Roma: sgomberi, migranti e violenza…

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Foto “Souvenirs” by Alexander Edward – Flickr

Tornato dalle ferie e ripreso il solito tran tran quotidiano, avevo messo mano a due o tre bozze di post da pubblicare sul blog. Mi sono però imbattuto in un bellissimo articolo scritto dalla giornalista Francesca Fornario sul caso degli sgomberi dei migranti a Roma della scorsa settimana e mi è sembrato giusto condividerlo, perchè secondo me merita… Buona lettura!

“Migranti Roma, agli sgomberi io c’ero e ho visto chi sono i violenti” di Francesca Fornario

“Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio“, grida il poliziotto durante lo sgombero. Il bilancio delle cariche a piazza Indipendenza sarà infatti di piedi e nasi rotti, lividi che passeranno e ferite che no, perché si cancella il sangue dall’asfalto ma non il segno che lascia assistere, da bambino, alle manganellate inflitte a tuo padre dai poliziotti armati che irrompono in casa all’alba (è questo che ricorderanno le decine di bambini portati via a forza dallo stabile in cui vivevano da cinque anni).

E tutti, sui social, a prendere le parti, convinti da una narrazione giornalistica sciatta e in malafede che le parti in campo fossero poliziotti contro migranti, “Che però uno ha lanciato una bombola del gas”. “Che però era vuota”. Convinti che tra loro vadano cercati i violenti. Le testimonianze dei presenti circolano secondo la risonanza che trovano: “Ma quella donna l’hanno sbattuta a terra con l’idrante e poi le usciva il sangue dal naso e da un’orecchio!” (commento su Facebook). “La carezza del poliziotto a una migrante disperata” (home page di Repubblica).

A piazza indipendenza io c’ero. Avrei potuto scrivere ieri di quello che ho visto, ho preferito scrivere oggi di quello che so, perché temo che si scriva solo degli effetti e non delle cause; solo della violenza in piazza – raccontata con parole sbagliate: “gli scontri”, che in realtà sono cariche, una parte armata ne carica una disarmata – e non, invece, della violenza più impetuosa e virulenta che innesca le cariche, generando l’esclusione sociale che porta alle occupazioni abusive e agli sgomberi.

Il termine “violenza” ha, sul vocabolario, due sfumature di senso. Violenza è la furia aggressiva delle cariche e dei manganelli, quella di quando chi la esercita e chi la subisce vengono immortalati nella stessa inquadratura, consentendo a chi commenta la foto sui social di discettare su chi ha aggredito chi. Ma questa violenza di piazza non esisterebbe senza quell’altra, più esecrabile perché esercitata da chi avrebbe il compito di “rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza tra i cittadini e impediscono il pieno di sviluppo della persona”, come recita la Costituzione. La violenza dei poliziotti non si abbatterebbe sui profughi, sugli studenti, sui lavoratori in sciopero se non fosse preceduta dalla violenza dei governanti: dall’abuso, la prevaricazione, la violazione del diritto. “Violenza” è violare la Costituzione che contempla la casa e il lavoro tra i diritti fondamentali – come il diritto dell’esule a ricevere protezione – bloccando l’assegnazione delle case popolari e sbloccando le concessioni edilizie ai palazzinari.

Violenza è la prevaricazione dei molto ricchi sui molto poveri, il privilegio metodicamente concesso per legge ai più facoltosi, anche tra gli immigrati: gli stranieri con grandi patrimoni vengono invitati a stabilire in Italia la residenza godendo di un formidabile sconto sulle tasse per poter fare la bella vita; gli stranieri senza grandi patrimoni vengono respinti nei paesi dai quali fuggono per sopravvivere. Questa violenza feroce non si accanisce solo sui migranti ma sui poveri in genere, perché il potere – a differenza dei poveri cristi che umilia e perseguita – non è razzista: è classista. Agli sceicchi arabi le istituzioni destinano lo scudo, ai profughi eritrei il manganello, a chi costruisce ville abusive lo scudo e ai senza tetto che occupano uno stabile abbandonato il manganello.

Mai il contrario: avete mai visto la polizia caricare i banchieri che truffano i pensionati o pestare gli industriali che sfruttano i lavoratori? “Creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all’abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso”, recita una sentenza della Corte costituzionale (n. 217 del 25 febbraio 1988).

Questo “diritto inviolabile all’abitazione” viene invocato per il miliardario che non paga tasse sulla prima casa e calpestato per l’esule del quale le istituzioni dovrebbero farsi carico: violato per l’esule sotto protezione come per il cassaintegrato sotto sfratto, per il precario che vive con i genitori perché senza un contratto stabile la banca non concede il mutuo e via elencando le miserie dei miseri che si accaniscono gli uni contro gli altri invece di coalizzarsi per ribellarsi a chi li riduce in miseria.

La violenza andata in scena a Roma – e nel resto del Paese – è questa. La sistematica difesa del privilegio, il pervicace oltraggio del diritto. Sono queste le cause dell’emergenza abitativa che – come ho scritto qui – non è un’emergenza: non è un accidente imprevisto ma è il frutto di precise scelte politiche. È vile prendersela con chi per disperazione ha lanciato una bombola, è troppo comodo prendersela solo con la Polizia. Bisogna condannare i violenti che hanno fermato l’assegnazione delle case popolari esistenti e impedito che se ne costruissero di nuove con fondi già destinati e su aree pubbliche di piccole dimensioni perché “Siamo contro il consumo di suolo” e, contemporaneamente, hanno accordato ai privati il permesso di cementificare 20 ettari di suolo per costruire lo stadio.

Con i violenti che tolgono un tetto sopra la testa a decine di famiglie per restituirlo a un fondo immobiliare che ne farà un centro commerciale. Con i violenti che hanno scritto e votato una legge concepita allo scopo di respingere gli esuli lasciandoli morire in mare e nelle carceri libiche. Con i violenti che hanno scritto e votato una legge che consentire lo sfruttamento dei richiedenti asilo (è di ieri il caso della cooperativa di Treviso che proponeva alle aziende del territorio ragazzi “gentili, umili, volenterosi, con un’ottima resistenza fisica e che non avanzano alcuna pretesa dal punto di vista retributivo, professionale o di turnazione” disposti ad accettare una paga di 400 euro al mese), ultima di molte leggi violente scritte per consentire lo sfruttamento di tutti i lavoratori.

I violenti sono quelli che mandano in pensione a 68 anni un metalmeccanico che lavora all’altoforno – condizione che determina una riduzione dell’aspettativa di vita di sette anni – e non ci mandano affatto un precario. Sono quelli che poi mandano la polizia a caricare migranti, metalmeccanici e precari. “Devono sparire”, ha detto ai suoi il poliziotto riferendosi ai rifugiati, come direbbe un netturbino diligente dei mozziconi di sigaretta. La violenza delle manganellate contro gli inermi è l’inevitabile conseguenza del reagire alla povertà come si reagisce allo sporco sui marciapiedi, trattando gli esseri umani peggio delle cose: picchiando i primi per proteggere le seconde.

Le manganellate, quando si affida la gestione del disagio abitativo a persone armate di manganello, non sono un incidente. La violenza non è un incidente. È il nuovo – vecchissimo – imperativo morale del potere. Dopo il fascismo, avevamo scritto una Costituzione che aveva tra gli scopi più nobili quello di combattere le disuguaglianze e la povertà. L’abbiamo tradita per combattere i poveri. Con una furia che oltre che ignobile è demenziale: dopo 20 anni di leggi e politiche che hanno diligentemente concesso sconti e agevolazioni fiscali ai ricchi, precarizzato il lavoro, compresso i salari e i diritti, alimentato le speculazioni immobiliari, fermato l’edilizia popolare, tagliato i servizi e l’assistenza mentre si acquistavano cacciabombardieri tornado, i poveri sono triplicati. Sono quasi cinque milioni gli italiani in povertà assoluta, circa otto quelli in povertà relativa, più di dodici quelli che rinunciano alle cure mediche perché non possono permettersele. Gli stessi che hanno votato e scritto le leggi che hanno moltiplicato i poveri, sguinzagliano in strada i poliziotti per farli sparire.

A Roma la polizia è stata schierata contro i profughi senza casa, in difesa del capitale di un fondo immobiliare, a conclusione di un ciclo storico coerente: prima abbiamo invaso e saccheggiato l’Etiopia e l’Eritrea, depredato quei paesi di ogni risorsa, riducendo in schiavitù donne e bambine. Poi abbiamo armato e finanziato il regime di un dittatore sanguinario come Afewerki, accusato dall’Onu di crimini contro l’umanità. Infine, abbiamo sfrattato i profughi etiopi e eritrei che la legge ci impone di accogliere e proteggere (la legge, non il buon cuore) e manganellato quelli che resistevano allo sfratto. Il tutto, da un secolo a questa parte, per accumulare ricchezze nelle mani di pochi sempre più ricchi a scapito dei molti sempre più poveri.
La violenza inferta ogni giorno da chi dovrebbe proteggerci è questa e il razzismo, oggi come allora, è solo il veleno iniettato alle masse attraverso la propaganda mediatica per evitare che ogni povero si accorga che ogni altro povero gli somiglia.

P.s.: Qualche giorno fa, preoccupati per l’attacco alle Ong, abbiamo scritto un appello. Lo abbiamo firmato quasi in quindicimila. Tra i primi, lo hanno condiviso Erri De Luca, Vauro, Michela Murgia, Padre Alex Zanotelli, Tomaso Montanari, Anna Falcone, Alberto Prunetti, Moni Ovadia, Marco Revelli, Livio Pepino, Marta Fana, Christian Raimo, Mauro Biani, Giulio Cavalli, Alessandro Gilioli. Tanti i portavoce di associazioni e le realtà di base impegnate nell’accoglienza, da Filippo Miraglia dell’Arci a Giuseppe De Marzo di Libera; Monica Di Sisto di Stop Tiip e Ceta, Patrizio Gonella di Antigone, Domenico Chionnetti della Comunità Don Gallo, Baobab Experience, l’Ex-Opg occupato di Napoli, la Casa Internazionale delle Donne, Tpo Bologna e Labas occupato, sindacati come Si Cobas, i segretari di molti partiti che mettono la questione sociale tra le priorità: Maurizio Acerbo di Rifondazione, Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, Giuseppe Civati di Possibile, DeMa: il movimento di Luigi De Magistris, gli europarlamentari de L’Altra Europa, tantissimi comuni cittadini, ricercatori, persone impegnate nell’accoglienza. La nostra preoccupazione non sembra condivisa dalla maggioranza delle persone. Non lo era nemmeno quella dei professori universitari che si opposero a Mussolini rifiutandosi di aderire al Fascismo: furono appena 12 su 1250. Moltissimi altri cambiarono idea, col tempo.

È qui, vi invito a firmarlo: www.progressi.org/iopreferireidino

Articolo “Migranti Roma, agli sgomberi io c’ero e ho visto chi sono i violenti” di Francesca Fornario pubblicato il 26 Agosto 2017 sul sito de “Il fatto quotidiano”

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Giornata mondiale della consapevolezza dell’Autismo.

Oggi 2 Aprile 2017 è la Giornata Mondiale della consapevolezza dell’Autismo. Come avrete notato in questo periodo sono assente dal blog e anche oggi arrivo buon ultimo, proprio nelle ore finali. Però volevo esserci comunque, per tutti i ragazzi autistici e per le loro famiglie, ma soprattutto per l’amica Milena e per ilsuoamorelorenzo. Non mi dilungo oltre, vi lascio con tre spot sull’autismo e vi rimando a Milena e alla sua sensibilità. Per tutta la prossima settimana lo sfondo del blog si colorerà di blu… per ricordare questa campagna solidale. E’ poca cosa… ma è fatta col cuore. Grazie a tutti!

Cambiamenti…

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Foto “IMG_1760” by Robert Couse-Baker – Flickr

Come qualcuno avrà notato (o forse no) da alcune settimane sono assente… Tranne alcuni articoli sull’altro blog sono latitante. Se dall’inizio dell’anno fino al 26 Febbraio  sono stato impegnato nel Daoyin, con la preparazione di una gara a Nonantola (qui un post), nei giorni successivi e anche attualmente sono occupato in una sorta di rivoluzione copernicana casalinga…

Da circa due o tre anni, quando arrivo nel periodo Gennaio-Marzo ho una serie di problemi di salute, leggeri ma fastidiosi. Inizialmente non ci ho fatto troppo caso, poi visto che la cosa diventava sempre più uggiosa ho fatto alcuni controlli e da una settimana sono arrivato ad una diagnosi… Il prick test ha  detto che, nel giro di un paio d’anni e ad un’età in cui credevo ormai fosse improbabile, sono entrato a far parte del club degli allergici! E siccome le cose vanno fatte perbene sono finito nel girone degli allergici 365 giorni all’anno perchè allergico agli acari della polvere e della farina…

A parte i farmaci, sono uscito dall’ambulatorio con una lista infinita di cose da fare a casa: via i materiali naturali dal letto (ammessi solo materassi e cuscini in memory o lattice, coperte e piumoni in sintetico), via il più possibile di tappeti, cuscini e divani; tende possibilmente solo a vetri. Ma il peggio doveva ancora venire: togliere il più possibile di soprammobili, chincaglierie che prendono la polvere e soprattutto via la carta! Che nel mio caso vuol dire soprattutto argh… VIA I LIBRI, che in realtà sono concessi solo se conservati al chiuso, dentro librerie con sportelli o in scatole (logicamente non di cartone).

Sono alcuni anni che sentivo dentro di me l’esigenza di fare un po’ di decluttering in casa  e sinceramente avevo anche comprato la Bibbia sull’argomento, ovvero  “Il magico potere del riordino” di Marie Kondo che però giace non letto in una delle suddette librerie. In realtà dentro di me combattevano tre personalità: colui che sentiva l’esigenza di una casa più vuota e di una vita più semplice, il collezionista che amava conservare e catalogare le cose (che magari potevano tornare utili nel futuro) e l’ecologista che quando andava buttato qualcosa, prima di usare la discarica voleva scambiare, regalare etc… Come conseguenza il mio decluttering è stato molto blando: oggetti scambiati su www.coseinutili.it con tempi biblici, oppure libri scambiati al bookcrossing, dove per quattro volumi portati negli scaffali del mio quartiere ne riprendevo sempre uno o due… Alla fine il risultato di questo decluttering, fatto a ritmi di un bradipo, era quasi invisibile perchè lo spazio liberato dagli oggetti scambiati o donati veniva presto riempito da altri nuovi oggetti.

Insomma, per darmi una smossa ci voleva proprio questa situazione… Rispolverato il libro di Marie Kondo mi sono messo in moto e ho cominciato a fare scatoloni: alcuni per la discarica, molti altri per  il mercatino solidale di Mani Tese e pochissimi oggetti per coseinutili.it. E poi l’idea peggiore, quella che quasi odio: passare agli ebook, … Maledetto acaro!

p.s. In realtà penso che questa situazione torni buona anche per il blog… Dovendo dare via un tot di libri, riviste e quaderni cosa c’è di meglio che trasferire gli appunti interessanti sul blog dove non prendono la polvere e possono essere condivisi?

Una serata movimentata.

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Foto “festival” by d – flickr

Ieri, mentre voi stavate guardando Sanremo, io ho avuto una serata alquanto movimentata. Dopo 9 ore in ufficio e 2 in palestra rientro a casa per cena verso le 21.00. La famiglia sta già mangiando perchè mia figlia alle 21.30 deve andare a lezione di ballo. Praticamente io e lei ci diamo il cambio alla tavola… Non fa a tempo ad uscire che squilla il telefono: «Babbo, mamma, scendete giù che nel parcheggio dietro casa c’è un uomo sdraiato in terra che non si muove. Io vado a ballo, pensateci voi.»

Ci infiliamo i giubbotti prendiamo le chiavi e scendiamo nel parcheggio pubblico dove, in un angolo buio, troviamo un uomo in terra, disteso su un fianco accanto ad un’auto. E’ bello corpulento e non si vede nemmeno la faccia perchè è di schiena e il volto è rivolto verso il pneumatico anteriore. Mi avvicino e domando: «Si sente bene? Vuole una mano?» L’uomo risponde, con una voce un tantinello traballante, che non riesce ad alzarsi e che non ha una gamba.  Cerco di rialzarlo ma è troppo pesante e mia moglie non può aiutarmi perchè in queste settimane soffre di mal di schiena tanto che ha smesso di venire anche in palestra. Mi guardo intorno: alcune persone passano in bici, altre in motorino, ma non si ferma nessuno. Ad un certo punto si fa avanti un ragazzo gentilissimo: avrà si e no una venticinquina di anni ed è di colore, forse abita nel piccolo centro di accoglienza dall’altro lato del parcheggio. Insieme riusciamo a tirare su quest’uomo e capiamo immediatamente due cose: dalla protesi rimasta sull’asfalto, che è davvero senza una gamba e dal fiato che, come si dice dalle mie parti, è “briaco come un tegolo”. La situazione è in stallo: l’uomo per muoversi deve rimettersi la protesi ma lì, in piedi e sostenuto a braccia da noi due proprio è impossibile. Proponiamo di portarlo su una panchina nel giardinetto a circa venti metri ma lui non si fida e tra parole strascicate e vampate di alcool, ci dice di rimetterlo a sedere sull’asfalto con la schiena appoggiata alla macchina. Mentre io lo sostengo perchè non cada, il ragazzo di colore, con una delicatezza e una precisione infinita lo aiuta a tirarsi su i jeans e a infilare il ginocchio nella protesi. Terminata questa operazione lo risolleviamo di nuovo, anche se non è per niente facile… Se vado in palestra a fare taiji e daoyin invece che sollevamento pesi, un motivo ci sarà. Una volta alzato, l’uomo ci chiede di lasciarlo e con delicatezza molliamo la presa, convinti che ricadrà di nuovo… Traballa, tentenna,  ma poi grazie alla stampella che era finita sotto l’auto trova un equilibrio abbastanza stabile.

L’uomo ci spiega che la macchina a cui era appoggiato è la sua e che è inciampato andando ad aprire lo sportello. Come ultimo favore ci chiede di aiutarlo a sedersi. Anche infilare un omone di circa 100 kg in un’utilitaria è una bella impresa, ma ci riusciamo. Il ragazzo di colore chiede al signore se si sente in grado di guidare o se è meglio che guidi qualcun altro, dicendo che però lui non ha la patente. Capisco che sono l’unico che può accompagnarlo e quindi mi “offro” come volontario ma devo risalire in casa a prendere il portafoglio… L’uomo insiste che si sente bene e che vuole andare da solo. Mi par di capire che non vuole far guidare la sua auto, nuova e adattata per i disabili, ad un’altra persona. Alla fine visto che lui insiste lo lasciamo andare da solo, a suo rischio e pericolo.

Ringrazio di cuore il ragazzo di colore e con mia moglie risaliamo in casa. Le 22.00 sono passate da un pezzo e la cena è fredda. Mia figlia telefona da ballo per sapere come è andata a finire e, dopo averle raccontato la storia, finalmente guadagno l’agognato divano… Ci voleva proprio una serata così per rimpiangere di non aver visto Al Bano, Carlo Conti e la De Filippi!

Safety Pins… for Safety people.

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Foto “Put a Pin In It” by Mike Licht – flickr

C’è un piccolo oggetto, semplice e umile che in queste settimane sta diventando un simbolo di solidarietà verso le minoranze. E’ la spilla da balia che in inglese si chiama “Safety pin” ovvero “Spilla di sicurezza“. La prima volta è stata adottata dagli inglesi dopo il referendum che ha sancito la Brexit, per indicare alle minoranze che quando incontrano delle persone che indossano la spilla  possono sentirsi sicure, insomma… che si possono fidare. Questa forma silenziosa di solidarietà e allo stesso tempo di protesta, è stata ripresa negli Stati Uniti dopo la vittoria di Trump e grazie ai social network,  si sta diffondendo in tutto il mondo.

Indossare una spilla di sicurezza sui propri abiti è un biglietto da visita per indicare che siamo gentili, affidabili e disponibili al dialogo verso tutte le persone di qualsiasi minoranza: immigrati, persone di colore, di altre religioni, disabili, gay, donne in difficoltà, etc… Per queste persone è un piccolo gesto di vicinanza e sostegno mentre a noi serve per ricordarci che siamo tutti esseri umani e che dobbiamo aiutarci l’un l’altro. Logicamente, nel caso in cui ci fosse richiesto un aiuto, dobbiamo dimostrare con i fatti che la spilla non è lì per caso e nemmeno per moda.

Lebron James, sportivo dell'anno 2016 con una safety pin. - Foto tratta da internet.

Lebron James, sportivo dell’anno 2016 con una safety pin. – Foto tratta da internet.

AGGIORNAMENTO DEL 15/12/2016
Viste le discussioni nate tra i commenti aggiungo questa foto. Forse spiega meglio il senso dell’iniziativa di come potrei fare io a parole…

Foto "In a time when racism, bigotry, and hate crimes are on the rise; when millions of our fellow Americans are living in fear • Wearing a safety pin is a subtle way to indicate that you are a "safe place". It is a promise to stand up for and in solidarity wit" by Charlie DeLacey - Flickr

Foto “In a time when racism, bigotry, and hate crimes are on the rise; when millions of our fellow Americans are living in fear • Wearing a safety pin is a subtle way to indicate that you are a “safe place”. It is a promise to stand up for and in solidarity wit” by Charlie DeLacey – Flickr

Non tutto il mare viene per nuocere.

Foto dell'isola di Jean Charles dal sito di lifegate.it

Foto dell’isola di Jean Charles dal sito di lifegate.it

L’isola di Jean Charles è, o forse è meglio dire era, un’isola a Sud della Louisiana.  Nel 1950 misurava 18 chilometri di lunghezza e otto di larghezza. A causa dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento del livello del mare oggi la sua superficie si è ridotta del 98%  fino a diventare di tre chilometri di lunghezza e 500 metri di larghezza. Come conseguenza tutti i suoi abitanti sono stati trasferiti nel continente, diventando i primi rifugiati climatici degli Stati Uniti.

Proprio nei giorni scorsi l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha confermato che le cose stanno ulteriormente peggiorando, dato che il 2015 è stato l’anno più caldo di sempre e che la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto la soglia di 400 parti per milione (ppm), per la prima volta completamente a livello globale e per l’intero anno.

Visti questi dati, se io vivessi in una località a 1 metro sul livello del mare, che ne so tipo Goro o Gorino,  mi preoccuperei di diventare nei prossimi anni un rifugiato climatico e di dover abbandonare la mia casa come gli abitanti di Jean Charles. In tal caso, cari goresi, vi consiglierei di non venire a Firenze perchè le barricate con i pancali beh… in quel caso le farei io contro di voi e vi accoglierei con un bel cartello “Non tutto il mare viene per nuocere”.

p.s. Nel frattempo aderisco al boicottaggio delle vongole di Goro.

Testimonianza dai luoghi del terremoto.

Foto tratta dal sito web dell'Associazione Postribù di Rieti.

Foto tratta dal sito web dell’Associazione Postribù di Rieti.

Per essere questo un blog che, specialmente negli anni passati, si è occupato spesso di volontariato e solidarietà può suonare strano che fino ad adesso non abbia mai parlato del terremoto di Amatrice. Sinceramente molte delle iniziative di solidarietà mi hanno lasciato alquanto perplesso e nel dubbio ho preferito non segnalarle. Lo stesso giorno del sisma, già rodata dall’analoga e bella esperienza de L’Aquila, la squadra di rugby di Firenze, dopo aver contattato la squadra gemellata di Rieti, aveva iniziato una raccolta di beni che è  veniva stoppata in meno di 24 ore dai nostri politici toscani che  assicuravano che non serviva niente e invitavano ad aderire agli sms solidali. Peccato che negli stessi giorni si è saputo la fine che hanno fatto gli sms per i terremotati de L’Aquila (imboscati dalle banche, leggete qui) e che comunque gli sms di questo terremoto verranno usati soltanto per ricostruire gli edifici pubblici ma non le case (leggete qui e qui).

Nel dubbio mi sono rivolto, anche se per motivi familiari non li frequento più, alla rete dei Gruppi d’Acquisto Solidale di Firenze che, sia in occasione del Terremoto de l’Aquila che in quello dell’Emilia, ha fatto un lavoro egregio, del quale sono testimone diretto avendo partecipato come volontario all’operazione a sostegno dei caseifici del Parmigiano. Quella che leggete sotto è la lettera inviata a tutti i Gruppi d’Acquisto Italiani dall’associazione Postribù che da anni gestisce un gruppo di acquisto solidale a Rieti e che è stata scelta come proprio referente da molti G.a.s. E’ una buona testimonianza sul terremoto e uno spunto per chi, magari in futuro volesse aiutare quelle popolazioni. Ad esempio mi è piaciuto vedere uno dei primi acquisti di Postribù sul loro blog: questa… comprata per loro

Lettera aperta a tutti i gas italiani,

Cari amici,

siamo l’associazione Postribù di Rieti, e da anni gestiamo un gruppo di acquisto solidale oltre a numerosi progetti sulla sostenibilità ambientale e sociale.

Dopo il terremoto che ha sconvolto Amatrice e altri comuni tra Lazio, Umbria e Marche, ci siamo mobilitati per dare un supporto alla gente colpita, e parallelamente, anche grazie all’impulso venuto da tutte le vostre chiamate (in cui chiedevate quali produttori sostenere) abbiamo potuto approfondire da vicino l’economia dell’amatriciano, o meglio dire quel che resta, raccogliendo le storie di tantissime persone.

In un susseguirsi di amatriciane solidali, collette, raccolte fondi pro terremotati, passerelle mediatiche più o meno mastodontiche, prima di ipotizzare qualsiasi tipo di progetto, volevamo avere una mappatura quanto più precisa del tessuto economico locale prima del terremoto da confrontare con ciò che ne rimane oggi: chi ancora lavora, chi produce, cosa produce. Tutti questi dati siamo andati a recuperarli sul campo: viaggiando di frazione in frazione, chiedendo a chi è rimasto, incontrando allevatori e piccoli imprenditori scampati alla tragedia e che cercano di rimettersi in piedi.

Abbiamo incontrato piccole, piccolissime e medie aziende, gente che ha perso tutto e gente che fortunatamente non ha perso molto.

Parallela alla corsa alle donazioni e all’elenco infinito di iban su cui coinvogliare aiuti economici (destinati a chi? Utilizzati come?) è aumentata la richiesta di prodotti “amatriciani”: tutti a voler comprare pecorino e guanciale per l’amatriciana, e gruppi di acquisto da tutta Italia che ci scrivevano o chiamavano per chiederci da quali produttori acquistare. Su facebook c’era perfino qualcuno che dall’Inghilterra voleva fare un carico di insaccati amatriciani, per sostenere la popolazione colpita dal sisma.
E siccome in tantissimi ci avete preso come punto di riferimento locale per verificare sia la veridicità dello stato di bisogno delle aziende, sia per consigli su quali prodotti acquistare, con questa lettera vorremmo chiarire il nostro punto di vista a riguardo.

Innanzitutto le produzioni ad Amatrice e dintorni sono davvero poche.
Quello che emerge è una realtà di piccole aziende situate nelle campagne delle frazioni intorno ad Amatrice, Accumoli e Arquata, che prima vendevano agli abitanti e villeggianti dei Comuni di riferimento, e che oggi si trovano a doversi inventare da zero una filiera di vendita, senza avere in molti casi gli strumenti necessari (il pastore nato e cresciuto in campagna non solo non conosce l’esistenza di una rete di gruppi di acquisto, ma non è capace autonomamente di raggiungerli).

A fianco di questi ci sono le medie aziende, che di danni importanti NON ne hanno avuti, né strutturali né sulla filiera, in quanto erano e sono tuttora inseriti in circuiti proficui di vendita (grande distribuzione organizzata, fiere e mercati, gruppi di acquisto, ecc) e che da questo momento di solidarietà troveranno un importante beneficio economico.
Vorremmo specificare che abbiamo scelto di NONsponsorizzare queste aziende in quanto crediamo sia che possano farcela benissimo autonomamente (basta fare una ricerca in internet e sono tutti bene indicizzati e pubblicizzati), ma – in alcuni casi – anche per dei requisiti di filiera corta e di prodotto 100% locale (per noi fondamentali in quanto indice di una economia sostenibile) che alcune di queste aziende non possiedono.

Tenete conto che le attività locali sono essenzialmente di allevamento ovino e bovino, e con produzioni limitate, per cui c’è davvero da fare una riflessione su chi produce cosa, come, o da dove proviene la materia prima. Sui numeri delle produzioni è importante soffermarsi e farsi due calcoli, se si è alla ricerca di un prodotto davvero locale, perché se parliamo di caseifici che lavorano ogni giorno quintali di latte, o si è certi che alle spalle abbiano numerosi allevatori locali che conferiscono quotidianamente il latte munto, oppure è ragionevole domandarsi se ci sia una integrazione con latte proveniente da fuori (ma si può fare lo stesso discorso per la carne). Se incontriamo in un grande supermercato un formaggio venduto come “a favore delle zone terremotate”, dobbiamo chiederci da dove venga e come sia ottenuto quel latte, visto che le aziende che riforniscono la grande distribuzione organizzata devono disporre di quantitativi di latte tali da non essere congrui con la produzione di un piccolo centro montano come Amatrice o con dei criteri di allevamento etico o sostenibile.

Noi in un primo momento avevamo lanciato un appello a sostegno di un consorzio di pastori che tutelano il pecorino 100% amatriciano, gli unici di cui ci fidiamo e che sosteniamo pienamente, ma sono stati letteralmente sommersi da chiamate da tutta Italia ed hanno saturato la loro effettiva disponibilità di prodotto.
Quello che ora noi stiamo cercando di fare, è immaginare un percorso di ricostruzione e di sviluppo che rispetti la vocazione dei luoghi, il meraviglioso paesaggio naturale, e la fatica di chi ha scelto di restare. Lo stiamo facendo insieme ai produttori rimasti che condividono questa nostra visione, che si contano sulle dita di una mano, e che al momento non sono organizzati per spedire in tutta Italia né hanno sufficienti prodotti da vendere.

Comprendiamo lo spirito di solidarietà che spinge le persone, toccate nell’emotività, a voler fare qualcosa nell’immediato, come spedire un paio di scarpe o una busta di cibo in scatola. Ma questa sovrabbondanza di solidarietà ha in alcuni casi portato all’emergenza dentro l’emergenza, per non parlare di spreco, come la storia dei magazzini degli aiuti umanitari, dove è arrivata talmente tanta roba (di ogni tipo) che moltissima è stata scartata (indumenti, coperte, lenzuola e tutto ciò che non era nuovo/imballato/igienizzato) e molta altra è stata stoccata in fretta e senza preciso inventario tanto da non riuscire alcune volte a far arrivare ciò di cui c’era bisogno nel momento in cui c’era bisogno. Ma questa è un’altra storia.

In definitiva, il messaggio che vorremmo darvi è quello di non affrettarvi in donazioni senza criterio o acquisti impulsivi, vi chiediamo di tenere questa spinta alla solidarietà per il post-emergenza: stanno già emergendo bisogni di altra natura di una realtà che nei mass media è già caduta nel dimenticatoio, si stanno attivando progetti per la popolazione pensati CON la popolazione e non calati dall’alto, e credo che ci sia più bisogno di questo investimento più razionale e a lungo termine, se vogliamo davvero che il territorio a cavallo tra Lazio, Umbria e Marche, un territorio meraviglioso da un punto di vista naturalistico e paesaggistico, sopravviva allo spopolamento e all’abbandono.

Per chi sceglierà il sostegno sul lungo periodo, anche per indirizzare l’economia che sopravviverà (e quella che speriamo nascerà) su criteri improntati sulla sostenibilità ambientale e sociale, allora vi chiediamo di sostenere e diffondere il nostro progetto: https://postribu.net/campagne/post-terremoto/

In ultimo, con la nostra associazione ci offriamo come punto di riferimento per fare da tramite per chi di voi si impegnerà a sostenere le produzioni amatriciane negli anni futuri, riportando notizie in tempo reale e verificando segnalazioni o dubbi che ci verranno sottoposti.

Vi segnaliamo a questo scopo:

  • il nostro sito postribu.net
  • il preziosissimo progetto di hacking civico (a cui partecipiamo attivamente) dove vengono raccolte e catalogate tutte le informazioni utili sul terremoto del centro Italia: terremotocentroitalia.info

Potete contattarci alle email: post.tribu@gmail.comgas.tribu@gmail.com o al telefono 348.7641366 (Giorgia)

Un saluto a tutti voi e grazie per averci letto fin qui.

Giorgia Brugnerotto

GasTribù – gruppo di acquisto solidale promosso dall’associazione Postribù Onlus

www.gastribu.org
www.postribu.net

mail ricevuta tramite la Rete Intergas dei Gruppi d’Acquisto fiorentini