Odissea di una lavoratrice precarissima (parte 3 – conclusioni).

Ad oltre un mese dai miei due post precedenti (qui e qui) vi racconto come continua l’avventura di lavoratrice interinale precarissima di mia figlia…

Contratti, stipendi e altre amenità.
Mia figlia continua a lavorare come commessa presso la solita catena multinazionale, con contratti di pochi giorni. Se prima erano di 1 giorno o 2, ultimamente sono contratti da 3 ad un massimo di 5 giorni, che le vengono comunicati la settimana precedente: almeno può programmarsi gli impegni incastrando i turni. L’orario di lavoro è sempre ridotto: si va dalle 4 alle 5 o al massimo 6 ore al giorno. Magari stanno attuando il “lavorare meno lavorare tutti” e, vista la disoccupazione giovanile, non sarebbe del tutto sbagliato. Finalmente è arrivato il primo stipendio che, rapportato alle ore di lavoro, è uno stipendio dignitoso, con regolare contratto nazionale del commercio. La cosa assurda è che viene fatto un cedolino e un bonifico per ogni contratto firmato: cioè se in un mese hai fatto 5 o 6 contratti ricevi 5 o 6 buste paga differenti e relativi accrediti… Ho visto con i miei occhi un cedolino e un bonifico per un solo giorno di lavoro. L’assurdo è che, visto che ogni cedolino chiude un contratto, anche in quello di un giorno sono monetizzate le voci tredicesima, rateo di ferie maturate e TRF, logicamente tutte con importi relativi ad una sola giornata di lavoro, cioè di pochi centesimini. Alla fine mi sembra che in questo caso tutto ciò serva per far aumentare il lavoro di chi fa le paghe e dell’INPS.

Visita al centro commerciale.

Sono stato in gita al centro commerciale e, se da un lato abbiamo fatto un po’ di spesa, dall’altro mia figlia ci ha fatto da guida e raccontato come funziona dietro le quinte. Il negozio è grande, ben arredato, con luci al led e neon senza che si possa vedere la luce del sole esterna. Gli scaffali sono colmi di roba e sembrano messi in modo più stretto rispetto ad altri negozi simili o forse è l’affollamento delle persone! Quando sono andato io, fuori c’era  la coda e si entrava solo quando una certa quantità di persone usciva. Il motivo è presto detto: t-shirt colorata 2,5€, polo 7€, jeans da uomo 7€, ciabatte infradito 1€, scarpe da ginnastica 9€, vestito da donna 14€ e così via… (e non era ancora periodo di saldi!!). Per noi non è una novità perchè la stessa catena, con gli stessi prezzi l’avevamo già vista alcuni anni fa a Innsbruck.  Logicamente è tutto Made in China, Vietnam, Bangladesh, però sembra fatto meglio di altri negozi e, almeno visitando il sito web della catena, sembra che sia tutto certificato etico (anche se io ho miei sani dubbi)… La prima domanda a mia figlia è stata: «Ma come fanno?» La risposta è che si basano su piccoli margini ma grandi, anzi grandissimi numeri… soprattutto nelle vendite. Lei mi ha fatto notare che quando le persone vedono oggetti che costano così poco perdono ogni inibizione e infilano nel carrello qualsiasi cosa, tanto che quando arriva alle casse, la maggioranza delle persone spende oltre 100€ e  va via soddisfatta. Inoltre la multinazionale risparmia su un sacco di cose: ad esempio non usa gli antitaccheggio e non fa pubblicità sui media tradizionali, tranne che per le aperture dei nuovi negozi. Il passaparola e la presenza sui maggiori social le consentono di avere ampia visibilità risparmiando molto sulle spese pubblicitarie… E poi (questo lo aggiungo io) anche usare contratti molto troppo precari e flessibili come quelli di mia figlia, aiuta.

Ho visto anche il lavoro di questi ragazzi… corrono come dei pazzi, sono sempre sommersi di oggetti da ripiegare e sistemare e devono essere cordiali e sorridenti anche con quei clienti andrebbero mandati a stendere… Visto che nei precedenti post vi ho raccontato che le è stato imposto un look “total black”, ho perfino scoperto la gerarchia degli abiti dei lavoratori. I commessi precari delle agenzie interinali vestono total black e senza nessun logo, dalle scarpe ai capelli. I commessi assunti dalla multinazionale vestono scarpe e pantaloni totalmente neri ma maglietta ufficiale della catena con i colori e il logo aziendale. Invece quelli con pantaloni e scarpe nere, ma sopra maglietta o camicia “come gli pare” sono i capireparto! Infine quelli  che vestono tutto “come gli pare a loro, ma elegante” sono i manager del negozio… Come si può capire altroché se l’abito fa il monaco!

C’è di peggio

E siccome al peggio non c’è mai fine, voglio raccontarvi l’ultima proposta che ha ricevuto mia figlia. Viene contattata da un prestigioso albergo a 5 stelle di Firenze per un  posto come receptionist nella hall. Sarebbe uno dei lavori per cui ha studiato e dove ha già una certa esperienza in virtù di stages fatti sia alle superiori che all’università (è laureata in mediazione linguistica e culturale ad indirizzo turistico). L’offerta non è di un lavoro ma di un nuovo stage di 40 ore lavorative a settimana (su turni, compresi i festivi) con un rimborso spese mensile di 500€. Fatti due conti mia figlia rinuncia perchè, con turni simili, ma lavorando la metà ore, come commessa interinale precaria guadagna più o meno gli stessi soldi! Ma in aggiunta c’è anche la beffa: lo stage offerto a mia figlia rientra tra i contratti “Giovani sì” finanziati dai contributi della Regione Toscana, con la cifra (guarda caso) di 500€ al mese! Cioè uno dei più lussuosi hotel di Firenze offre un contratto a tempo pieno ad una stagista e non tira fuori nemmeno un centesimo per pagarla! Un amico di mia figlia ha lo stesso contratto in una libreria ma lì almeno 500€ li mette la Regione e 500€ li mette la libreria… e lui riceve uno stipendio basso, ma almeno dignitoso!

Viva l’Italia!

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Odissea di una lavoratrice precarissima (parte 2).

PREMESSA

Prima di continuare con il racconto del post precedente vorrei rassicurare i miei lettori. Mia figlia non è depressa e vive tutta questa faccenda serenamente, senza particolari fastidi… E’ logico che avrebbe preferito un altro tipo di lavoro, più inerente ai suoi studi e meno precario, ma tutto sommato cerca di cogliere anche gli aspetti positivi (e talvolta comici)  della situazione, sapendo che poi ad Ottobre riprenderà gli studi universitari e che questa resterà una parentesi nella sua vita. Quindi vorrei dire che non sto scrivendo questi post per far compatire mia figlia, ma semplicemente perchè mi sembra una storia interessante da raccontare.

SECONDA SETTIMANA DI LAVORO.

Passato il delirio dell’inaugurazione del negozio, mia figlia viene ricontattata dall’agenzia interinale e ottiene un nuovo contratto. Questa volta è proprio grasso che cola: il contratto dura 5 ore al giorno per 5 giorni e, meraviglia delle meraviglie, mia figlia sa già in anticipo tutti gli orari dei turni e i reparti in cui ogni giorno andrà a lavorare! Rispetto alla settimana prima è un bel progresso, ma non c’è da gioire più di tanto perchè a questi cinque giorni segue un nuovo contratto di un giorno solo… 6 ore dalle 19.00 alle 24.00. Poi pausa, forse verrà richiamata per il prossimo weekend.

Come raccontato nel precedente post rimane l’obbligo dell’abbigliamento total black e senza logo tanto che ad una ragazza nuova, che si è presentata con ai piedi delle scarpe nere col baffo bianco della Nike, è stato imposto, all’apertura del negozio di comprarsi delle scarpe tutte nere e di cambiarsele immediatamente, pena il licenziamento! E meno male che si tratta di una catena con prezzi low cost… ve lo immaginate se fossero le commesse di Stuart Weitzman? E in ogni caso mi sembra un buon metodo usato dalla multinazionale per riprendersi un po’ di quei pochi euro con cui pagano i commessi…

Nonostante tutto ciò, queste commesse precarissime sono contente del loro status perchè, alla faccia della crisi, l’insegna è in continua ascesa, apre nuovi negozi e c’è la segreta speranza, prima o poi, di essere assunte dalla multinazionale, lasciando l’agenzia interinale. E siccome non si tratta di “Gigetto il cenciaiolo” anche mia figlia ha detto che ci tiene a mettere nel curriculum che ha lavorato presso questa multinazionale e che c’è una bella differenza fra scrivere che ci ha lavorato 5 giorni (come poteva scrivere in occasione del post precedente) e scrivere che ci ha lavorato per oltre 2 settimane, come può scrivere da adesso!

(Continua)

Odissea di una lavoratrice precarissima (parte 1).

Alcuni mesi fa mia figlia ha preso la laurea triennale e, in attesa di riprendere gli studi per la magistrale, sta cercando qualche lavoretto da fare questa estate. Penso che abbia tempestato di curriculum mezzo mondo e abbia partecipato a centinaia di colloqui, collezionando tanti di quei “Le faremo sapere…” da riempirci decine di album Panini… compresi i doppioni.

Finalmente due settimane fa un’agenzia di lavoro interinale le offre un contratto di lavoro come commessa in un grande negozio di una multinazionale straniera. Il contratto è per 5 ore di lavoro al giorno, per la bellezza di 3 giorni! Totale: 15 ore di lavoro in tutto! Ok, non è il massimo ma comunque accetta e una settimana prima di iniziare, va all’agenzia a firmare il suo primo contratto di lavoro! La sorpresa è che per andare a lavorare deve essere completamente vestita di nero con pantaloni, maglia e scarpe “all blacks” e senza alcun logo, pena il licenziamento immediato… Perfino i lacci e le suole delle scarpe devono essere rigorosamente neri! Panico! Trovare abbigliamento senza alcun marchio è difficilissimo: per fortuna ci salvano i negozi dei cinesi! Ma intanto lo stipendio del primo dei tre giorni di lavoro se ne è andato in scarpe e abbigliamento!

Quattro giorni prima di cominciare, l’agenzia la richiama e le offre un altro contratto aggiuntivo della bellezza 1 giorno, per un totale di 8 ore. Il preavviso è minimo, chiamano nel tardo pomeriggio per andare a lavorare alle 6.00 di mattina il giorno dopo. Fortuna vuole che il contratto adesso viaggi online e che lo stesso giorno mia figlia abbia acquistato la sua tenuta nera…

Il primo giorno di lavoro va bene… a parte il fatto che le hanno fatto fare la pausa pranzo dalle 9.00 alle 10.00 di mattina. Tornata a casa viene ricontattata dall’agenzia per un nuovo contratto di lavoro di un altro giorno… solo che il contratto online non arriva e mia figlia non può firmarlo… Alle 19.00 richiama e l’impiegata dell’agenzia assicura che arriverà in serata, ma il contratto non arriva… Alle 1.30 di notte mia figlia, che non ha ancora ricevuto niente, manda due mail all’agenzia dicendo che non avendo nessun contratto non si presenterà alle 6.00 di mattina al lavoro…

Alle 8.30 viene ricontattata dall’Agenzia e prende una partaccia perchè non si è presentata in negozio. Quando i responsabili si accorgono che in effetti non le stato inviato niente, si scusano dell’errore e in mezz’ora le confezionano un altro contratto di lavoro, anche questo di sole 8 ore per il turno dalle 11.00 alle 20.00 e questa volta la pausa pranzo è alle 16.00…

Alla fine mia figlia, come decine di altri suoi colleghi (alcuni anche over 40 e con famiglia), per lavorare  31 ore in 5 giorni, ha dovuto firmare ben 3 contratti di lavoro, alcuni con un preavviso di pochissime ore. Tutto ciò, non nella bottega del pizzicagnolo del quartiere, ma in un negozio di 5.000 mq con 56 casse, 64 camerini e 400 dipendenti, di proprietà di una multinazionale nel cui sito web c’è perfino una pagina col Codice Etico e decine di certificazioni sul rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori…

Quello che fa tristezza è che tutto ciò è perfettamente legale e nasce da oltre vent’anni di cancellazione dei diritti dei lavoratori, attuata dai nostri politici di tutti gli schieramenti con la complicità dei padroni e pure quella ben più grave dei sindacati! Evviva il Jobs act!

(Continua…)

Un dispettolo a Brunettolo…

Foto "Brunetta sindaco - Ottavo nano I" by Daisuke Ido - flickr

Foto "Brunetta sindaco - Ottavo nano I" by Daisuke Ido - flickr

Il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione (ovvero Brunetta) non perde occasione per invitare tutti i cittadini a compilare il Censimento  via web ed ha addirittura inviato una circolare a tutti i dipendenti pubblici autorizzandoli a riempire il censimento durante l’orario di servizio, usando il computer e la connessione internet dell’ente in cui lavorano.

L’informatico che è in me non può che applaudire a tale novità ma il cittadino indignato, anzi inc**to, con questo governo ha deciso di non dar soddisfazione al ministrolo e perciò, come un piccolissimo atto di disobbedienza civile, io ho deciso che il mio censimento e quelli delle persone a me vicine verranno riempiti a mano, con la penna blu e verranno consegnati in un ufficio postale.

Oltre a questa motivazione, in questo mio gesto, ho anche un’altra illusione: spero che il mio censimento, riempito a mano serva a far lavorare qualche precario, addetto all’acquisizione dei miei dati. E’ un po’ come quando, tanti anni fa, nella mia famiglia abbiamo deciso di non fare il telepass delle Autostrade: a parte il costo di canoni e operazioni bancarie ci sembrava di essere complici del licenziamento dei casellanti…

Ingenui? Illusi? Scemi?

La rivoluzione? Forse la incastro tra l’estetista e l’happy hour!

foto "La Liberté Guidant le Peuple" by caribb - flickr

foto "La Liberté Guidant le Peuple" by caribb - flickr

Leggo in questi giorni su blog e articoli di giornale le tante reazioni indignate rispetto al caso Ruby e a quella che sarebbe la considerazione della donna secondo il nostro presidente del Consiglio. Da destra e da sinistra partono inviti alle donne a manifestare, a scendere in piazza e ad esprimere la loro rabbia per essere considerate solo merce, parti anatomiche, pezzi di carne… Ogni post è corredato da decine di commenti che condividono la rabbia e che dicono, con toni diversi, che bisognerebbe fare la rivoluzione per buttare giù questo governo… Più o meno le solite cose che sento ciclicamente in occasione della riforma Gelmini, dell’uscita delle leggi ad-personam o delle proteste dei precari  e dei disoccupati…

Poi spengo il computer, esco in strada e trovo le donne che escono dalle boutiques cariche di borse e giovani precari che affollano i megastore dell’elettronica per l’ultimo gioiellino ipertecnologico a cui non possono rinunciare. Sono i megasaldi che, sempre più, vengono pagati a debito o con la pensione del nonno (ormai l’unico a portare uno stipendio fisso in famiglia). D’altro canto non ti puoi sottrarre al sottocosto: la rivoluzione può attendere o restare confinata in rete, fra i messaggi condivisi su Facebook o fra le invettive dei blog.

Lo scorso Dicembre, mentre gli studenti contestavano la Gelmini, i ricercatori precari salivano sui tetti (con codazzo di politici) e gli immigrati protestavano sulle gru e sulle ciminiere, in un talk show ho sentito uno dei soliti tromboni  (adesso mi sfugge chi fosse) che cinicamente ha detto un’amara verità: «Non vi preoccupate, tra un po’ sarà Natale: scenderanno tutti per andare a mangiare da mamma, giocare a tombola con i parenti e preparare i festeggiamenti per l’anno nuovo». In fondo noi italiani non siamo fatti per la rivoluzione: come diceva Leo Longanesi “Nel tricolore andrebbe scritto: tengo famiglia.”

L’altra sera ho partecipato ad una bella litigata all’interno del mio G.A.S. (Gruppo d’Acquisto Solidale per maggiori info vedi questo post) che racconta bene i tempi che stiamo vivendo… Cerco di sintetizzare, semplificando un po’. La discussione verteva sul ruolo del Gruppo, ovvero se ci accontentavamo di portare sulle nostre tavole l’insalatina o il formaggio biologico a km zero oppure se ci impegnavamo (anche solo un pochino) nella rete che riunisce i Gas fiorentini e che promuove una bella serie di attività di consumo critico che vanno dalle lotte per i diritti civili ai boicottaggi e alle petizioni, dall’impegno per il sud del mondo o per le situazioni di disagio nella nostra città, per finire con la tutela dell’ambiente e i corsi per l’autoproduzione di pane, saponi etc… Ebbene il mio gruppo ha deciso, con mio sommo dispiacere, che sono tutti argomenti che non ci interessano e che ci limiteremo al solo benessere gastronomico delle nostre famiglie. La cosa che più mi ha sconvolto è stata che, in questa discussione, i più contrari all’impegno per  costruire mondo un po’ più civile sono i giovani, i precari, quelli che si definiscono senza futuro. Non voglio generalizzare,  ma in questo mio singolo e specifico caso, chi sta peggio  ed ha meno diritti rifiuta di impegnarsi, anche pochino pochino, per migliorare un po’ le cose! E’ un atteggiamento che  non capisco e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse…

Prendendo spunto da questa situazione ho dato sfogo alla mia fantasia e ho immaginato un ipotetico  dialogo fra una di queste giovani precarie e un (assurdo) ufficio reclami:

«Buongiorno, posso esserle utile?»
«Si, sono una precaria con un mutuo trentennale, uno stipendio basso e un figlio al nido per cui spendo un capitale! Non ce la faccio  più. Vorrei fare la rivoluzione! »
«Per la rivoluzione, l’ufficio apre fra due ore, piano secondo stanza quattro e… si ricordi di prendere il numerino»
«Aspetti che guardo sullo smartphone: se faccio presto, forse la rivoluzione la incastro fra l’estetista e l’happy hour.»

Niente più corso di tedesco… grazie Gelmini, Tremonti e Berlusconi!

Deutschland, wohin?

Foto "Deutschland, wohin?" by Joachim S. Müller - flickr

Come ho scritto più volte  in passato, lo studio delle lingue è una delle mie passioni e negli ultimi  anni ho seguito un corso serale di tedesco, a prezzi popolari, tenuto c/o un Centro Territoriale Permanente per l’Educazione degli Adulti (a questo link cos’è un CTP). Purtroppo la scure della triade Gelmini-Tremonti-Berlusconi, che ha colpito tutto il mondo della scuola, ha tagliato non solo il nostro corso di tedesco, ma quasi tutti i corsi serali per adulti che  organizzava il CTP che io frequentavo.

Non finisce solo un corso di lingua ma un’esperienza di vita e cultura molto interessante: un piccolo manipolo di ultraquarantenni si era avventurato, in compagnia di un insegnante veramente bravo, tra le insidie della grammatica tedesca e fra una declinazione e l’altra, era nata un’amicizia fra persone unite da interessi comuni. Purtroppo una mail ricevuta iei sera dal nostro professore ha messo fine a questa esperienza… leggetela! Seguono alcune mie brevi considerazioni.

Carissime/i !

Come forse qualcuno/a di voi già avrà letto o sentito da qualche parte, la da tempo temuta scure della Gelmini è arrivata anche sui Centri Territoriali Permanenti con un blitz agostano che ha comportato il forte ridimensionamento dei suddetti, senza che nulla di tutto ciò fosse stato comunicato ufficialmente entro la data del 30 giugno scorso, chiusura delle attività didattiche.

Per quanto riguarda il  nostro C.T.P. […] tutto ciò ha comportato tra le altre cose che il sottoscritto, pur conservando la titolarità al C.T.P., venga utilizzato per questo anno scolastico e probabilmente anche per i successivi alla scuola media della mattina (con convocazione per la scelta della scuola in data 16 agosto scorso !) e dunque l’impossibilità di continuare a tenere il corso di tedesco serale.

I pochissimi corsi liberi di lingua che si presume potrebbero restare in piedi saranno di inglese nelle poche ore che la collega M. C. avrà ancora libere nel suo orario cattedra dopo averci incluso tutte le ore per i corsi di scuola media e superiore per adulti.

Finisce dunque questa bella esperienza del corso di tedesco, resa possibile in primo luogo dalla vostra tenacia e passione, nonché dalla fiducia che mi avete di anno in anno accordato. Di tutto ciò vi ringrazio e e spero di avervi dato sul piano umano e didattico almeno una parte di quel che voi avete dato a me.

Mi auguro di aver seminato quanto basta perché possiate sempre sostenere contatti a livello linguistico almeno elementare con persone di madrelingua e perché possiate anche prendere un giorno in esame l’eventualità di ritornare a studiare questa lingua così complessa e affascinante.

[…]

A tutti/e voi un abbraccio e un cordiale saluto

A. (docente di tedesco)

Considerazioni a margine:

  • Continuerò lo stesso a studiare il tedesco. Sto già cercando altri corsi, ma i prezzi sono veramente proibitivi. Per fare le stesse ore di corso dello scorso anno spenderò, se vado ad un corso organizzato da altri enti pubblici, più del quadruplo. Se dovessi andare in qualche scuola privata (tipo Deutsches institut) spenderei 10 volte la cifra che spendevo lo scorso anno. E chi non si può permettere queste cifre? I tagli all’istruzione colpiscono di nuovo i meno abbienti: gli stipendi calano e la cultura diventa un lusso… Il padrone delle ferriere non vuole che la sera dopocena alcuni adulti vadano a corsi di lingue o alle scuole serali… meglio che stiano a casa a farsi rincitrullire dalle sue televisioni…
  • Sono contento che il nostro ex-insegnante abbia comunque un lavoro… in confronto alle altre migliaia di precari licenziati dalla ditta Gelmini-Tremonti-Berlusconi, gli è andata pure bene! Peccato che debba tornare ad insegnare alle medie… Per scelta si era specializzato nell’insegnamento agli adulti (oltre che al CTP insegnava alle serali e nel carcere di Sollicciano)… Professionalità e anni di esperienza buttati al vento….
  • Infine i tagli alla scuola:  si taglia tutto ma le spese militari, no! Si licenziano migliaia di precari e intanto Gheddafi chiede 5 miliardi all’anno per fermare gli immigrati e sparare sui nostri pescherecci, con la finanza a fare da spettatore. Mi chiedo: a quanti precari si può pagare lo stipendio con 5 miliardi? Chi ha interesse a dare  tutti questi soldi ad un dittatore, mettendo poi sul lastrico tanti insegnanti con le loro famiglie? Purtroppo la risposta me l’ha data Luisella Costamagna nell’articolo che ha pubblicato questa settimana per il Salvagente e di cui vi metto qualche riga:

Interessi di Luisella Costamagna

[…]Qualche anno fa (non molti), appena pronunciavi il nome Muhammar Gheddafi, una sorta di eco condivisa ti rimandava immediatamente parole come “nemico” e “dittatore”. Pochi istanti e qualcuno ti ricordava il pesante ruolo della Libia nella tragedia di Lockerbie: un Boeing 747 in volo da New York a Londra fatto esplodere nei cieli inglesi, 259 morti, una compagnia aerea – la Pan Am – fallita, e un condannato, un ufficiale dei servizi segreti libici. Poi qualcuno ti parlava di violazioni di diritti umani, di regime e via dicendo. Ora nessuno più si permette. Tutti i giornali si riferiscono al “leader libico”, nessuno parla di “dittatura”. Dicono che si è redento, che è venuto a patti, che le sanzioni e le pressioni e le moral suasion hanno funzionato. Dicono. E sarà anche vero. […] Quando ti ricordano che il colonnello è il primo azionista di Unicredit, prima banca italiana, e controlla l’1% di Eni, e il 7,5% della Juventus, ed è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari, e… a quel punto tutto sembra farsi più chiaro. Ma forse è solo un’impressione.

tratto dall’articolo “Interessi” di Luisella Costamagna, pubblicato sulla rivista “Il Salvagente”

Con i costi della parata militare del 2 Giugno si potrebbero pagare le indennità di disoccupazione a 32.200 precari.

Cos'e' cambiato ?

foto "Cos'e' cambiato ?" by Daniele Muscetta - flickr

Domani, 2 Giugno, si terrà a Roma la consueta e retorica parata militare della Festa della Repubblica e in una mattinata saranno gettati al vento milioni di euro, per un evento sfarzoso che in tempi di crisi suona come un’offesa verso i lavoratori precari e i disoccupati.  Il sito Sbilanciamoci ha fatto due conti ed è venuto fuori che con i soldi spesi per la parata si potrebbero pagare le indennità di disoccupazione di circa 32.200 lavoratori. Se aggiungiamo che oggi l’Istat ha pubblicato i dati sulla disoccupazione ad Aprile (qui il documento in pdf dell’Istat) dove emerge che il 29,5% dei giovani risultano disoccupati, la parata è proprio uno spreco vergognoso! E lo sapete che se lo stato rinunciasse alla mini-naja  e all’acquisto di 131 cacciabombardieri, la manovra economica, che costerà a tutti noi lacrime e sangue,  forse potrebbe essere evitata? Leggete… e arrabbiatevi…

Parata militare del 2 giugno: uno spreco in tempi di crisi

Con gli stessi soldi spesi per organizzarla si potrebbe assicurare l’indennità di disoccupazione a 32.200 precari.

“Sospendere la parata militare del 2 giugno e destinare i fondi risparmiati a coprire l’indennità di disoccupazione a 32.200 precari che hanno perso il lavoro”. E’ quanto chiedono Giulio Marcon e Massimo Paolicelli della Campagna Sbilanciamoci!.

“Troviamo fuoriluogo – proseguono Marcon e Paolicelli – che mentre si sta per varare una manovra economica che chiede pesanti sacrifici al Paese si gettino in una anacronistica parata militare diversi milioni di euro, costo che di fronte alla solita inesistente trasparenza della Difesa noi abbiamo calcolato in circa 10 milioni di euro. Solo per le impalcature della parata si spendono 700 mila euro. E’ bene ricordare che la Repubblica Italiana  – come recita l’art. 1 – si fonda sul lavoro e mai come in questo momento la festa della Repubblica va dedicata non allo sfoggio di carri armati e cacciabombardieri, ma al lavoro, a chi lo perde e a chi è costretto a far fronte alla grande emergenza sociale causata dalla crisi.

Pertanto chiediamo che i soldi risparmiati vengano destinati a coprire l’indennità  di disoccupazione di 32.200 precari che hanno perso il posto di lavoro.

Per la campagna Sbilanciamoci! (come ha proposto nella sua “contromanovra”) si potevano far fare meno sacrifici agli italiani, specialmente le fasce più deboli, e trovare fondi dai piccoli ai grandi sprechi del mondo militare, che vanno dai 7 milioni di euro annui per istituire la mini-naja ai 14 miliardi che ci verranno a costare i 131 cacciabombardieri F-35 (Joint Strike Fighter). Se come si sbandiererà alla parata militare del 2 giugno le nostre sono forze di pace impegnate in missioni di pace, a cosa ci servono 131 cacciabombardieri, al costo di un anno di manovra economica? Non sarebbe meglio – concludono Marcon e Paolicelli – investirli nel lavoro ed in particolare al sostegno dei precari e delle loro famiglie?”

tratto dall’articolo “Parata militare del 2 giugno: uno spreco in tempi di crisi” pubblicato sul sito di Sbilanciamoci.org