Letterina a Babbo Natale.

Foto

Foto “Sindaco” by Filippo – flickr

Avete fatto i  bravi quest’anno? Si? Ma davvero, davvero? Allora datevi da fare perchè è il momento di scrivere la letterina a Babbo Natale. Come? Dite, che la fine di Settembre è troppo presto? Allora non sapete che quest’anno sono cambiate le cose… Intanto Babbo Natale ha deciso di anticipare la consegna dei regali… I pacchi non arriveranno il 25 Dicembre: il vecchio con la barba bianca batterà sul tempo Santa Lucia  e, di una notte, perfino Nikolaus e i Krampus… Infatti in Italia i pacchi scenderanno dal camino la notte fra il 4 e il 5 Dicembre per cui dobbiamo tutti affrettarci ed avere l’albero di Natale bello scintillante già prima della fine di Novembre.

E poi quest’anno Babbo Natale non baderà a spese… Quindi chiedete, chiedete e chiedete… Pensate che solo in questa settimana Babbo Natale ha già promesso: il ponte sullo stretto agli industriali del cemento, l’abolizione dell’Irpef agricola ai contadini di Coldiretti, il raddoppio della quattordicesima ai pensionati col minimo e perfino 1.000 assunzioni a tempo indeterminato nei tribunali italiani (questo per la gioia della nostra amica Aida millecento).

Quindi armatevi di letterina coi brillantini, penna colorata e date fondo alle vostre richieste… avete due mesi di tempo per promettere che “SI”, farete i bravi il 4 Dicembre e poi il giorno dopo troverete tanti pacchi sotto l’albero!

P.S. Se il 5/12/2016 vi alzerete e non troverete niente… beh, la colpa sarà vostra… Intanto il 4 Dicembre “NO” avete fatto i bravi e poi sicuramente avete sbagliato indirizzo. La letterina andava spedita  a Rovaniemi – Polo Nord e non a Collodi -Toscana!

Risposta ad Aida (e non solo) sul post di ieri.

Foto

Foto “Lake of Gold” by Tom Simpson – flickr

Il post di ieri ha avuto le sue interessanti reazioni e risposte, sia sul mio blog che su quello di aspirante runner che ringrazio per la condivisione. Avevo preparato una risposta, in particolare al lungo commento di Aida, ma visto che diventava piuttosto lunga ho pensato di farne un post, da dedicare soprattutto a chi ha usato il termine utopia…

Il mio primo lavoro serio (nel 1988) è stata l’informatizzazione di una ASL. Fino ad allora tutta la contabilità era gestita a mano, cioè con mega schede cartacee riempite con la biro Bic e i conti venivano fatti con quelle calcolatrici col nastro di carta che arrivava fino a terra, come nei fumetti di zio Paperone… Immaginate che ogni volta che facevi un conto, per essere sicuro di non aver sbagliato, lo dovevi rispuntare con un collega, cifra per cifra. L’informatizzazione e, più in generale tutta l’evoluzione tecnologica, hanno fatto si che dove prima lavoravano 10 persone oggi ne bastano 4 e in futuro magari ne basteranno 2.

Come hanno affrontato questa situazione sia il privato che il pubblico? Il privato semplicemente licenziando e aumentando la precarietà, il pubblico col blocco del turnover, cioè non rimpiazzando i dipendenti che vanno in pensione. I posti lasciati vuoti dai pensionamenti non vengono ricoperti oppure (in un numero molto limitato di casi) vengono ricoperti grazie alla mobilità interne, cioè al ricollocamento di altro personale pubblico in esubero, come ad esempio sta accadendo adesso con le ex-Province.

Se a ciò aggiungiamo l’innalzamento dell’età pensionabile è logico che nel pubblico (ma anche nel privato) le assunzioni saranno fatte sempre col contagocce creando il corto circuito segnalato nell’articolo di Mimmo Tringale. Meno lavoro per tutti e contemporaneamente ultra cinquantenni stressati inchiodati alla scrivania con la pensione sempre più lontana e giovani precari e disoccupati in strada, con in aggiunta un esercito di immigrati anch’essi in cerca di lavoro. E’ una guerra tra poveri voluta dal capitale economico-finanziario e avallata dai politici, tanto che come rilevano le statistiche, anche in occidente i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, compresa la classe media che da anni scivola piano piano verso la povertà.

Bisognerebbe quindi smettere questa guerra in cui i poveri perdono sempre, unire le forze e chiedere ad alta voce di lavorare meno e lavorare tutti!!! Per iniziare basterebbe dar credito e voce a quelle forze politiche, sindacali e culturali che portano avanti queste battaglie e che sono ignorate dai mass media in mano al capitale! Anche se sembra un’utopia, già parlarne è un passo avanti: magari noi non vinceremo però  potremo lottare e forse porre le basi per far vincere, se non i nostri figli, almeno i nostri nipoti…

E se non si lotta per le utopie per cosa si dovrebbe lottare? Forse per catturare i Pokemon?

Lavorare meno, lavorare tutti.

Foto

Foto “Workers” by Justin Lynham – flickr

Il numero di Settembre 2016 del mensile “Terra Nuova” si apre col consueto editoriale del direttore Mimmo Tringale che è dedicato al tema della riduzione dell’orario lavoro, ovvero al lavorare meno per lavorare tutti. Trovo molto interessante che questo tema si riaffacci nel dibattito culturale e politico ed è curioso che a rilanciarlo siano i movimenti ecologisti e della decrescita felice piuttosto che la politica e i sindacati che, purtroppo, guardano proprio da altre parti… I politici pensano ad aumentare le ore di lavoro dei dipendenti pubblici (qui) mentre i sindacalisti intanto vanno in crociera e comprano Swarovski a spese dei lavoratori (qui e qui). Buona lettura!

Lavorare meno per lavorare tutti.

Mai come in questi ultimi anni il lavoro è diventato un’ossessione generalizzata. La società appare divisa in due mondi: i più giovani, colpiti da un tasso di disoccupazione vicino al 40%, e gli over 40, assillati da un carico di lavoro spesso eccessivo e poco gratificante… Le ragioni di questa situazione sono numerose e in gran parte note, ma come se ne esce? Le ricette propinate in questi anni per creare nuovi posti di lavoro, aumentare il Pil e uscire dalla recessione non sembrano aver colpito nel segno. E se la soluzione fosse lavorare meno, lavorare tutti? A riesumare il vecchio slogan in questi giorni è il libro “Utopia for realists: the case for a universal basic income, open borders and a 15-hour workweek” di Rutger Bregman, dove viene proposto un reddito minimo per tutti e un orario di 15 ore come soluzione alla disoccupazione e alla crescente povertà.

In verità, il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro è vecchio quasi come la rivoluzione industriale. Già Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, aveva previsto un futuro di quattro ore lavorative al giorno. In tempi più recenti, Serge Latouche e Maurizio Pallante, ispiratori del movimento della decrescita felice, hanno rivolto una critica profonda al paradigma produttivo e consumistico. Concetti resi popolari da Beppe Grillo, che nel programma del Movimento 5 Stelle ha riproposto il lavorare meno, lavorare tutti in chiave ancora più radicale: una settimana lavorativa di appena 30 ore e un reddito di cittadinanza per tutti.

Solo utopie? In realtà, se si fa un’analisi dei paesi europei con tassi di occupazione oltre il 70%, si scopre che hanno tutti ridotto l’orario di lavoro. In Germania e Francia è passato dalle 1800 ore del 1990 alle attuali 1400. Anche Norvegia e Olanda hanno orari di 1400 ore, seguiti da Danimarca (1500 ore), Svezia e Finlandia (1600 ore). In fondo alla classifica troviamo Italia, Grecia e Spagna, con tassi di occupazione inferiori al 60% e orari di lavoro più lunghi: dalle 2034 ore della Grecia alle 1752 dell’Italia.

Sembrerebbe proprio che dove si lavora meno ore l’economia vada meglio. Su questa onda, la Svezia ha iniziato a sperimentare negli uffici pubblici un orario di sole 6 ore. Esperimenti che si stanno diffondendo anche nelle aziende private: nella sede di Göteborg della Toyota si lavora 6 ore al giorno da ormai tredici anni. Dai primi report sembrerebbe che i risultati siano estremamente positivi: maggiore produttività per l’azienda, più soddisfazioni e meno malattie per i lavoratori.

Sì, forse è ancora un’utopia, ma secondo Bregman con la riduzione dell’orario di lavoro e la concessione di un reddito minimo per tutti, migliorerebbero sia la qualità della vita, sia l’ambiente. Si ridurrebbe l’impatto ecologico, si combatterebbero disoccupazione, diseguaglianze economiche e di genere. Saremmo, insomma, tutti un po’ più felici e soddisfatti.

In più, aggiungiamo, nel tempo «liberato» dal lavoro potremmo essere più disponibili per il volontariato e per la gestione della cosa pubblica. Così, forse anche l’impegno politico potrebbe tornare a essere una passione, e potremmo liberarci dai professionisti della politica che tanti danni hanno fatto e stanno facendo al nostro paese.

 Di Mimmo Tringale, tratto dall’editoriale del Numero di Settembre 2016 di “Terra Nuova”.

p.s. Da alcuni mesi anche l’azienda dove lavora mia moglie ha deciso di chiudere il Venerdì pomeriggio, nonostante gli affari vadano bene. La ditta ha preso questa decisione perchè, rimanendo uguale la  produttività, risparmia di energia elettrica, riscaldamento, condizionamento etc… Peccato però che ai dipendenti quelle ore vengano sottratte dalle ferie!

Quello che non vi dicono sulla candidatura olimpica di Roma 2024.

Foto

Foto “Il Colosseo come logo per la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024” by Atletica Live -flickr

In Italia ferve il dibattito sulla candidatura di Roma per ospitare i Giochi Olimpici del 2024. Sicuramente avrete già sentito le due campane: da un lato il Governo e il Coni che usano questa candidatura come volano per far ripartire l’economia e dall’altra la città di Roma, il Movimento 5 stelle, molte associazioni e diversi giornalisti che oppongono la crisi, la corruzione e gli alti costi dell’organizzazione tali da poter generare un debito enorme (vedi la crisi greca post giochi di Atene 2004).

In realtà nessuna delle due parti, prese dal dibattito politico tutto interno, vi dice una verità banale: Roma, qualora la candidatura andasse avanti, ha scarsissime se non nulle probabilità di vincere i giochi… Insomma, usando delle metafore sportive, se fossimo nella boxe Roma sarebbe uno sparring partner e se fossimo nell’atletica sarebbe una lepre, di quelle che tirano una gara per un tratto iniziale, e poi si fanno da parte per far scattare i veri contendenti. Analizziamo perciò sia il calendario, che le altre città candidate.

Se non ho capito male il calendario ha 4 scadenze importanti: la prima del 16 Febbraio 2016 è già passata e serviva per presentare il dossier “Visione, Concetti e strategia”, …insomma interpretando, quasi un dossier generico di buone intenzioni. La seconda scade il prossimo 7 Ottobre 2016 ed è quella più importante, cioè la presentazione del dossier “Governance, Legale e Finanziamenti” ovvero dove le città candidate prenderanno i soldi per fare le Olimpiadi. Il prossimo 3 Febbraio andrà presentato l’ultimo dossier: “Games Delivery, Experience and Venue Legacy” più o meno quello sulla descrizione di tutti gli impianti, sulla loro costruzione e sull’uso che ne verrà fatto dopo i giochi. Infine, dopo che il Comitato Olimpico avrà analizzato tutto il dossier, finalmente il 13 Settembre 2017 a Lima verrà eletta la città che ospiterà i Giochi! Come si capisce, anche se il 2024 è lontano, i tempi sono ristrettissimi ed è probabile che già l’8 di Ottobre prossimo la candidatura di Roma sfumi. Certe affermazioni, come quella di Eugenio Giani, presidente del Consiglio Regionale Toscano, di sostituire Roma 2024 con Toscana 2024 (qui un articolo) sono praticamente improponibili.

Veniamo adesso alle città candidate che, al momento sono 4: Roma, Parigi, Budapest e Los Angeles. E’ da notare che mancano le città asiatiche: dopo Pechino (giochi estivi del 2008 e invernali del 2022), PyeongChang (Giochi invernali 2018), Tokyo (giochi estivi 2020), Singapore (giochi olimpici giovanili estivi 2010), Nanchino  (giochi olimpici giovanili estivi 2014) l’Asia non aveva nessuna chance di ospitare nuovamente le olimpiadi. Se escludiamo l’Africa, che non ha mai ospitato i giochi, ma che ha candidature per il 2028 (Casablanca) e per il 2032 (Nairobi), il continente da cui mancano le olimpiadi estive da più tempo è il Nord America  (Atlanta 1996). Questo rende la città di Los Angeles la candidata più forte per i giochi del 2024 che tra l’altro arriverebbero giusto nel quarantennale delle olimpiadi che la stessa città ospitò nel 1984. Non ci vuole molto per prevedere che alla fine la candidatura si giocherà tra Los Angeles e una delle 3 città europee candidate e che questa, come vedremo più sotto, sarà quasi sicuramente Parigi.

Sia Parigi (1900 e 1924) che Los Angeles (1932 e 1984) hanno già ospitato per ben due volte i giochi e puntano ad affiancare Londra, unica città al mondo che ha ospitato le olimpiadi per 3 volte (1908, 1948 e 2012). Parigi, che ospiterebbe i giochi nel centenario di quelli del 1924, tra l’altro è in credito con le olimpiadi essendo stata stata candidata ai giochi per ben 3 volte, avendo sempre perso per pochi voti all’ultimo scrutinio.  Nel 1992 arrivò seconda dopo Barcellona con 24 voti di scarto, nel 2008 arrivò terza dietro a Pechino e Toronto e nel 2012 perse contro Londra per 4 soli voti di differenza.

Insomma, la sfida per ospitare le Olimpiadi del 2024 sarà quasi sicuramente fra Los Angeles e Parigi e molte capitali europee l’hanno già capito tanto che, in tempi diversi, Berlino, Amburgo, Madrid e San Pietroburgo hanno ritirato le loro candidature. Roma e Budapest, almeno secondo me, stanno lì a fare le comparse e credo che anche i nostri politici lo sappiano, ma tutti fanno finta.

Alla fine sarà più onorevole NON ospitare i Giochi se lo dice la Raggi oggi o quando lo dirà il Comitato Olimpico Internazionale fra un anno?

Per seguire le candidature e approfondire:

Che tristezza il mare del 2016.

Foto

Foto “WordPress Romagna Meetup #12” by Giorgio Minguzzi – flickr

Sono tornato dal mare ormai da più di una settimana ma nelle bozze avevo questo post, scritto sul blocco note del telefonino,  perchè in albergo il wifi faceva schifo. Ve lo metto adesso, che se aspetto qualche altro giorno arriva Natale e il post scade e fa la muffa…

◊◊◊

Appena arrivato in albergo, mentre salgo per andare in camera, mi imbatto in un volantino della guardia di finanza dal titolo “Liberi dall’abusivismo”. Nel titolo non c’è punteggiatura e così non si capisce se è più un augurio o una minaccia. Noto però che per quantità e disposizione questi volantini surclassano quelli con gli sconti per Mirabilandia, Aquafan e l’Italia in miniatura.

Quando vado in spiaggia scopro che il volantino diceva proprio la verità: 6 giorni al mare senza vedere nemmeno un vu’ cumprà! In compenso la polizia municipale è onnipresente: la mattina presto e al tramonto fa su e giù tutto il bagnasciuga con un pandino 4×4 mentre quando la folla aumenta cambia mezzo e scorrazza con 2 segway. Inoltre sulla spiaggia, a distanza fissa, ci sono dei gazebo, sempre con le insegne della municipale ma affidati in appalto a una ditta di sicurezza esterna, presidiati da alcuni energumeni: insomma i buttafuori hanno traslocato dalle discoteche agli stabilimenti balneari. Se a ciò aggiungiamo un elicottero nero, senza alcuna insegna, ma per forma e attrezzature decisamente militare, che ha percorso il cielo due o tre volte, volando molto basso e pure le pattuglie di carabinieri e polizia stradale che dopocena sorvegliano con tanto di mitra e giubbotto antiproiettile la passeggiata dove le famigliole vanno a prendere il gelato, il mare del 2016 è decisamente molto triste.

Sinceramente preferivo l’allegria un po’ rompiscatole degli africani con le borse tarocche e i teli bagno, degli indiani che facevano l’henne, delle senegalesi che facevano le treccine e perfino dell’improbabile dottor Luca Ming che proponeva massaggi orientali. E poi che palle una spiaggia dove le uniche grida sono quelle dei marmocchi che fanno i capricci perché la mamma non gli compra il ghiacciolo!

P.S. (1) Fondamentalmente sono a favore della lotta all’abusivismo ma sarei più contento se le forze dell’ordine usassero la stessa solerzia che usano per i vu’ cumprà, anche con gli squali della finanza: da Banca Etruria e Mps fino alla corruzione, falsi in bilancio, etc… etc…

P.S. (2) Per la cronaca ero a Cervia.

L’indipendenza di camminare a piedi.

Foto "Determined" by Ben Roberts - flick

Foto “Determined” by Ben Roberts – flick

Il mio post sulla decisione di vendere la macchina dello scorso giugno (qui) ha suscitato diversi commenti e mi è piaciuto molto questo articolo segnalato da ammennicoli sul mestiere di ciclista/genitore, che si può applicare anche a podista/genitore (pur se podisti e ciclisti si vedono fra di loro come cane e gatto).

Il resto dei commenti poneva invece l’accento sull’indipendenza data dal possesso dell’auto ed è una reazione comprensibile perchè, senza rendercene conto, tutti siamo condizionati dalla macchina. A me per capirlo c’è voluto un percorso lungo, fatto di tanti anni, che vi racconterò in breve.

Erano i primi anni del nuovo secolo e per dimagrire e rimettermi in forma avevo cominciato a corricchiare: prima 10 minuti, poi mezz’ora, poi un’ora. Dopo alcuni mesi iniziai a fare qualche garetta di quartiere, poi mi iscrissi ad una società sportiva e con gli anni feci anche la maratona. E siccome la corsa ti fa star bene e ti prende, cominciai a correre anche quando gli altri non lo avrebbero mai fatto, cioè con la pioggia, il vento, la neve e il solleone. Nel 2010 feci perfino una maratona di 3 ore e 44 minuti tutta sotto l’acqua: d’altra parte se la prepari da quattro o cinque mesi e se hai speso la modica cifra di 50 o 60€ di iscrizione, la pioggia e il vento… gli fanno un baffo alla maratona!

Fino a qui è solo la banale storia di uno sportivo dilettante che corre e cammina nel tempo libero ma ad un certo punto capita qualcosa che ti fa scattare una molla e scopri che quello che di solito fai per sport puoi farlo anche nella vita di tutti i giorni. Ad esempio sei in coda in auto per andare a fare una banale commissione (tipo in banca o in posta) e quando arrivi a destinazione devi girare a vuoto per cercare un parcheggio libero. Imprechi, ti arrabbi, mandi a quel paese gli altri automobilisti e ti accorgi che, andandoci camminando, ci avresti messo lo stesso tempo e ti saresti stressato di meno… In bici addirittura saresti arrivato prima. A quel punto fai mente locale, ti accorgi che da casa tua al luogo della commissione saranno si e no due o tre km e che magari il giorno prima, allenandoti ne hai fatti almeno il triplo.

Alla fine della storia impari che l’indipendenza non te la dà l’automobile ma l’utilizzo del mezzo giusto al momento giusto… e meravigliosamente scopri che, specialmente in città, l’auto non è quasi mai il mezzo giusto, tranne forse quelle due o tre volte in cui vai a comprare i mobili all’Ikea!

Le prugne del papa e le more di Sant’Ambrogio.

Foto

Foto “Un albero di cachi a #Milano” by Ylbert Durishti – flickr

Un mio commento a questo post di Gaberricci mi ha fatto tornare in mente un post che avevo in bozza ormai da molto tempo e che cade a pennello con la stagione estiva. Se abitate in una città e vi capita di girare per le strade e nei parchi, vi sarete imbattuti più volte in alberi carichi di frutta matura che spesso marcisce, cade e si spiaccica sui marciapiedi, con tutta una serie di disagi: strade sporche, pericolo di scivolare, insetti attirati, etc…

Da alcuni anni a Roma è nato il progetto Frutta Urbana creato dall’associazione Linaria insieme a Romaltruista che consiste nella raccolta della frutta da alberi urbani, sia pubblici che privati, che nessuno raccoglierebbe. La frutta viene poi distribuita, sia fresca che trasformata in marmellate, a mense sociali, alla Caritas, al Banco Alimentare e a case di Riposo. Una piccola parte viene venduta ai Gruppi d’Acquisto Solidale, nei mercati contadini e/o a negozi a km zero e i proventi vengono reinvestiti per comprare le attrezzature per la raccolta e trasformazione (scale, attrezzi, barattoli, etc…) per la manutenzione del sito web, per impiantare nuovi frutteti e per altre iniziative educative legate alla frutta urbana. Oltre alla raccolta dei frutti questa iniziativa si occupa della potatura e soprattutto del censimento e della mappatura degli alberi da frutta in città. Solo a Roma ne sono stati mappati quasi 500 mentre a Milano (l’altra città dove opera Frutta Urbana) quasi 200.

A questo punto vi chiederete, come ho fatto io, se questa frutta è sicura o è inquinata. Premesso che questi alberi non sono ne’ concimati ne’ spruzzati di antiparassitari chimici o di nessun tipo e che la frutta viene raccolta a piena maturazione e subito distribuita, senza stazionare in magazzini e viaggiare su camion per giorni, rimane il problema dell’inquinamento urbano. Ebbene, i volontari hanno fatto analizzare la frutta ed è risultata con meno residui chimici della frutta da agricoltura convenzionale comprata al supermercato: insomma basta lavarla bene prima di mangiarla!

In queste pagina sul sito di Frutta Urbana sono riportate le analisi chimiche delle Arance Amare colte in via del Porto Fluviale (zona Ostiense) e delle Prugne colte in via del Vaticano, accanto alla sala Nervi e perciò ribattezzate come “le prugne del papa“… E invece, le “more di Sant’Ambrogio”? Sono quelle della marmellata fatta con le more raccolte nel parco Boscoincittà di Milano!