L’appello di Padre Alex Zanotelli per il SI al referendum sulle trivelle.

Foto "Padre Alex Zanotelli" by Gianfranco Reppucci - flickr
Foto “Padre Alex Zanotelli” by Gianfranco Reppucci – flickr

Fra poco più di quindici giorni saremo chiamati al Referendum per dire “SI” o “NO” alle trivellazioni infinite, fino a totale esaurimento dei pozzi di petrolio, nel nostro mar Mediterraneo. Sarà difficilissimo raggiungere il quorum ma in ogni caso dobbiamo provarci e per fortuna la rete sta dando il giusto risalto e le giuste informazioni che vengono negate o nascoste dai media di regime… troppo legati alle multinazionali dei petrolieri…

Se la prossima estate anche voi pensate di portare al mare le vostre chiappe chiare, oltre alla prova costume e alla ricerca dell’albergo, quest’anno dovrete andare anche in cabina elettorale a dire che non volete le trivelle… o le vostre chiappe rischiano di diventare nere di petrolio!

Pubblico perciò l’appello di Padre Alex Zanotelli, il missonario comboniano da sempre paladino dei beni comuni, del rispetto dell’ambiente e della solidarietà agli ultimi… Nei prossimi giorni seguiranno altri appelli…

Padre Zanotelli: Il petrolio resti sotto terra!

Il 17 aprile dobbiamo tutti/e prepararci ad andare a votare il nostro SI’per il Referendum, proposto da nove regioni e dai comitati No Triv. (Ricordiamoci che si tratta di un Referendum abrogativo di una legge del governo Renzi sulle trivellazioni petrolifere, per cui è da votare SI’ all’abrogazione!). La sola domanda referendaria su cui dovremo esprimerci sarà: “Si può estrarre petrolio fino all’esaurimento dei pozzi autorizzati che si trovano lungo le coste italiane entro le 12 miglia?” Inizialmente erano sei le domande referendarie proposte dalle nove regioni (Basilicata, Puglia, Molise, Veneto, Campania, Calabria, Liguria, Sardegna e Marche). Ma la Cassazione ha bocciato l’8 gennaio le altre cinque domande perché il Governo Renzi, nel frattempo, aveva furbescamente riscritto due commi del Decreto Sblocca Italia 2016. Per cui ne rimane una sola. Le ragioni date dai comitati NO TRIV per votare SI’ sono tante: il pericolo di sversamenti di petrolio in mare con enormi danni alle spiagge e al turismo, il rischio di movimenti tellurici legati soprattutto all’estrazione di gas e l’alterazione della fauna marina per l’uso dei bombardamenti con l’aria compressa. Ma la ragione fondamentale per votare SI’ è, che se vogliamo salvarci con il Pianeta, dobbiamo lasciare il petrolio ed il carbone là dove sono, cioè sottoterra! Il Referendum ci offre un’occasione d’oro per dire NO alla politica del governo Renzi di una eccesiva dipendenza dal petrolio e dal carbone per il nostro fabbisogno energetico. Gli scienziati ci dicono a chiare lettere, che se continuiamo su questa strada, rischiamo di avere a fine secolo dai tre ai cinque centigradi in più. Sarà una tragedia!

Papa Francesco ce lo ripete in quel suo appassionato Laudato Si’:”Infatti la maggior parte del riscaldamento globale è dovuto alla grande concentrazione di gas serra emessi soprattutto a causa dell’attività umana. Ciò viene potenziato specialmente dal modello di sviluppo basato sull’uso intensivo dei combustibili fossili (petrolio e carbone) che sta al centro del sistema energetico mondiale.” Il Vertice di Parigi sul clima, il cosiddetto COP 21, dello scorso dicembre, lo ha evidenziato, ma purtroppo ha solo invitato gli Stati a ridurre la dipendenza da petrolio e carbone. E così gli Stati, che sono prigionieri dei poteri economico-finanziari, continuano nella loro folle corsa verso il disastro. Per questo il Referendum contro le trivellazioni diventa un potente grimaldello in mano al popolo per forzare il governo Renzi ad abbandonare l’uso dei combustibili fossili a favore delle energie rinnovabili.

Trovo incredibile che il governo Renzi non solo non abbia obbedito a quanto deciso nel vertice di Parigi, ma che non abbia ancora calendarizzato la discussione parlamentare per sottoscrivere gli impegni di Parigi entro il 22 aprile. In quel giorno infatti le nazioni che hanno firmato l’Accordo di Parigi si ritroveranno a New York per rilanciare lo sforzo mondiale per salvare il Pianeta. Sarebbe grave se mancasse l’Italia. Per questo mi appello alla Conferenza Episcopale Italiana perché, proprio sulla spinta di Laudato Si’, inviti le comunità cristiane ad informarsi su questi temi vitali per il futuro dell’uomo e del Pianeta, e votare quindi di conseguenza.

Mi appello a tutti i sacerdoti perché nelle omelie domenicali spieghino ai fedeli la drammatica crisi ecologica che ci attende se continueremo a usare petrolio e carbone. Mi appello alle grandi associazioni cattoliche (ACLI, Agesci, Azione Cattolica…) a mobilitare i propri aderenti perché si impegnino per la promozione del SI’ al Referendum.“Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti… Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i vescovi del Sudafrica” I talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio.”

Diamoci da fare tutti/e, credenti e non, per arrivare al Referendum con una valanga di SI’ per salvarci con il Pianeta.

Alex Zanotelli
Napoli,14 marzo 2016

Appello di Padre Alex Zanotelli pubblicato sul sito www.fermaletrivelle.it

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La scuola secondo Francuccio Gesualdi (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Scuola di Barbiana” by pracucci – flickr.com

Con questo post concludo il breve ciclo degli articoli ribloggati dal sito di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/. Parlando di uno dei  protagonisti dell’esperienza di Barbiana non potevo che concludere con un post sulla scuola.

“La scuola secondo Francuccio Gesualdi ” di Francesco Gesualdi.

Don Lorenzo Milani cominciò a fare scuola perché aveva capito che l’ignoranza è la madre di tutte le miserie. Stando accanto agli operai e ai contadini aveva capito che la miseria è figlia dell’inganno e del raggiro – possibile fra chi non capisce la realtà – ed è figlia del senso di impotenza tipico di chi non sa esprimersi.

Per questo la sua era una scuola viva di conoscenza della realtà, di approfondimento dei nostri diritti, di ricerca della verità.

Ma soprattutto di arricchimento linguistico perché, come è scritto in “Lettera a una professoressa” «È solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli».

Anche i costituenti avevano chiaro che l’inferiorità culturale impedisce il pieno sviluppo della persona umana e all’Articolo 3 della Costituzione avevano stabilito che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ed ecco la scuola come uno degli strumenti fondamentali di realizzazione della democrazia e dell’uguaglianza. Non a caso Piero Calamandrei, da giurista qual’era, definiva la scuola «organo costituzionale» e chi la demolisce – come stanno facendo l’attuale governo e una lunga teoria di suoi predecessori -, andrebbe giudicato per attentato alla Costituzione.

Usando un linguaggio più semplice, il popolo definisce la scuola bene comune, intendendo – con questo termine – tutto ciò che svolge una funzione fondamentale a vantaggio di tutti. La lista dei beni comuni comincia con l’aria, l’acqua, il clima, le foreste, i mari, i suoli, ma prosegue con la sanità, la nettezza, i trasporti. E, ovviamente, con la scuola in quanto essa adempie a tre funzioni fondamentali: garantisce dignità, garantisce civiltà ma, soprattutto, garantisce democrazia.

La scuola garantisce dignità perché fornisce le conoscenze sui propri diritti. Chi non conosce i propri diritti politici è alla mercé dei potenti di turno. Chi non conosce i propri diritti sindacali è alla mercé dello sfruttamento padronale. Chi non conosce i propri diritti sociali è alla mercé dei burocrati. Solo chi ha la consapevolezza di cosa gli spetta come persona, come cittadino, come lavoratore, ha la capacità di difendere la propria dignità. Ecco perché la scuola – cui tocca fornire questo tipo di consapevolezza – è garanzia di dignità.

La scuola garantisce civiltà perché fornisce la consapevolezza dei propri doveri nei confronti della comunità e dei beni comuni. Se la dignità attiene a ciò che dobbiamo ricevere dalla comunità, la civiltà attiene a ciò che dobbiamo essere capaci di dare alla comunità. Sappiamo tutti che è più facile prendere che dare, perché il senso del dovere anziché nascere spontaneo, è un seme che germoglia solo se si è interiorizzata una serie di valori: il valore della solidarietà, il valore della responsabilità, il valore della legalità, il valore del bene comune. Questi e non altri, sono i valori su cui misurare il grado di avanzamento civile di una società; e poiché tocca alla scuola trasmetterli, per questo la scuola è garanzia di civiltà.

La scuola garantisce democrazia perché fornisce i saperi che mettono in condizione di partecipare. Per partecipare ci vogliono tre capacità: capire la realtà, saperla interpretare, saper formulare proposte di modifica. Il che implica capacità linguistica e conoscenze storiche, geografiche, politiche, economiche. Senza queste capacità la democrazia non si esercita: si è pupazzi nelle mani dei ciarlatani che posseggono i giornali e le televisioni. Non a caso, l’obiettivo perseguito da una certa destra autoritaria è la demolizione della scuola per poter esercitare l’autoritarismo dietro il paravento di una democrazia apparente.

Affinché la scuola possa assolvere a queste funzioni si devono verificare alcune condizioni sapientemente elencate in “Lettera a una professoressa”:

  • Deve essere universale, ossia deve essere aperta a tutti come sancisce l’Articolo 34 della Costituzione.

Quando i costituenti affermarono questo principio, probabilmente pensavano agli emarginati del loro tempo: i figli dei montanari, dei mezzadri, dei disoccupati. Oggi gli emarginati sono altri, principalmente gli immigrati. Pertanto se la scuola vuole essere in linea con la costituzione deve spalancare le porte a tutti, indipendentemente dal paese di origine, dalla lingua parlata in famiglia, dal colore della pelle, dal permesso di soggiorno dei genitori. Il diritto allo studio non può discriminare fra clandestini e regolari. Tutti i bambini hanno diritto a studiare per il solo fatto di esistere.

  • Deve essere accogliente, nel senso che deve permettere a tutti di sapere.

Oggi la scuola assomiglia più a un tribunale che a un luogo di apprendimento: è organizzata più per giudicare che per insegnare. Questa è la stortura di una scuola improntata pretestuosamente alla cosiddetta «meritocrazia». È tempo di affermare che a scuola si va per imparare e che il suo obiettivo deve essere quello di di mettere tutti in condizione di «sapere». La scuola deve entrare nell’ordine di idee che quando un ragazzo non riesce non va liquidato con un quattro: questa è la soluzione più comoda, quella che assolve la scuola e condanna i ragazzi. La scuola deve convincersi che se i ragazzi non sanno non è colpa loro, ma della scuola che non si è impegnata abbastanza. Rifarsela con i ragazzi perché non sanno è come prendersela con i malati perché non guariscono. La scuola deve chiedersi perché il ragazzo non riesce, deve chiedersi dove ha sbagliato, deve chiedersi quali iniziative particolari devono essere prese e non ha preso. Non deve darsi pace finché non ha recuperato anche l’ultimo della classe.

  • Deve essere motivante nel senso che deve dare la motivazione per studiare.

Non è insolito che la scuola dia come stimolo la prospettiva di lavoro e/o il tornaconto personale. Ma in verità, ciò non è opportuno perché l’egoismo non è patrimonio dei giovani. I giovani sono per loro stessa natura generosi e innocenti, i vecchi sono tendenzialmente smaliziati ed egoisti e pur di imporre questo sentimento, la loro scuola fa scattare il ricatto del voto: «se non studi ti metto quattro».

Chi sono i giovani? Tutti – insegnanti ed alunni – coloro che nella scuola si pongano domande e provino a trovare risposte. Chi sono i vecchi? Forse chi pretende di soffocare la fantasia, la creatività, il ragionamento o, più in generale, un’opinione… magari a mezzo di un freddo test a quiz – come ad esempio l’INVALSI – secondo una certa logica aziendalista?

A Barbiana la motivazione per studiare era la politica intesa nel senso più nobile del termine. Non politica come gestione del potere, ma politica come partecipazione per gestire tutti insieme l’organizzazione della polis, della città, della comunità. Recita “Lettera a una professoressa”: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia». La politica per uscire tutti insieme dalle situazioni che non vanno e costruire tutti insieme un mondo migliore: più equo, più pacifico, più pulito. Questa è la motivazione giusta per studiare!

  • Deve essere attuale nel senso che deve intrattenere sui temi del tempo presente, perché il suo scopo deve essere quello di formare dei cittadini sovrani.

Formare dei cittadini sovrani è un’arte difficile perché gli strumenti che deve fornire non sono i saperi, ma le capacità. Fra la trasmissione dei saperi e la costruzione delle capacità passa la stessa differenza che c’è fra dare un pesce e insegnare a pescare. Troppo spesso la scuola si attesta sui saperi perché è la soluzione più semplice. La grammatica, la matematica, la fisica, la chimica, la storia che si ferma a cinquanta anni fa non presentano dubbi di interpretazione o lati nuovi da scoprire. I saperi sono assodati, addirittura mummificati, non hanno bisogno di essere elaborati, ma solo trasmessi senza costringere gli insegnanti alla fatica di pensare, ricercare, mettere in mostra le proprie lacune e le proprie incertezze, come quando debbono aiutare i ragazzi ad esprimersi, ad argomentare, a capire, ad interpretare, a giudicare.

Una scuola concepita come palestra di approfondimento, di discussione, di partecipazione è faticosa perché non può fare ricorso a manuali o a libri di testo. Espone costantemente l’insegnante al nuovo, all’imprevisto e all’imprevedibile perché nessuno sa quale piega può prendere il confronto, quali argomentazioni emergeranno, quali obiezioni verranno avanzate, quali giudizi verranno espressi. Ne viene fuori una scuola dove i ruoli non esistono più, perché non c’è più un insegnante e degli allievi, ma un gruppo di persone con età diverse, esperienze diverse, sensibilità diverse, bagagli culturali diversi che si confrontano su temi, realtà e verità più grandi di ogni singolo partecipante. L’insegnante assume le vesti del fratello maggiore che in virtù della propria esperienza e delle proprie conoscenze, fornisce gli elementi di comprensione, insegna i segreti della ricerca, svela i tranelli della disinformazione, addestra all’elaborazione di pensiero, conduce il dibattito alla luce dei valori, aiuta a fare intravedere gli scenari futuri e le soluzioni possibili.

«Futuro»: ecco un’altra parola chiave della scuola democratica. La scuola dei saperi tiene la faccia rivolta al passato e spesso al passato remoto perché il suo obiettivo è il mantenimento dello status quo. La scuola della sovranità popolare, invece, la tiene rivolta al futuro, perché il suo scopo è formare dei ragazzi che sappiano individuare e risolvere i problemi del loro tempo. Per questo la scuola deve concentrarsi sull’attualità con tre obiettivi di fondo: fare capire le ragioni, gli interessi, le concezioni, i meccanismi che hanno portato alla situazione presente; le conseguenze possibili nel medio e lungo periodo le possibili soluzioni.

È triste constatare come a distanza di 40 anni, “Lettera a una professoressa” sia ancora più attuale di prima a proposito di una scuola che sta letteralmente tornando indietro, che sta nuovamente diventando classista, autoritaria e selettiva.

Solo la partecipazione può interrompere questo processo reazionario. Serve un’opposizione unita e tenace formata non solo da professori, genitori e studenti, ma di tutti i cittadini, perché la scuola è un fatto di tutti. Un bene comune da salvaguardare con cura perché la società del domani dipende dalla scuola di oggi.

Tratto dall’articolo “La scuola secondo Francuccio Gesualdi” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Il video non è relativo alla scuola ma è comunque interessante…

Quella svolta autoritaria decisa dalle banche (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Rich Uncle Pennybags” by Sean Davis – flickr.com

Continuo a ribloggare alcuni articoli  e video sul nostro paese tratti dal Blog di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/.

“Quella svolta autoritaria decisa dalle banche ” di Francesco Gesualdi.

In Italia è in atto una svolta autoritaria. Lo dimostra la nuova legge elettorale in costruzione. Lo dimostra la fretta con la quale si vuole chiudere il senato. Lo dimostra la manipolazione delle parole per trasformare un attacco alla democrazia in un’operazione di contenimento di costi.

E’ la tecnica dell’inganno tipica del marketing che tenta di piazzare il prodotto facendo leva su desideri, sogni, repulsioni. Una tecnica ben appresa da Renzi, che sfrutta i sentimenti di indignazione, paura, anelito di sicurezze, per estorcere il consenso popolare su riforme fatte passare come lotta alla casta mentre sono veri e propri attacchi alla democrazia.

E’ vero che Senato e Camera costano. Ma non per le loro funzioni, bensì per i privilegi che i loro componenti si sono assicurati. E l’abbattimento di costi era giusto ottenerlo non chiudendo un ramo del parlamento che è garanzia di democrazia, ma riducendo seriamente gli stipendi dei parlamentari al livello dei salari medi in vigore nel paese che ruotano attorno a 20mila euro l’anno. Con stipendi finalmente uguale a tutti gli altri, i parlamentari capirebbero i bisogni della gente e la smetterebbero di fare leggi sempre a favore dei ricchi contro i più deboli.

L’incrocio con la legge elettorale, che con un sbarramento all’8% negherà la rappresentanza a larghi strati della popolazione, mentre il premio di maggioranza a chi vincerà il ballottaggio assicurerà il governo a minoranze ristrette, rivela che l’obiettivo è concentrare il potere nelle mani di pochi che finalmente liberi da presenze scomode potranno decidere in fretta. Ma a favore di chi?

E qui la mente non può fare a meno di tornare ad un documento scritto nel maggio 2013 dal gruppo di ricerca economico interno a JP Morgan. Prima banca degli Stati Uniti, il suo patrimonio ammonta a oltre 2mila miliardi di dollari, l’equivalente del debito pubblico italiano. E benché pluricondannata per truffe (l’ultima in ordine di tempo quella del 19 novembre 2013 quando patteggiò una multa di 13 miliardi di dollari col dipartimento della giustizia statunitense) si permette di dare indicazioni alle nazioni rispetto a ciò che devono fare per recuperare quella solidità economica che per le banche è di fondamentale importanza per continuare ad incassare interessi da governi, famiglie ed imprese.

Il documento redatto da JP Morgan, dopo avere sottolineato l’esigenza che la zona euro torni a crescere secondo una logica di competitività, indica anche i passi che devono essere compiuti per raggiungere questo obiettivo. L’aspetto sorprendente è che un paragrafo è dedicato anche alla politica. Passaggio eloquente, che vale la pena leggere per intero: “All’inizio della crisi, era opinione diffusa che i problemi fossero solo di natura economica. Ma con l’evolvere della situazione è divenuto chiaro che ci sono anche profondi problemi politici ,soprattutto nei paesi europei di periferia. Problemi che a nostro avviso debbono essere risolti se l’unione monetaria vuole funzionare correttamente nel lungo periodo. I sistemi politici in vigore nei paesi europei periferici (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) sono stati strutturati all’insegna delle esperienze vissute sotto le dittature. Perciò le loro costituzioni hanno una forte impronta socialista derivante dalla forza che i partiti di sinistra avevano subito dopo la caduta dei regimi fascisti. Ne deriva che i sistemi politici in vigore in questi paesi sono caratterizzati da governi nazionali deboli, governi centrali incapaci di farsi valere nei confronti di quelli locali, diritti dei lavoratori garantiti per via costituzionale, sistemi di consenso che alimentano il clientelismo politico e per finire il diritto di protestare se sono apportati cambiamenti non graditi all’assetto esistente. La crisi ha messo in evidenza tutti i limiti di questo quadro politico. Lo dimostra il fatto che i governi nazionali dei paesi europei della periferia sono stati solo parzialmente capaci di introdurre le riforme fiscali ed economiche necessarie al consolidamento economico, perché contrastati dalle amministrazioni regionali e locali. Ma il cambiamento sta cominciando ad avere il sopravvento. La Spagna ha preso provvedimenti per affrontare alcune contraddizioni del periodo post-franchista, cominciando ad introdurre una legislazione che permette al governo centrale di avere maggiore controllo sulla gestione fiscale e di bilancio delle strutture regionali. Ma fuori dalla Spagna, fino ad ora è successo ben poco. Il banco di prova sarà l’Italia dove i prossimi governi dovranno dimostrare di sapere avviare riforme politiche significative.”

Riassumendo, l’ordine del sistema finanziario è: governi centrali più forti, capacità decisionale rapida senza oppositori, demolizione dei diritti dei lavoratori. Esattamente ciò che sta realizzando il governo Renzi con la nuova legge elettorale, con l’abolizione del Senato, con la riforma del capitolo V della Costituzione relativo a province, comuni, regioni, con le riforme sul mercato del lavoro.

La finanza ordina, la politica esegue. Entrambi d’accordo per prendersi gioco del popolo che acclama beato il pifferaio di turno.

Tratto dall’articolo “Quella svolta autoritaria decisa dalle banche” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Tony Wolf Pinocchio and other tales 1990 ill pg 16” by janwillemsen – flickr

Come ho scritto nel post di ieri in questi giorni vorrei ribloggare alcuni articoli sulla nostra situazione democratica ed economica tratti dal Blog di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani e fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/.

“Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco” di Francesco Gesualdi.

In Francia la destra nazionalista avanza anticipando le tendenze delle prossime elezioni europee. Hollande cerca di correre ai ripari con un rimpasto di governo. Ma si tratta di pannicelli caldi. La sinistra non ha ancora capito che non è un problema di persone, ma di politica. Ha scelto il neoliberismo ed oggi ne raccoglie i frutti.

Cominciamo col precisare che in Europa non sta vincendo il nazionalismo xenofobo, ma la paura. La paura di sprofondare sempre più giù nella palude dell’insicurezza. In Europa il disagio sociale sta avanzando ovunque: sotto forma di miseria, disoccupazione, microcriminalità. I numeri sono impietosi: 27 milioni di lavoratori (11% della forza lavoro) cercano lavoro senza trovarlo, 125 milioni di persone sono risucchiati nella povertà, proliferano i neet, i giovani fra i 15 e i 29 anni che né lavorano né studiano. 94 milioni stando alla statistiche del 2011. Chi qualche sicurezza l’ha conservata, osserva attonito e si chiede “quanto tempo ancora prima che capiti anche a me la stessa sorte?”.

Quando soffia l’uragano non si perde tempo dietro a chi ci propina lezioni sul cambiamento climatico. Si dà ascolto a chi ti offre una soluzione semplice per metterti al riparo e se salta fuori quello che dice che la soluzione sta nel rinchiudersi in una grotta, gli si va dietro senza stare a guardare cosa c’è dentro. Ci si va e basta perché pare la proposta più di buon senso. Così sta vincendo la destra populista, perché indica nemici che si possono toccare con mano e prospetta delle soluzioni semplici. Poi fra venti anni la gente scoprirà che era tutto un inganno, ma sarà troppo tardi.

Noi sappiamo che la grotta prospettata dalla destra è infestata da scorpioni velenosi e che i nemici indicati sono solo dei diversivi. Ma per essere credibili dobbiamo distinguerci dalla sedicente sinistra che in questi anni ha avallato, sposato, protetto, tutti i meccanismi che hanno provocato l’uragano. Ha rinnegato il primato dell’economia pubblica per regalare i beni comuni e i servizi pubblici alle imprese private. Ha demolito il sistema di sicurezza sociale pazientemente costruito in 30 anni di socialdemocrazia per buttarci fra le braccia dei cacciatori di capitali da fare fruttare a vantaggio dei propri azionisti. Ha abolito le leggi che regolamentavano l’attività bancaria per consentire alla finanza speculativa di prendere il sopravvento su tutto. Ha permesso che in Europa valesse solo la legge della concorrenza, trasformando l’euro in mezzo di sopraffazione dei forti contro i deboli. Ha lasciato che la globalizzazione, in un mondo di disuguali, si trasformasse in una gigantesca guerra fra poveri. Ha permesso che i cittadini venissero depredati per permettere ai signori della finanza di vivere alle spalle della comunità in nome del debito. In una parola che si è totalmente prostrata al dio mercato ed ha lasciato che diventasse l’unica forza di governo del mondo. Ed oggi che le grandi multinazionali produttive, commerciali e finanziarie sono libere di scorrazzare per il mondo inseguendo solo la loro legge del profitto, dell’aumento di ricavi, della riduzione dei costi, noi, i cittadini, abbiamo fatto tutti la fine dei pesci nella rete di Mangiafuoco. Siamo presi per i piedi ed esaminati a testa in giù. Se Mangiafuoco valuta che possiamo servirgli per i suoi scopi di profitto ci lascia in vita, altrimenti non ci butta neanche nella padella. Ci getta semplicemente nel monte dell’immondizia ad arrampicarci sugli altri sventurati. Un verminaio umano tutti impegnati a cercare di risalire la superficie per prendere qualche boccata d’ossigeno mentre spingiamo gli altri sempre più giù.

In questo contesto, le manovre degli arrampicatori dell’ultim’ora, che cercano qualche anno di potere personale propinando alla gente altro populismo di sinistra, ossia piccoli contentini per nascondere il loro progetto di rafforzamento del mercato, fanno cascare letteralmente le braccia. E bene ha fatto la lista Tsipras a non voler inserire nel proprio logo il nome sinistra, ormai così fuorviante. Ma urge fare rinascere una cultura della solidarietà, di attenzione per i diritti, per i beni comuni, perché solo da qui si può ripartire per correggere le storture create dal liberismo selvaggio.

Tratto dall’articolo “Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Se Francesco (Francuccio) Gesualdi si candida alle elezioni…

Francesco (Francuccio) Gesualdi - Foto presa da Internet
Francesco (Francuccio) Gesualdi – Foto presa da Internet

Francesco Gesualdi   è un ex-allievo della Scuola di Barbiana (chiamato Francuccio negli scritti di Don Milani) che dagli anni ’70 ha fondato  e coordinato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo: un centro di documentazione e studio che, attualizzando gli insegnamenti di Don Milani, si occupa di consumo critico, sottosviluppo, lavoro minorile, diritti umani e dei lavoratori, ambiente e soprattutto del comportamento e del potere delle multinazionali. Dal prezioso lavoro del Centro sono nati moltissimi volumi sulle ingiustizie che derivano dalla nostra economia liberista e su quello che noi consumatori possiamo fare, nel nostro piccolo, per mettere a posto le cose: un esempio per tutti è la Guida al Consumo Critico, una sorta di “Bibbia” che passa in rassegna il comportamento di molti dei marchi che troviamo negli scaffali dei supermercati. Francesco Gesualdi   è stato, con Alex Zanotelli, il fondatore di Rete Lilliput, rete di associazioni e cittadini che combattono la disuguaglianza nel mondo.

Francesco Gesualdi  si candida alle prossime elezioni europee con la Lista Tsipras ed è una di quelle notizie che indicano la gravità della situazione economica e democratica attuale. Le varie anime della sinistra hanno sempre cercato di tirare per la giacchetta Gesualdi nelle elezioni e non ci sono mai riuscite. Francuccio ha sempre declinato l’invito, è rimasto indipendente e per una vita ha continuato a svolgere il suo lavoro di infermiere, fino a quando non è andato in pensione. Anche le attività del Centro Nuovo Modello di Sviluppo Gesualdi le ha svolte nel proprio tempo libero. Avrebbe potuto fare carriera in politica o nel sindacato, come ha fatto il fratello Michele e invece ne è rimasto sempre lontano.

Con queste premesse, se Gesualdi si è candidato alle elezioni europee vuol dire che:

  1. La situazione è talmente drammatica che non bastano più il consumo critico e i boicottaggi per incidere su questa economia che devasta le nostre vite.
  2. La Lista Tsipras è davvero diversa dagli altri partiti e forse è davvero pluralista, nata dal basso e senza padroni.

La candidatura di Francesco Gesualdi ha già prodotto un ottimo risultato: un blog pieno di interessanti articoli sulla situazione economica attuale e sulle prospettive per l’Europa. Si tratta di analisi e soluzioni in controtendenza con quelle degli economisti di “sistema”… Vale la pena leggerle, anche se la pensate diversamente da Francesco Gesualdi (e magari non lo voterete): giusto per sapere cosa potrebbe riservarci il futuro (in bene o male)…

Il blog di Francesco Gesualdi

p.s. molto probabilmente nei prossimi giorni vi posterò alcuni degli articoli più interessanti tratti da questo blog

Il messaggio di Alex Zanotelli per la Pasqua 2012.

Foto "Money and Religion" by World of Oddy - flickr
Foto "Money and Religion" by World of Oddy - flickr

Il blog augura a tutti i lettori e alle loro famiglie una serena Pasqua e vista la crisi imperante lo fa in modo provocatorio, postando il messaggio di Pasqua di Padre Alex Zanotelli. Nel rinnovarvi gli Auguri vi invito a leggerlo e a rifletterci un po’ su… Buona Pasqua!

LA DITTATURA DELLA FINANZA : abbiamo tradito il Vangelo? di P. Alex Zanotelli

In questo periodo quaresimale sento l’urgenza di condividere con voi una riflessione sulla ‘tempesta finanziaria’ che sta scuotendo l’Europa, rimettendo tutto in discussione: diritti, democrazia, lavoro… In più arricchendo sempre di più pochi a scapito dei molti impoveriti. Una tempesta che rivela finalmente il vero volto del nostro Sistema: la dittatura della finanza.

L’Europa come l’Italia è prigioniera di banche e banchieri. E’ il trionfo della finanza o meglio del Finanzcapitalismo come Luciano Gallino lo definisce :“Il finanzcapitalismo è una mega-macchina ,che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni, allo scopo di massimizzare e accumulare sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia del maggior numero di esseri umani sia degli eco-sistemi.” Estrarre valore è la parola chiave del Finanzcapitalismo che si contrappone al produrre valore del capitalismo industriale, che abbiamo conosciuto nel dopoguerra. E’ un cambiamento radicale del Sistema!
Il cuore del nuovo Sistema è il Denaro che produce Denaro e poi ancora Denaro. Un Sistema basato sull’azzardo morale, sull’irresponsabilità del capitale , sul debito che genera debito. E’ la cosidetta “Finanza creativa” , con i suoi ‘pacchetti tossici’ dai nomi più strani (sub-prime, derivati, futuri, hedge-funds…) che hanno portato a questa immensa bolla speculativa che si aggira, secondo gli esperti, sul milione di miliardi di dollari! Mentre il PIL mondiale si aggira sui sessantamila miliardi di dollari. Un abisso separa quei due mondi:il reale e lo speculativo. La finanza non corrisponde più all’economia reale. E’ la finanziarizzazione dell’economia.
Per di più le operazioni finanziarie sono ormai compiute non da esseri umani, ma da algoritmi, cioè da cervelloni elettronici che, nel giro di secondi, rispondono alle notizie dei mercati. Nel 2009 queste operazioni, che si concludono nel giro di pochi secondi, senza alcun rapporto con l’economia reale, sono aumentate del 60% del totale. L’import-export di beni e servizi nel mondo è stimato intorno ai 15.000 miliardi di dollari l’anno. Il mercato delle valute ha superato i 4.000 miliardi al giorno: circolano più soldi in quattro giorni sui mercati finanziari che in un anno nell’economia reale. E’ come dire che oltre il 90% degli scambi valutari è pura speculazione.

Penso che tutto questo cozza radicalmente con la tradizione delle scritture ebraiche radicalizzate da Gesù di Nazareth. Un insegnamento, quello di Gesù, che, uno dei nostri migliori moralisti,don Enrico Chiavacci, nel suo volume Teologia morale e vita economica , riassume in due comandamenti, validi per ogni discepolo: “Cerca di non arricchirti” e “Se hai, hai per condividere” Da questi due comandamenti , Chiavacci ricava due divieti etici: “divieto di ogni attività economica di tipo esclusivamente speculativo” come giocare in borsa con la variante della speculazione valutaria e “divieto di contratto aleatorio”. Questo ultimo Chiavacci lo spiega così: ”Ogni forma di azzardo e di rischio di una somma, con il solo scopo di vederla ritornare moltiplicata, senza che ciò implichi attività lavorativa, è pura ricerca di ricchezza ulteriore”. Ne consegue che la filiera del gioco, dal ‘gratta e vinci’ al casinò è immorale. Tutto questo, sostiene sempre Chiavacci “cozza contro tutta la cultura occidentale che è basata sull’avere di più. Nella cultura occidentale la struttura economica è tale che la ricchezza genera ricchezza”.

Noi cristiani d’Occidente dobbiamo chiederci cosa ne abbiamo fatto di questo insegnamento di Gesù in campo economico-finanziario. Forse ha ragione il gesuita p. John Haughey quando afferma :”Noi occidentali leggiamo il vangelo come se non avessimo soldi e usiamo i soldi come se non conoscessimo nulla del Vangelo.” Dobbiamo ammettere che come chiese abbiamo tradito il Vangelo, dimenticando la radicalità dell’insegnamento di Gesù :parole come ” Dio o Mammona,”o il comando al ricco:”Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri”. In un contesto storico come il nostro, dove Mammona è diventato il dio-mercato, le chiese, eredi di una parola forte di Gesù, devono iniziare a proclamarla senza paura e senza sconti nelle assemblee liturgiche come sulla pubblica piazza.
L’attuale crisi finanziaria “ha rivelato comportamenti di egoismo, di cupidigia collettiva e di accaparramento di beni su grande scala-così afferma il recente Documento del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace( Per una riforma del Sistema finanziario e monetario internazionale). Nessuno può rassegnarsi a vedere l’uomo vivere come ‘homo homini lupus’ ”.

Per questo è necessario passare, da parte delle comunità cristiane, dalle parole ai fatti, alle scelte concrete, alla prassi quotidiana: ”Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”(Matteo 7,21). Come Chiese,dobbiamo prima di tutto chiedere perdono per aver tradito il messaggio di Gesù in campo economico-finanziario, partecipando a questa bolla speculativa finanziaria (il grande Casinò mondiale). Ma pentirsi non è sufficiente, dobbiamo cambiare rotta, sia a livello istituzionale che personale.

A livello istituzionale (diocesi e parrocchie):
-promuovendo commissioni etiche per vigilare sulle operazioni bancarie ;
-invitando tutti al dovere morale di pagare le tasse;
-ritirando i propri soldi da tutte le banche commerciali dedite a fare profitto sui mercati internazionali;
– investendo i propri soldi in attività di utilità sociale e ambientale, rifiutandosi di fare soldi con i soldi;
– collocando invece i propri risparmi in cooperative locali o nelle banche di credito; cooperativo;
-privilegiando la Banca Etica, le MAG (Mutue auto-gestione) o le cooperative finanziarie;
-rifiutando le donazioni che provengono da speculazioni finanziarie, soprattutto sul cibo, come ha detto recentemente Benedetto XVI nel suo discorso alla FAO.

A livello personale ogni cristiano ha il dovere morale di controllare:
-in quale banca ha depositato i propri risparmi;
– se è una” banca armata”, cioè investe soldi in armi;
– se partecipa al grande casinò della speculazione finanziaria;
– se ha filiali in qualche paradiso fiscale;
– se ottiene i profitti da ‘derivati’ o altri ‘pacchetti tossici’.

Le banche, che dopo aver distrutto la nostra economia, sono tornate a fare affari– scrive il pastore americano Jim Wallis- devono ricevere un chiaro messaggio che noi troviamo la loro condotta inaccettabile. Rimuovere i nostri soldi può fare loro capire quel messaggio.”

Ha ragione don Enrico Chiavacci ad affermare: ”Questa logica dell’avere di più e della massimizzazione del profitto si mantiene attraverso le mille piccole scelte, frutto di un deliberato condizionamento. Le grandi modificazioni strutturali, assolutamente necessarie, non potranno mai nascere dal nulla: occorre una rivoluzione culturale capillare. Se è vero che l’annuncio cristiano portò all’abolizione della schiavitù, non si vede perché lo stesso annuncio non possa portare a una paragonabile modificazione di mentalità e quindi di strutture. Il dovere di testimonianza, per chi è in grado di sfuggire a una presa totale del condizionamento, è urgente”.

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti!

Alex Zanotelli
Napoli,22 marzo 2012

tratto dall’articolo “LA DITTATURA DELLA FINANZA : abbiamo tradito il Vangelo? di P. Alex Zanotelli” pubblicato sul sito http://www.giovaniemissione.it

L’appello di Alex Zanotelli per i due referendum sull’acqua.

La bellezza dell’iniziativa dei referendum sull’acqua pubblica e più in generale delle attività legate al tema dell’acqua come bene comune, è che fin dalla raccolta delle firme per il referendum ma ancora prima per la proposta di legge popolare in Toscana, si è trattato di argomenti nati e cresciuti da comitati di gente comune. Persone  come me e come voi,  magari di estrazioni culturali, politiche e religiose diversissime,   si sono riunite sotto il tema comune dell’acqua e senza il sostegno dei partiti e delle istituzioni si sono impegnate in prima persona per raccogliere le firme e portare alle urne milioni di italiani sul tema dell’acqua. Certi partiti prima hanno ignorato i comitati, li hanno  combattuti e alla fine, rendendosi conto della portata dell’iniziativa, si  sono accodati verso il Si ai quesiti  referendari…

Personalmente se dovessi scegliere una voce e un volto che rappresenti tutta questa bellissima galassia di migliaia di persone, comitati e gruppi che si stanno spendendo per l’acqua bene comune, sceglierei sicuramente il missionario comboniano Alex Zanotelli che da anni si batte su queste tematiche. Perchè? Perchè è un uomo mite, semplice e che ad una prima impressione sembra fragile: invece basta sentirlo parlare per capire  tutta la determinazione e   la forza che ha dentro di sé.

Vi lascio perciò con l’appello di Alex Zanotelli a favore  del SI ai due referendum sull’acqua pubblica. Perchè se le persone semplici, miti uniscono le loro forze e la loro determinazione, come ha scritto qualcuno su Internet, “…alle multinazionali dell’acqua e del nucleare gli possiamo fare un quorum così…”

Andate a votare, portate con voi nonni, vicini, parenti e amici,  per raggiungere il quorum e…. votate 4 SI!

foto "4 SI per dire NO!" by Jekyll283 - flickr
foto "4 SI per dire NO!" by Jekyll283 - flickr