Dalla globalizzazione all’economia del dono… (terza ed ultima parte).

Foto "mappa cartolina saluto compleanno coupon loop" by WerbeFabrik - pixabay

Foto “mappa cartolina saluto compleanno coupon loop” by WerbeFabrik – pixabay

Nei due post precedenti (qui e qui) vi ho raccontato l’analisi dell’economia globalizzata fatta da due personaggi, l’uno opposto dell’altro: Guido Maria Brera e Francesco Gesualdi. Concludo con un testo, scritto da un altro economista, questa volta per il sito Comune-info.net che, nel suo piccolo, indica un modo per uscirne. Classe 1936, Alberto Castagnola è un economista che ha lavorato per Svimez, la Banca Mondiale, il Ministero del Bilancio e  l’ISPE e che, da quando è andato in pensione, scrive libri  e collabora con la Fiom, Rete Lilliput, la Città dell’Altra Economia di Roma, l’Associazione della Decrescita, il laboratorio urbano RESET di Roma e molte Onlus che realizzano progetti nel Sud del mondo.

Il suo testo mette in luce il fatto che, mentre siamo immersi totalmente nell’acquario del capitalismo e della globalizzazione, c’è qualcuno che, in un gioco di scatole cinesi, dall’interno lavora per un’economia nuova, solidale e responsabile che non mette il profitto al primo posto, al cui interno c’è poi un’altra scatolina piccola ma crescente dell’economia del dono…

Nei prossimi giorni farò dei post con alcuni esempi (e risponderò a tutti i vostri commenti): per ora vi lascio ad una piccola riflessione… Mentre scrivo/scrivete sui nostri/vostri blog usiamo computer o telefonini di multinazionali e non potremmo fare altrimenti. Anche lo spazio che usiamo è di una multinazionale (WordPress) che mette in fondo ai nostri articoli pubblicità di altre multinazionali… Però questo non ci impedisce, tramite i nostri post di indicare un’altra strada e di far vedere che c’è gente che in quell’altra strada sta costruendo un futuro diverso. A pensarci bene anche il tempo libero che dedichiamo ai nostri blog è un dono… un dono di idee da far circolare. Siamo tutti persone che fanno altri lavori ma che offrono le loro riflessioni al mondo… gratuitamente…

“Il cubo del capitale” di Alberto Castagnola.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le riflessioni sui rapporti che devono avere le esperienze alternative, in particolare quelle dell’economia alternativa e solidale e le analisi che compongono il pensiero della decrescita , nei confronti del sistema globale capitalistico. Il fatto che la maggior parte di esse si svolge all’interno del sistema che sono convinte si debba sostituire, costituisce indubbiamente un aspetto cruciale delle attività da loro svolte ed è una fonte di molteplici difficoltà. […] Man mano che aumenta la consapevolezza diffusa dei danni prodotti dal sistema dominante, in particolare quelli che stanno turbando gli equilibri del pianeta (quelli che hanno creato nei millenni l’ambiente adatto per la nascita e l’evoluzione degli esseri viventi) , ogni persona dovrebbe acquisire la coscienza della propria minuscola partecipazione allo svolgimento dei meccanismi nocivi e insieme delle potenzialità (proprie e collettive) di processi di graduale sottrazione alle logiche diventate dominanti negli ultimi tre secoli.

Questa presa di coscienza è particolarmente necessaria in tutti coloro che già da alcuni anni operano tentativi di sottrazione al sistema e di creazione di logiche economiche e sociali alternative al capitalismo, anche se in molti casi questi tentativi sembrano più rispondere ad esigenze di libertà in senso lato o di ritorno ad una semplicità primitiva, piuttosto che di lotta antisistema o di ricerca di una creatività umana libera da vincoli. Per contribuire a questi processi, sempre più importanti man mano che si evidenziano crepe ad alto rischio nel sistema dominante, può essere di aiuto evidenziare in una qualche forma grafica la situazione attuale .

Foto tratta da Comune-info.net

Foto tratta da Comune-info.net

Ovviamente questa immagine può essere ingannevole, poiché il cubo base [azzurro] intende rappresentare il sistema capitalistico globale e dovrebbe avere delle dimensioni immense rispetto ai due cubi più piccoli, che rappresentano il primo l’economia del dono (cubo giallo), e il secondo più grande le diverse esperienze di economia alternativa e solidale (cubo blu) (che l’include logicamente l’economia del dono) in quanto relazioni più corrette e dense di significato dei rapporti di rilievo economico tra le persone. Lo schema invece può essere utile per sottolineare che le esperienze alternative si svolgono (purtroppo) all’interno delle dinamiche del capitale e gli sforzi di sottrarsi alle sue logiche e di mettere in piedi logiche economiche profondamente diverse sono talvolta immani e spesso soccombenti. D’altra parte, l’immagine evidenzia il fatto che ogni attività alternativa, anche minuscola e isolata, conquista spazio prima dominato dal capitale e quindi dovrebbe costituire un forte stimolo nella creazione, invenzione e immaginazione delle attività alternative. […]

Cosa c’è nel cubo più piccolo

Quanto segue trae ispirazione dalle esperienze e analisi del nuovo movimento femminista in materia di dono [… e] intende costituire solo un primissimo tentativo di comprendere maggiormente quante delle attività quotidiane potrebbero in realtà essere costituite da rapporti di semplice dono, esterno quindi agli scambi commerciali e ai meccanismi dei prezzi. In altre parole, dobbiamo diventare sempre più del fatto che possiamo intrecciare relazioni interpersonali (che potrebbero passare attraverso acquisti nei supermercati o nei negozi) e che invece possiamo inventare e realizzare attraverso attività personali, manuali o creative individuali o di gruppo. Ogni oggetto ed ogni relazione diventano inoltre qualcosa di ben diverso dell’acquisto di un prodotto con caratteristiche commerciali e industriali, in realtà anonimo e prodotto in un numero spesso incommensurabile di copie: diventa una parte del lavoro di una persona e l’immagine della sua creatività, il dono diventa la dazione di una parte di noi stessi e del nostro tempo per suscitare gioia e piacere nel destinatario. […]

Quanti doni sono possibili

  • I prodotti dell’orto e i fiori del terrazzo, le piantine di odori, le uova di anatre, oche e galline
  • I cuccioli di animali domestici
  • Consulenze e consigli per le produzioni biologiche, di permacoltura, biodinamiche, bioenergetiche
  • Ricette di alimenti tipici e tradizionali di un luogo
  • Piatti preferiti di ciascuna famiglia o persona
  • Marmellate e conserve
  • Succhi di frutta e liquori casalinghi.
  • Fare insieme pasta e pane
  • Passaggio di vestiti, specie di bambini che crescono rapidamente rispetto al consumo dei tessuti.
  • Scambio di strumenti, attrezzi e macchine da lavoro e da giardino, scale e ponteggi.
  • Scambio di libri, Cd, Dvd, registrazioni
  • Uso di Pc e luoghi di registrazione
  • Uso di biciclette e ricorso a ciclo officine alternative
  • Riparazione di oggetti di uso comune e riciclo di quelli irrecuperabili (Repair Caffè)
  • Banche del tempo
  • Attività di animazione, facilitazione , sostegno delle dinamiche dei gruppi di base
  • Consulenze e consigli tecnici o scientifici sulla base delle rispettive professioni
  • Interventi medici e di medicina naturale o alternativa
  • Tessuti o stoffe ricamate, colorate, disegnate, ecc.
  • Piccoli oggetti artistici fatti a mano (disegni, foto, composizioni di carta o di legno, ecc.)

L’elenco può non essere completo e comunque tiene poco conto delle esperienze in corso in altre culture. Tuttavia, se ci pensate, sono tutti sapori e odori non trasformati industrialmente (e quindi con aggiunta di conservanti, coloranti e potenziatori di sapore, in genere prodotti chimici) e che vi tengono lontani da molti scaffali dei supermercati. Forse non escludono ogni forma di spesa nei grandi magazzini, ma che potrebbero ridurre fortemente l’incidenza sulla spesa quotidiana, specie nei centri abitati di minori dimensioni. Inoltre concepisce le attività lavorative e gli hobby come delle attività che possono svolgersi con forti connotazioni collettive e sociali, invece di essere obbligatoriamente collegate a una remunerazione o salario, guadagnati in luoghi fortemente strutturati, valorizzando invece il piacere umano e la possibilità di condividerlo socialmente.

Cosa c’è nel secondo cubo, più grande, ma sempre interno al cubo del capitale

La definizione più ampia che si può dare dell’economia alternativa e solidale, comprendendo tutto ciò che è da tempo in corso in un gran numero di paesi, fa riferimento a numerose attività economiche, che si svolgono secondo principi profondamente diversi da quelli che ispirano i sistemi di tipo capitalistico, e che cercano invece di perseguire scambi corretti ed equivalenti, realizzano prodotti effettivamente rispettosi dell’ambiente, danno la priorità alle buone relazioni tra le persone, siano esse produttori o consumatori, e che riducano continuamente i loro livelli di utilizzazione delle risorse naturali, dell’acqua e delle energie fossili, utilizzando invece ai massimi livelli possibili le energie provenienti da fonti rinnovabili e riducendo al minimo ogni forma di consumo eccessivo e di spreco. L’elenco che segue si arricchisce ogni anno di nuove esperienze e di innovazioni continue, poiché questa parte del mondo è alla continua ricerca di soluzioni e campi di attività che sostituiscano quelli immessi sui mercati dal sistema globale.

Le iniziative di economia alternativa e solidale da tempo attive

  • Agricoltura : produzioni biologiche, permacoltura, biodinamica, bioenergetica, contratti di prefinanziamento, filiere città-campagna, ogni tipo di rapporto diretto produttori – consumatori che si svolge a condizioni predeterminate di comune accordo.
  • Alimentazione : Gruppi di acquisto solidale, consegne a domicilio o ai mercati di prodotti selezionati, mercati contadini, orti urbani, cura giardini e spazi verdi urbani concessi a realtà locali dagli enti locali.
  • Materie prime: Botteghe del commercio equo e solidale
  • Abitazioni in paglia, legno e mattoni in terra cruda, pannelli per edilizia con isolamento in lana.
  • Mercati periodici e fiere
  • Ristorazione: Bio osterie,
  • Risparmio energetico: abitazioni passive, accorgimenti per abitazioni e condomini
  • Energie rinnovabili: autocostruzione solare ed eolica, autocostruzioni ecologiche, imprese di energia alternativa
  • Reti per raccolta e smaltimento rifiuti, rigenerazione apparecchi informatici
  • Servizi : ciclo officine; Caes, assicurazioni; Banche del tempo; punti di riuso, riparazioni, riciclo; costruzione piste ciclabili
  • Palestre e centri sportivi
  • Monete locali alternative
  • Banca Etica , MAG Mutue Auto Gestione, microcredito
  • Assicurazioni etiche
  • Interventi di protezione e restauro di beni artistici e archeologici,
  • Azioni di bonifica e salvaguardia dell’ambiente.
  • Cultura: centri culturali, biblioteche, librerie, centri studio e ricerche
  • Scuole di musica popolare, sale prove, palchi e impianti per eventi
  • Comunicazione: Radio libere, Giornali on line, giornali scolastici
  • Agricoltura sostenuta dalla comunità
  • Consiglio per una politica alimentare regionale
  • Attività di assistenza ai migranti (dalla prima accoglienza alla formazione)
  • Laboratori artigiani animati da anziani fuori del mondo del lavoro

A cosa serve l’immagine del cubo

In primo luogo ad evidenziare una visione spesso trascurata, cioè il fatto che si lavora per il nuovo mondo possibile all’interno del sistema dominante, e cioè che le scelte fatte non permettono di considerarsi “fuori” dalle logiche che ci pervadono e ci circondano. Ciò significa che perfino un eremita che vive da solo in cima ad una montagna può respirare aria inquinata o subire gli effetti del mutamento climatico. Invece è necessario essere molto coscienti dei vincoli e dei condizionamenti che ci circondano e sapere che ogni scelta ben formulata e attuata permette di sottrarsi, sia pure parzialmente, ai meccanismi dominanti mettendo in piedi e alimentando logiche ben diverse. […] Il sistema dominante tenta continuamente di recuperare qualunque spazio conquistato contro le sue regole ed ha a disposizione molti subdoli metodi per svuotare o irretire le azioni liberatorie in corso. In particolare, si impadronisce delle parole e dei comportamenti alternativi, denomina “green” attività sempre volte all’ottenimento di profitti, definisce “sostenibili” vecchi processi di accumulazione, copre con la pubblicità “alternativa” le attività produttive che continuano lo sfruttamento di tutte le materie prime con i metodi di sempre.

[…] L’immagine del cubo invita a tenere presenti gli infiniti legami che esistono tra i meccanismi del capitale e i nostri possibili comportamenti e tende a facilitare un maggior grado di coscienza della portata effettiva delle nostre scelte e delle nostre esperienze. […] La logica alla quale si ispira la descrizione del cubo può invece proprio in questi casi costituire una guida per evitare trappole e proposte falsamente alternative. […] Il segreto dell’impegno per il mondo alternativo risiede nella capacità di essere contemporaneamente “dentro” e “fuori” il sistema, cioè di essere sempre coscienti di quando si è condizionati e di quando si opera in una sfera di libertà, ma soprattutto di sapere quando, sia pure in misura minima o graduale, si sta operando per aumentare la sfera di indipendenza rispetto al sistema dominante. Ovviamente si corre il rischio, non appena valutata a fondo la forza e le pervasività delle logiche e dei meccanismi del capitale globale, di scoraggiarsi subito o di piombare nella depressione. Invece una coscienza maggiore e una capacità analitica più approfondita può permettere di comprendere a fondo il significato di ogni sia pur piccola azione, e di capire che la sottrazione, sia pure graduale, è l’unico modo di accettare la sfida e di aumentare il potere di ciascuno. Non possiamo naturalmente sapere quando riusciremo a rovesciare i rapporti di forza, e a sostituire il mondo nuovo a quello vecchio, però possiamo da subito essere parte cosciente del cambiamento necessario.

tratto dall’articolo “Il cubo del capitale” di Alberto Castagnola pubblicato su Comune-info.net il 3 Agosto 2017.

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Dalla globalizzazione all’economia del dono… (seconda parte).

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Foto “Dear Capitalism…” by Anirvan – Flickr

Nel post precedente vi avevo raccontato l’analisi della globalizzazione fatta da Guido Maria Brera. In questo invece vi metterò alcuni stralci di un interessante articolo pubblicato lo scorso 29 Agosto sul quotidiano Avvenire a firma di Francesco Gesualdi. Per chi non lo conoscesse Francesco Gesualdi è un ex allievo di Don Milani e a mio avviso è l’unico che in questi 50 anni ha portato avanti il pensiero di Barbiana, attualizzandolo alla situazione economica dei tempi. Infermiere, attualmente in pensione, ha dedicato tutto il tempo libero al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, al volontariato, alla cooperazione internazionale.
L’articolo “Aiutiamoli, a iniziare da casa nostra.” parla di migranti ma, stringi stringi, va a finire dove nel post precedente andava a parare anche Guido Maria Brera… alla roba! A quegli oggetti e quelle merci che sono la rovina della globalizzazione….

“Aiutiamoli, a iniziare da casa nostra” di Francesco Gesualdi.

Ci sono due modi di affrontare la questione immigrati: o ponendoci l’obiettivo di toglierceli dai piedi o volendoli aiutare a vivere meglio. […] La prima giustificazione che ci siamo creati è che l’obbligo di accoglienza vale solo per i rifugiati politici, mentre abbiamo il diritto di respingere i migranti economici, coloro, cioè, che sono in cerca di migliori condizioni di vita.

[…] Da sempre abbiamo considerato la libertà di movimento un diritto inalienabile e se volessimo negarlo proprio oggi che abbiamo messo merci e capitali in totale libertà, dimostreremmo di tenere in maggior considerazione le cose delle persone. Ma forse il punto è proprio il sovvertimento dei valori: la ricchezza ci ha accecato a tal punto da avere inaridito la nostra umanità. L’attenzione tutta rivolta alla roba, abbiamo perso il senso del rispetto e della giustizia, la capacità di compassione, perfino di pietà.

E non ci rendiamo conto che più sbarriamo le porte, più inneschiamo situazioni perverse che ci sfuggono di mano. Diciamocelo: i migranti che scelgono la via del deserto non sono né masochisti, né amanti dell’illegalità. Sono dei forzati alla clandestinità perché le vie di ingresso ufficiali sono precluse. Se potessero arrivare in aereo con regolare passaporto, sarebbero ben felici di farlo. […] Che le cose stiano così lo sappiamo molto bene anche noi, tant’è che il secondo alibi che ci siamo creati è che dobbiamo aiutarli a casa loro. E se lo diciamo è perché abbiamo ben chiaro che nessuno di loro affronta un viaggio così pericoloso per fare una passeggiata, ma per sfuggire a un destino crudele ora dovuto alle guerre, ora alla repressione politica, ora alla mancanza di prospettiva di vita.

Ciò che non diciamo è che questa situazione l’abbiamo creata noi attraverso 500 anni di invasioni, massacri, ruberie. La storia, alla fine presenta sempre il suo conto. L’emigrazione africana non è figlia di una sciagura transitoria, ma di un sistema di saccheggio di cui siamo stati e siamo ancora parte attiva, addirittura i suoi artefici. Per risolverla, dunque, è da qui che dobbiamo partire: dal nostro assetto produttivo e di consumo, dai nostri obiettivi economici, dai nostri rapporti commerciali, dal nostro assetto finanziario, dal nostro sostegno ai sistemi corruttivi e di rapina. Lo slogan giusto è «cambiamo le cose qui affinché cambino là». Per partire dovremmo porre uno stop serio alla vendita di armi e subito dopo dovremmo avviare nuovi rapporti economici.

Dovremmo stipulare accordi commerciali che garantiscono prezzi equi e stabili ai produttori, dovremmo imporre stabili divieti alla finanza speculativa sulle materie prime, dovremmo smetterla con accordi che autorizzano le nostre imprese a razziare i loro mari e a prendersi le loro terre, dovremmo punire le nostre imprese che non garantiscono salari dignitosi nelle loro filiere globali, dovremmo smetterla di imporre accordi commerciali che favoriscono i nostri prodotti e distruggono le loro economie, […]

Delle 181mila persone disperate sbarcate sulle nostre coste nel 2016, il 21% erano nigeriani. Eppure, grazie al petrolio, la Nigeria è una delle più grandi economie africane. Ma anche una delle più corrotte. Secondo Lamido Sanusi, già governatore della Banca centrale nigeriana, nei soli anni 2012-13 sono stati sottratti alle casse pubbliche 20 miliardi di dollari provenienti dalla vendita di petrolio alle compagnie internazionali, Eni compresa. Quei soldi sottratti ai nigeriani sono finiti sui conti cifrati aperti da personalità di governo in Svizzera, a Londra e in vari paradisi fiscali. Con la complicità di grandi banche internazionali. E non solo. Anche di Stati e Governi poco vigilanti, e l’Italia non è affatto esclusa. È proprio il caso di dire «aiutiamoli cominciando a cambiare a casa nostra».

Tratto dall’articolo “Aiutiamoli, a iniziare da casa nostra” di Francesco Gesualdi, pubblicato su Avvenire il 29 Agosto 2017

(Continua)

Dalla globalizzazione all’economia del dono… (prima parte).

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Foto “Monopoly” by James Petts – flick

Nelle scorse settimane mi è capitato di leggere/ascoltare/vedere alcune considerazioni sull’attuale situazione economica fatte da persone diversissime e, rimettendole insieme, mi sono sembrate come delle tessere di un puzzle che si incastravano tra di loro.

Il primo personaggio, che non conoscevo e che a pelle è uno di quelli antipatici sin dal primo momento, è Guido Maria Brera. Conosciuto come marito della presentatrice tv Caterina Balivo e finanziere d’assalto multimilionario, mi è sembrato una sorta di dottor Jekyll e Mr. Hyde. Da un lato agguerrito squalo della finanza, dall’altro scrittore di libri e siti web in cui spiega a noi poveri cristi come la finanza (cioè anche lui) ce lo mette nel bocciolo senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Leggendo la sua biografia in rete, sembra che sia un cattolico molto devoto alla Madonna e da questo ne ho dedotto (mia considerazione del tutto personale e opinabile) che forse, qualcuno in fase di confessione, gli deve aver detto che per farsi perdonare, invece di qualche Pater Ave e Gloria, avrebbe dovuto spiegare con parole semplici, le ripercussioni  delle sue operazioni finanziarie a noi che ne subiamo le conseguenze… E in tutto ciò, Guido Maria Brera è bravissimo! Pur non avendo letto ancora nessuno dei suoi libri (conto di leggere al più presto “Tutto è in frantumi e danza”) da diversi mesi seguo il suo blog idiavoli.com e mi piace un sacco, che detto per un blog di finanza e economia è davvero tanto.

Quello che però mi ha colpito più di tutti e mi ha fatto scoprire il personaggio è come, in una replica estiva della trasmissione della Rai “Petrolio”, in poche frasi abbia descritto la nascita e lo sviluppo della globalizzazione, di come la finanza ce l’ha fatta accettare e a quali costi…

L’inizio della globalizzazione (fine degli anni ’90 – inizio 2000) si è  caratterizzato dall’immissione sul mercato di migliaia di oggetti a prezzi irrisori: dalle magliette a 2€ fino ai telefonini e alla tecnologia a basso prezzo, in cambio dei quali la finanza ha cominciato a smantellare i diritti conquistati nel Novecento: il diritto all’istruzione pubblica, alla sanità, alla casa e a un lavoro sicuro e dignitoso. In pratica, mentre da un lato ci toglievano diritti essenziali come la sanità o il lavoro, dall’altro ci riempivano di beni inutili ma consolatori, che ci davano l’illusione di essere ricchi e di poter rinunciare a quelli che una volta erano diritti collettivi. Così facendo la globalizzazione ha rotto il patto sociale e generazionale che per molta parte del Novecento ha garantito un benessere collettivo. Brera parlava della globalizzazione ne’ più ne’ meno come di “una guerra”, combattuta non fra nazioni, ma fra classi sociali. La classica guerra tra poveri, dove il capitalismo vince sempre e tutto il resto della comunità perde i diritti fondamentali: la guerra dei giovani contro gli anziani, dei lavoratori a tempo indeterminato contro i precari, dei pensionati contro i lavoratori, degli italiani contro gli immigrati…

…il tutto per comprare una t-shirt a 2€

(Continua)

Safety Pins… for Safety people.

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Foto “Put a Pin In It” by Mike Licht – flickr

C’è un piccolo oggetto, semplice e umile che in queste settimane sta diventando un simbolo di solidarietà verso le minoranze. E’ la spilla da balia che in inglese si chiama “Safety pin” ovvero “Spilla di sicurezza“. La prima volta è stata adottata dagli inglesi dopo il referendum che ha sancito la Brexit, per indicare alle minoranze che quando incontrano delle persone che indossano la spilla  possono sentirsi sicure, insomma… che si possono fidare. Questa forma silenziosa di solidarietà e allo stesso tempo di protesta, è stata ripresa negli Stati Uniti dopo la vittoria di Trump e grazie ai social network,  si sta diffondendo in tutto il mondo.

Indossare una spilla di sicurezza sui propri abiti è un biglietto da visita per indicare che siamo gentili, affidabili e disponibili al dialogo verso tutte le persone di qualsiasi minoranza: immigrati, persone di colore, di altre religioni, disabili, gay, donne in difficoltà, etc… Per queste persone è un piccolo gesto di vicinanza e sostegno mentre a noi serve per ricordarci che siamo tutti esseri umani e che dobbiamo aiutarci l’un l’altro. Logicamente, nel caso in cui ci fosse richiesto un aiuto, dobbiamo dimostrare con i fatti che la spilla non è lì per caso e nemmeno per moda.

Lebron James, sportivo dell'anno 2016 con una safety pin. - Foto tratta da internet.

Lebron James, sportivo dell’anno 2016 con una safety pin. – Foto tratta da internet.

AGGIORNAMENTO DEL 15/12/2016
Viste le discussioni nate tra i commenti aggiungo questa foto. Forse spiega meglio il senso dell’iniziativa di come potrei fare io a parole…

Foto "In a time when racism, bigotry, and hate crimes are on the rise; when millions of our fellow Americans are living in fear • Wearing a safety pin is a subtle way to indicate that you are a "safe place". It is a promise to stand up for and in solidarity wit" by Charlie DeLacey - Flickr

Foto “In a time when racism, bigotry, and hate crimes are on the rise; when millions of our fellow Americans are living in fear • Wearing a safety pin is a subtle way to indicate that you are a “safe place”. It is a promise to stand up for and in solidarity wit” by Charlie DeLacey – Flickr

Grazie fratelli e concittadini italiani!

Lascio le analisi sul risultato del referendum ai giornaloni e ai “soliti” commentatori televisivi. Quest’armata Brancaleone di Renzi e di tutti coloro che sono saliti sul suo carro, non si meritano nemmeno la pressione delle dita sulla tastiera del computer. Dita che invece schiacciano per dire e dirci grazie a vicenda per una giornata di resistenza che ha salvato la Costituzione e la democrazia! Grazie fratelli e concittadini italiani!

Ogni altro commento è superfluo… oggi si deve festeggiare! E allora musica!!!

 

…E da domani si ripartirà a lottare per lasciare un mondo migliore ai nostri figli!

Quindi io….

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Foto “NO” by Grant Hutchinson – flickr

Sono un lavoratore dipendente, marito di una lavoratrice dipendente. I nostri stipendi perdono potere d’acquisto un anno dopo l’altro e con le trattenute in busta non possiamo evadere le tasse, come fanno i cosiddetti imprenditori: piccoli, medi o grandi come le multinazionali. E la pensione sarà sempre più un miraggio. Abbiamo una figlia universitaria che paga un sacco di tasse per una scuola pubblica sempre più scadente. Fra qualche anno entrerà nella schiera dei giovani disoccupati, dei precari, dei voucher… di un lavoro senza più quei diritti per cui avevano combattuto i suoi nonni. E siamo anche figli di quei nonni con le pensioni da miseria che quando prenotano una visita all’ASL si sentono rispondere di ripassare fra 6 mesi o un anno. E infine vediamo chi sta peggio di noi, come i migranti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e vengono trattati come la causa di tutti i nostri mali, mentre sono solo altre vittime più disperate di noi.

A noi, che per 364 giorni l’anno non contiamo un bel niente, il governo scrive e promette mari e monti per andare il 4 Dicembre a mettere una croce su quel “SI”. Allora io sono andato a vedere chi è a favore di quel “SI” e mi sono fatto qualche domanda…

  • JP Morgan e le agenzie di rating, quelle che con la speculazione finanziaria hanno portato la Grecia alla fame e alla miseria chiedono di votare “SI”… Quindi io voterò “NO”.
  • I padroni della Confindustria, quelli che da vent’anni chiedono (e ottengono) di diminuire i diritti dei lavoratori, la loro precarizzazione e il blocco dei salari chiedono di votare “SI”… Quindi io voterò “NO”.
  • Marchionne, un canadese domiciliato in Svizzera, che dopo aver avuto miliardi di finanziamenti statali, ha trasferito le sedi legali di Fiat all’estero per non pagare le tasse in Italia e che fa di tutto per ridurre i diritti degli operai (chiedere a Termini Imerese e Pomigliano d’Arco) chiede di votare “SI”… Quindi io voterò “NO”.
  • La troika europea e la BCE, che spendono miliardi di Euro per salvare le banche ma non muovono un dito per salvare i migranti e i poveri europei come in Grecia, chiedono di votare “SI”… Quindi io voterò “NO”.
  • L’ambasciata USA, un paese guerrafondaio che esporta in tutto il Medioriente e in Africa la democrazia a suon di bombe, creando come conseguenza terroristi e profughi, chiede di votare “SI”… Quindi io voterò “NO”.
  • Infine perfino Briatore, quello che vorrebbe fare della Puglia un mega Billionaire per soli ricchi, a Matrix chiede di votare “SI” perchè così finalmente si potranno privatizzare scuole e ospedali… Quindi io voterò “NO”.

Insomma ci avete fatto caso? Tutti le lobby di potere che ci hanno portato nella situazione drammatica in cui si trova oggi l’Italia e che manovrano i politici al  governo come dei burattini, ci chiedono di votare “SI”.

E non vi viene voglia, almeno in questa occasione, di mandare un bel segnale a tutti quanti?

Infine un’ultima perla: leggo in questo post su Altraeconomia che la casa editrice Tramontana, editore di libri scolastici ben conosciuto da chi ha studiato diritto ed economia, ha già pubblicato nel libro per le superiori “101 lezioni di diritto ed economia”, scritto da Carlo Aime e Maria Grazia Pastorino, un capitolo di 8 pagine dedicato alla Riforma Costituzionale come se fosse già diventata legge. Non solo il libro ignora del tutto il referendum, ma perfino alcune modifiche fatte alla legge Costituzionale ad Aprile 2016 e soprattutto racconta cose ancora tutte da legiferare come i criteri per selezionare i 74 consiglieri regionali che, se passasse la riforma, dovrebbero diventare senatori.

E non vi viene voglia, quelle 8 pagine, di mandarle al macero insieme a chi ha voluto questa riforma?

♦♦♦♦♦

P.S. Se il parere di un piccolo e inutile informatico come il sottoscritto non vi convince vorrei segnalarvi due post molto curiosi sul No al referendum apparsi sul sito de “Il fatto quotidiano”. Il primo è di Fabio Scacciavillani, Chief Economist del Fondo d’investimenti dell’Oman: vi aspettereste che trattasse di Economia e invece tratta di Storia, raccontando come riforme simili a quella a cui siamo chiamati a votare,  portarono dritte alla Prima Guerra Mondiale e successivamente alla dittatura fascista. Il secondo è di Marco Politi e con molto buonsenso racconta dieci motivi per votare NO. Dov’è la stranezza? Che Marco Politi è da oltre 40 anni uno dei maggiori vaticanisti al mondo. Quindi, se uno che di solito si occupa di Dio, Santi e teologi decide di dedicare diversi articoli al Referendum significa che la situazione è grave… non c’è più religione! 😛

Un libro gratuito vi spiega la riforma costituzionale.

Tra pochi giorni saremo chiamati a votare al referendum sulla riforma costituzionale. Tra articoli di giornali, proclami di entrambi gli schieramenti, comparsate televisive (a volte ossessive) di Renzi e dei vari Ministri, alla fine rischiamo di andare a votare con una grande confusione in testa.

Se volete farvi un’idea della riforma e volete farlo senza spendere un soldo (libri a pagamento ce ne sono un sacco, sia pro che contro la riforma) vi segnalo il libro In otto punti le ragioni del NO al Referendum costituzionaleche potete scaricare cliccando qui sul link del titolo o sull’immagine a fine post. Il libro è stato scritto da Luca Benci, giurista specializzato in diritto sanitario, su iniziativa del laboratorio politico “Per un’altra città” di Firenze. Sono 86 pagine, così divise: le prime 38 pagine comprendono 8 capitoletti che spiegano in modo semplice e comprensibile a tutti come siamo arrivati a questa riforma e alle varie leggi elettorali. Dalla pagina 39 invece sono riportati tutti gli articoli oggetto della riforma, uno per uno, col testo a fronte: da un lato quello attualmente in vigore e dall’altro quello che sarà modificato  se passa il referendum. Dato che questo libretto è  rilasciato sotto Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale, se vi piace potete ripubblicarlo sui vostri blog, diffonderlo per e-mail o regalarlo a chi vi pare a voi…

Se poi non vi fidate di un libro che, fin dal titolo è per il NO, la comparazione degli articoli è stata fatta in modo più neutro anche su questa interessante pagina Internet…

Credo che in entrambi i casi, sia una lettura interessante perchè, come recita una delle più belle battute di Maurizio Crozza,  fatta lo scorso 4 Ottobre a Di’Martedì: “Referendum? Il Paese è diviso tra chi voterà Sì e chi invece ha capito la riforma costituzionale.”

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