ho solo fatto presente che se avessero deciso di fare comunque il controllo avrei chiamato i giornali, per dire che si trattava di un intervento contro la mia volontà. Ma nessuno alla fine ha voluto forzare la mano. Apprezzo la sensibilità della gran parte dei poliziotti e carabinieri che si occupano di droga tra i giovani, so quale impegno e professionalità richieda un lavoro simile. Ma è chiaro che un intervento diretto nella scuola, sotto gli occhi degli altri studenti, è un’altra cosa. Si perde di vista l’obiettivo principale, la prevenzione. Noi abbiamo ottocento studenti, e ben cinque psicologi che ascoltano le loro preoccupazioni e anche quelle dei genitori. Forse conviene investire di più proprio su questo versante».

Ma, in passato, anche il Marco Polo è finito al centro di controlli.
«In realtà è proprio l’esperienza diretta che mi spinge a chiedere azioni meno invasive. Un anno fa gli investigatori si nascosero fuori dalla scuola all’ora di ricreazione per verificare l’esistenza di un giro di spaccio. Appena visto il passaggio di droga, fermarono due studenti e li misero a terra, davanti a centinaia di compagni. Sono situazioni che non aiutano il recupero di un giovane, e che rischiano di alimentare quella diffidenza che purtroppo molti ragazzi hanno per le forze dell’ordine. In questo caso, i due hanno entrambi lasciato la scuola a fine anno, non so quanto questo abbia influito ma l’esperienza non ha di certo aiutato».

Cosa suggerisce?
«Mi rifaccio a un altro episodio accaduto di recente. Una studentessa che era stata sospettata sempre di spaccio. Quando gli investigatori mi hanno avvisato, ho chiesto di evitare di fermarla a scuola e di aspettare che la chiamassi in presidenza. Nel mio ufficio hanno potuto controllare la sua borsa, senza provocarle alcun trauma e senza trovare niente di niente. Così però si è potuto combinare le esigenze investigative alla tutela del percorso di crescita. Perché, ripeto, un ragazzo che usa stupefacenti non deve essere solo punito ma al tempo stesso ricevere aiuto. E in ogni caso va rispettato».

tratto dall’articolo “Il preside dice no: «I cani antidroga non entrano a scuola»” di Luca Serranò tratto da Repubblica.

Le foto sottostanti sono state prese dalla pagina ufficiale dell’ITT Marco Polo su Flickr e questi sono solo gli edifici… immaginate il resto…

Foto tratta dalla pagina flickr dell'ITT Marco Polo di Firenze

Foto tratta dalla pagina flickr dell’ITT Marco Polo di Firenze

Foto tratta dalla pagina Flickr dell'ITT Marco Polo di Firenze

Foto tratta dalla pagina Flickr dell’ITT Marco Polo di Firenze

Foto tratta dalla pagina Flickr dell'ITT Marco Polo

Foto tratta dalla pagina Flickr dell’ITT Marco Polo

Foto tratta dalla pagina Flickr dell'ITT Marco Polo di Firenze

Foto tratta dalla pagina Flickr dell’ITT Marco Polo di Firenze

Foto tratta dalla pagina Flickr dell'ITT Marco Polo

Foto tratta dalla pagina Flickr dell’ITT Marco Polo

Foto tratta dalla pagina flickr dell'ITT Marco Polo di Firenze

Foto tratta dalla pagina flickr dell’ITT Marco Polo di Firenze

 

 

La scuola secondo Francuccio Gesualdi (di Francesco Gesualdi)

Foto

Foto “Scuola di Barbiana” by pracucci – flickr.com

Con questo post concludo il breve ciclo degli articoli ribloggati dal sito di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/. Parlando di uno dei  protagonisti dell’esperienza di Barbiana non potevo che concludere con un post sulla scuola.

“La scuola secondo Francuccio Gesualdi ” di Francesco Gesualdi.

Don Lorenzo Milani cominciò a fare scuola perché aveva capito che l’ignoranza è la madre di tutte le miserie. Stando accanto agli operai e ai contadini aveva capito che la miseria è figlia dell’inganno e del raggiro – possibile fra chi non capisce la realtà – ed è figlia del senso di impotenza tipico di chi non sa esprimersi.

Per questo la sua era una scuola viva di conoscenza della realtà, di approfondimento dei nostri diritti, di ricerca della verità.

Ma soprattutto di arricchimento linguistico perché, come è scritto in “Lettera a una professoressa” «È solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli».

Anche i costituenti avevano chiaro che l’inferiorità culturale impedisce il pieno sviluppo della persona umana e all’Articolo 3 della Costituzione avevano stabilito che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ed ecco la scuola come uno degli strumenti fondamentali di realizzazione della democrazia e dell’uguaglianza. Non a caso Piero Calamandrei, da giurista qual’era, definiva la scuola «organo costituzionale» e chi la demolisce – come stanno facendo l’attuale governo e una lunga teoria di suoi predecessori -, andrebbe giudicato per attentato alla Costituzione.

Usando un linguaggio più semplice, il popolo definisce la scuola bene comune, intendendo – con questo termine – tutto ciò che svolge una funzione fondamentale a vantaggio di tutti. La lista dei beni comuni comincia con l’aria, l’acqua, il clima, le foreste, i mari, i suoli, ma prosegue con la sanità, la nettezza, i trasporti. E, ovviamente, con la scuola in quanto essa adempie a tre funzioni fondamentali: garantisce dignità, garantisce civiltà ma, soprattutto, garantisce democrazia.

La scuola garantisce dignità perché fornisce le conoscenze sui propri diritti. Chi non conosce i propri diritti politici è alla mercé dei potenti di turno. Chi non conosce i propri diritti sindacali è alla mercé dello sfruttamento padronale. Chi non conosce i propri diritti sociali è alla mercé dei burocrati. Solo chi ha la consapevolezza di cosa gli spetta come persona, come cittadino, come lavoratore, ha la capacità di difendere la propria dignità. Ecco perché la scuola – cui tocca fornire questo tipo di consapevolezza – è garanzia di dignità.

La scuola garantisce civiltà perché fornisce la consapevolezza dei propri doveri nei confronti della comunità e dei beni comuni. Se la dignità attiene a ciò che dobbiamo ricevere dalla comunità, la civiltà attiene a ciò che dobbiamo essere capaci di dare alla comunità. Sappiamo tutti che è più facile prendere che dare, perché il senso del dovere anziché nascere spontaneo, è un seme che germoglia solo se si è interiorizzata una serie di valori: il valore della solidarietà, il valore della responsabilità, il valore della legalità, il valore del bene comune. Questi e non altri, sono i valori su cui misurare il grado di avanzamento civile di una società; e poiché tocca alla scuola trasmetterli, per questo la scuola è garanzia di civiltà.

La scuola garantisce democrazia perché fornisce i saperi che mettono in condizione di partecipare. Per partecipare ci vogliono tre capacità: capire la realtà, saperla interpretare, saper formulare proposte di modifica. Il che implica capacità linguistica e conoscenze storiche, geografiche, politiche, economiche. Senza queste capacità la democrazia non si esercita: si è pupazzi nelle mani dei ciarlatani che posseggono i giornali e le televisioni. Non a caso, l’obiettivo perseguito da una certa destra autoritaria è la demolizione della scuola per poter esercitare l’autoritarismo dietro il paravento di una democrazia apparente.

Affinché la scuola possa assolvere a queste funzioni si devono verificare alcune condizioni sapientemente elencate in “Lettera a una professoressa”:

  • Deve essere universale, ossia deve essere aperta a tutti come sancisce l’Articolo 34 della Costituzione.

Quando i costituenti affermarono questo principio, probabilmente pensavano agli emarginati del loro tempo: i figli dei montanari, dei mezzadri, dei disoccupati. Oggi gli emarginati sono altri, principalmente gli immigrati. Pertanto se la scuola vuole essere in linea con la costituzione deve spalancare le porte a tutti, indipendentemente dal paese di origine, dalla lingua parlata in famiglia, dal colore della pelle, dal permesso di soggiorno dei genitori. Il diritto allo studio non può discriminare fra clandestini e regolari. Tutti i bambini hanno diritto a studiare per il solo fatto di esistere.

  • Deve essere accogliente, nel senso che deve permettere a tutti di sapere.

Oggi la scuola assomiglia più a un tribunale che a un luogo di apprendimento: è organizzata più per giudicare che per insegnare. Questa è la stortura di una scuola improntata pretestuosamente alla cosiddetta «meritocrazia». È tempo di affermare che a scuola si va per imparare e che il suo obiettivo deve essere quello di di mettere tutti in condizione di «sapere». La scuola deve entrare nell’ordine di idee che quando un ragazzo non riesce non va liquidato con un quattro: questa è la soluzione più comoda, quella che assolve la scuola e condanna i ragazzi. La scuola deve convincersi che se i ragazzi non sanno non è colpa loro, ma della scuola che non si è impegnata abbastanza. Rifarsela con i ragazzi perché non sanno è come prendersela con i malati perché non guariscono. La scuola deve chiedersi perché il ragazzo non riesce, deve chiedersi dove ha sbagliato, deve chiedersi quali iniziative particolari devono essere prese e non ha preso. Non deve darsi pace finché non ha recuperato anche l’ultimo della classe.

  • Deve essere motivante nel senso che deve dare la motivazione per studiare.

Non è insolito che la scuola dia come stimolo la prospettiva di lavoro e/o il tornaconto personale. Ma in verità, ciò non è opportuno perché l’egoismo non è patrimonio dei giovani. I giovani sono per loro stessa natura generosi e innocenti, i vecchi sono tendenzialmente smaliziati ed egoisti e pur di imporre questo sentimento, la loro scuola fa scattare il ricatto del voto: «se non studi ti metto quattro».

Chi sono i giovani? Tutti – insegnanti ed alunni – coloro che nella scuola si pongano domande e provino a trovare risposte. Chi sono i vecchi? Forse chi pretende di soffocare la fantasia, la creatività, il ragionamento o, più in generale, un’opinione… magari a mezzo di un freddo test a quiz – come ad esempio l’INVALSI – secondo una certa logica aziendalista?

A Barbiana la motivazione per studiare era la politica intesa nel senso più nobile del termine. Non politica come gestione del potere, ma politica come partecipazione per gestire tutti insieme l’organizzazione della polis, della città, della comunità. Recita “Lettera a una professoressa”: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia». La politica per uscire tutti insieme dalle situazioni che non vanno e costruire tutti insieme un mondo migliore: più equo, più pacifico, più pulito. Questa è la motivazione giusta per studiare!

  • Deve essere attuale nel senso che deve intrattenere sui temi del tempo presente, perché il suo scopo deve essere quello di formare dei cittadini sovrani.

Formare dei cittadini sovrani è un’arte difficile perché gli strumenti che deve fornire non sono i saperi, ma le capacità. Fra la trasmissione dei saperi e la costruzione delle capacità passa la stessa differenza che c’è fra dare un pesce e insegnare a pescare. Troppo spesso la scuola si attesta sui saperi perché è la soluzione più semplice. La grammatica, la matematica, la fisica, la chimica, la storia che si ferma a cinquanta anni fa non presentano dubbi di interpretazione o lati nuovi da scoprire. I saperi sono assodati, addirittura mummificati, non hanno bisogno di essere elaborati, ma solo trasmessi senza costringere gli insegnanti alla fatica di pensare, ricercare, mettere in mostra le proprie lacune e le proprie incertezze, come quando debbono aiutare i ragazzi ad esprimersi, ad argomentare, a capire, ad interpretare, a giudicare.

Una scuola concepita come palestra di approfondimento, di discussione, di partecipazione è faticosa perché non può fare ricorso a manuali o a libri di testo. Espone costantemente l’insegnante al nuovo, all’imprevisto e all’imprevedibile perché nessuno sa quale piega può prendere il confronto, quali argomentazioni emergeranno, quali obiezioni verranno avanzate, quali giudizi verranno espressi. Ne viene fuori una scuola dove i ruoli non esistono più, perché non c’è più un insegnante e degli allievi, ma un gruppo di persone con età diverse, esperienze diverse, sensibilità diverse, bagagli culturali diversi che si confrontano su temi, realtà e verità più grandi di ogni singolo partecipante. L’insegnante assume le vesti del fratello maggiore che in virtù della propria esperienza e delle proprie conoscenze, fornisce gli elementi di comprensione, insegna i segreti della ricerca, svela i tranelli della disinformazione, addestra all’elaborazione di pensiero, conduce il dibattito alla luce dei valori, aiuta a fare intravedere gli scenari futuri e le soluzioni possibili.

«Futuro»: ecco un’altra parola chiave della scuola democratica. La scuola dei saperi tiene la faccia rivolta al passato e spesso al passato remoto perché il suo obiettivo è il mantenimento dello status quo. La scuola della sovranità popolare, invece, la tiene rivolta al futuro, perché il suo scopo è formare dei ragazzi che sappiano individuare e risolvere i problemi del loro tempo. Per questo la scuola deve concentrarsi sull’attualità con tre obiettivi di fondo: fare capire le ragioni, gli interessi, le concezioni, i meccanismi che hanno portato alla situazione presente; le conseguenze possibili nel medio e lungo periodo le possibili soluzioni.

È triste constatare come a distanza di 40 anni, “Lettera a una professoressa” sia ancora più attuale di prima a proposito di una scuola che sta letteralmente tornando indietro, che sta nuovamente diventando classista, autoritaria e selettiva.

Solo la partecipazione può interrompere questo processo reazionario. Serve un’opposizione unita e tenace formata non solo da professori, genitori e studenti, ma di tutti i cittadini, perché la scuola è un fatto di tutti. Un bene comune da salvaguardare con cura perché la società del domani dipende dalla scuola di oggi.

Tratto dall’articolo “La scuola secondo Francuccio Gesualdi” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Il video non è relativo alla scuola ma è comunque interessante…