Tagliandi.

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Foto “Mechanic” by Free for Commercial Use – Flickr

La scorsa settimana sono andato dal medico di base per farmi segnare le analisi del sangue e, dal momento che il dottore era in ferie, mi sono imbattuto nella sostituta. Che non ho molta fiducia in tutta la classe medica forse l’avete già capito da precedenti post, però dovendo scegliere, ho molta più fiducia nei medici giovani. Sono appena usciti dall’Università quindi dovrebbero essere freschi di studio e ben aggiornati, di solito parlano e ascoltano i pazienti volentieri e non sono ancora diventati quelle “ciniche-macchinette-spara-ricette-e-avanti-un-altro…”. Insomma ero proprio ben disposto e oltretutto, essendo la dottoressa anche molto carina, la lancetta della fiducia era quasi al massimo.

Chiedo alla dottoressa di fare le analisi che avevo fatto lo scorso anno (le classiche, colesterolo, trigliceridi, urine, etc… etc…) cosicché si mette a digitare sul computer e dopo un po’ mi dice: «Le analisi dello scorso anno andavano bene, perciò lei non dovrebbe farle. Le analisi si fanno ogni due anni». Ed io: «Mah veramente le faccio ogni anno, giusto  per controllo e il dottore me le ha sempre segnate senza problemi». La dottoressa insiste e io, prevedendo un pippone, metto subito le mani avanti: «Guardi che di solito io tutti gli anni faccio anche un eco-addome completo, una visita dal cardiologo con ecocolordoppler cardiaco  e vado pure dall’oculista». La dottoressa tira fuori il sorriso cinico e smagliante di chi la sa lunga e con sufficienza fa la sua diagnosi: «Ho capito, lei è uno di quelli paurosi!» Che io sia pauroso non ho problemi a confermarlo ma ho le mie buone ragioni e infatti le metto sul tavolo come se calassi l’asso di briscola per prendere un altro carico… «Vede dottoressa, più che pauroso io sono il marito di una signora che 10 anni fa, facendo una banale ecografia per controllare i calcoli alla cistefellea ha trovato un tumore maligno, totalmente asintomatico, al rene sinistro. Se oggi è sana e salva e non sotto due metri di terriccio lo deve a quell’ecografia fatta quasi per caso». Fortunatamente nel frattempo la stampante aveva fatto uscire la prescrizione delle mie analisi, per cui le ho prese, ho salutato e sono uscito dall’ambulatorio pensando, che la dottoressa, giovane per età forse come medico era più vecchia del titolare dell’ambulatorio…

A questo punto io mi domando: se per la caldaia del metano tutti gli anni vanno fatti i controlli, se all’automobile ogni anno si fa il tagliando, è così da marziano pensare che uno che ha passato il mezzo del cammin della sua vita, voglia fare una volta l’anno un tagliando a quella macchina che è il suo corpo?

P.S. Ci tengo a precisare che, visti i costi dei ticket e i tempi di attesa, molti di questi esami li faccio privatamente, quindi non gravo nemmeno sul SSN, che non dovrebbe far altro che ringraziarmi! Tanto per capirsi coi soldi spesi per il ticket delle analisi potevo portare a cena fuori tutta la famiglia… E poi ci scassano gli zebedei con la prevenzione!

Odissea di una lavoratrice precarissima (parte 3 – conclusioni).

Ad oltre un mese dai miei due post precedenti (qui e qui) vi racconto come continua l’avventura di lavoratrice interinale precarissima di mia figlia…

Contratti, stipendi e altre amenità.
Mia figlia continua a lavorare come commessa presso la solita catena multinazionale, con contratti di pochi giorni. Se prima erano di 1 giorno o 2, ultimamente sono contratti da 3 ad un massimo di 5 giorni, che le vengono comunicati la settimana precedente: almeno può programmarsi gli impegni incastrando i turni. L’orario di lavoro è sempre ridotto: si va dalle 4 alle 5 o al massimo 6 ore al giorno. Magari stanno attuando il “lavorare meno lavorare tutti” e, vista la disoccupazione giovanile, non sarebbe del tutto sbagliato. Finalmente è arrivato il primo stipendio che, rapportato alle ore di lavoro, è uno stipendio dignitoso, con regolare contratto nazionale del commercio. La cosa assurda è che viene fatto un cedolino e un bonifico per ogni contratto firmato: cioè se in un mese hai fatto 5 o 6 contratti ricevi 5 o 6 buste paga differenti e relativi accrediti… Ho visto con i miei occhi un cedolino e un bonifico per un solo giorno di lavoro. L’assurdo è che, visto che ogni cedolino chiude un contratto, anche in quello di un giorno sono monetizzate le voci tredicesima, rateo di ferie maturate e TRF, logicamente tutte con importi relativi ad una sola giornata di lavoro, cioè di pochi centesimini. Alla fine mi sembra che in questo caso tutto ciò serva per far aumentare il lavoro di chi fa le paghe e dell’INPS.

Visita al centro commerciale.

Sono stato in gita al centro commerciale e, se da un lato abbiamo fatto un po’ di spesa, dall’altro mia figlia ci ha fatto da guida e raccontato come funziona dietro le quinte. Il negozio è grande, ben arredato, con luci al led e neon senza che si possa vedere la luce del sole esterna. Gli scaffali sono colmi di roba e sembrano messi in modo più stretto rispetto ad altri negozi simili o forse è l’affollamento delle persone! Quando sono andato io, fuori c’era  la coda e si entrava solo quando una certa quantità di persone usciva. Il motivo è presto detto: t-shirt colorata 2,5€, polo 7€, jeans da uomo 7€, ciabatte infradito 1€, scarpe da ginnastica 9€, vestito da donna 14€ e così via… (e non era ancora periodo di saldi!!). Per noi non è una novità perchè la stessa catena, con gli stessi prezzi l’avevamo già vista alcuni anni fa a Innsbruck.  Logicamente è tutto Made in China, Vietnam, Bangladesh, però sembra fatto meglio di altri negozi e, almeno visitando il sito web della catena, sembra che sia tutto certificato etico (anche se io ho miei sani dubbi)… La prima domanda a mia figlia è stata: «Ma come fanno?» La risposta è che si basano su piccoli margini ma grandi, anzi grandissimi numeri… soprattutto nelle vendite. Lei mi ha fatto notare che quando le persone vedono oggetti che costano così poco perdono ogni inibizione e infilano nel carrello qualsiasi cosa, tanto che quando arriva alle casse, la maggioranza delle persone spende oltre 100€ e  va via soddisfatta. Inoltre la multinazionale risparmia su un sacco di cose: ad esempio non usa gli antitaccheggio e non fa pubblicità sui media tradizionali, tranne che per le aperture dei nuovi negozi. Il passaparola e la presenza sui maggiori social le consentono di avere ampia visibilità risparmiando molto sulle spese pubblicitarie… E poi (questo lo aggiungo io) anche usare contratti molto troppo precari e flessibili come quelli di mia figlia, aiuta.

Ho visto anche il lavoro di questi ragazzi… corrono come dei pazzi, sono sempre sommersi di oggetti da ripiegare e sistemare e devono essere cordiali e sorridenti anche con quei clienti andrebbero mandati a stendere… Visto che nei precedenti post vi ho raccontato che le è stato imposto un look “total black”, ho perfino scoperto la gerarchia degli abiti dei lavoratori. I commessi precari delle agenzie interinali vestono total black e senza nessun logo, dalle scarpe ai capelli. I commessi assunti dalla multinazionale vestono scarpe e pantaloni totalmente neri ma maglietta ufficiale della catena con i colori e il logo aziendale. Invece quelli con pantaloni e scarpe nere, ma sopra maglietta o camicia “come gli pare” sono i capireparto! Infine quelli  che vestono tutto “come gli pare a loro, ma elegante” sono i manager del negozio… Come si può capire altroché se l’abito fa il monaco!

C’è di peggio

E siccome al peggio non c’è mai fine, voglio raccontarvi l’ultima proposta che ha ricevuto mia figlia. Viene contattata da un prestigioso albergo a 5 stelle di Firenze per un  posto come receptionist nella hall. Sarebbe uno dei lavori per cui ha studiato e dove ha già una certa esperienza in virtù di stages fatti sia alle superiori che all’università (è laureata in mediazione linguistica e culturale ad indirizzo turistico). L’offerta non è di un lavoro ma di un nuovo stage di 40 ore lavorative a settimana (su turni, compresi i festivi) con un rimborso spese mensile di 500€. Fatti due conti mia figlia rinuncia perchè, con turni simili, ma lavorando la metà ore, come commessa interinale precaria guadagna più o meno gli stessi soldi! Ma in aggiunta c’è anche la beffa: lo stage offerto a mia figlia rientra tra i contratti “Giovani sì” finanziati dai contributi della Regione Toscana, con la cifra (guarda caso) di 500€ al mese! Cioè uno dei più lussuosi hotel di Firenze offre un contratto a tempo pieno ad una stagista e non tira fuori nemmeno un centesimo per pagarla! Un amico di mia figlia ha lo stesso contratto in una libreria ma lì almeno 500€ li mette la Regione e 500€ li mette la libreria… e lui riceve uno stipendio basso, ma almeno dignitoso!

Viva l’Italia!

Cos’è la sinistra…

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Foto “Sono un pedone” by Elena Torre – flickr

Stavo leggendo on line le solite considerazioni post-elettorali su chi ha vinto e chi ha perso alle amministrative dell 11 Giugno. Tra una marea di articoli fotocopia con le solite analisi da tre soldi, mi ha colpito un post bellissimo di Massimo Pillera pubblicato su “Il fatto quotidiano”. E’ stata una sorpresa perchè il titolo non prometteva niente di buono: “Sinistra renziana e follia grillina, perché i partiti italiani soffrono di ludopatia” e invece il contenuto va aldilà del risultato di questi giorni.  Vi metto alcuni stralci, togliendo i riferimenti alle elezioni di questa settimana, per dimostrare che il bello di questo articolo è l’essere universale e senza tempo…

“Sinistra renziana e follia grillina, perché i partiti italiani soffrono di ludopatia” di Massimo Pillera.

Jeremy Corbyn e Bernie Sanders ci danno una lezione storica che dovremmo mettere a frutto qui da noi. Le loro storie ci interrogano sul significato profondo di una domanda: cosa significa vincere o cosa significa perdere, in questa epoca? E’ un vincitore Donald Trump che oggi viene chiamato a chiarire al popolo americano se ha mentito? E’ un perdente Bernie Sanders che ha riempito di poster le stanze dei giovani americani, manco fosse il leader di una band rock? […]

Chi vince, quando muoiono in mare donne e bambini, considerati macchioline colorate sui sonar? Chi perde quando da un grattacielo di Shangai un manager senza sonno festeggia il suo ennesimo miliardo di utile pronto a svanire dopo pochi giorni nel caos dei grafici di borsa? […] Non esiste la vittoria come non esiste la sconfitta. Sono solo nostre semplificazioni, convenzioni mediatiche di cui ci serviamo per dare risposte all’ansia dei popoli che non sopportano i pareggi. […] La vita come un gioco, una gara che si vince o si perde, dimenticandosi che la vita si vive e basta… questo ci è concesso a noi umani.

La sinistra, quella vera, quella che magari è lenta ed ha il passo di chi sale in montagna, ha abbandonato la ricerca della vittoria a tutti i costi. Non si vince e non si perde. Si esiste e basta e si lotta e basta. La lotta di oggi può anche sembrare una sconfitta, ma la vecchietta che si arrampica sul bidone della differenziata per buttare nel contenitore del vetro la sua bottiglia, o il bambino che riprende il papà che butta il fazzoletto per strada, alla fine sono le vere vittorie. […]

La sinistra, vincerà perdendo, non è un suo difetto, è la sua essenza costitutiva. La sinistra unica entità non contagiata dalla ludopatia politica, avrà sempre un suo Corbyn, un Mandela, un Sanders, un Mujica, un Che sulle magliette, che riempiranno le stanze di giovani sognatori. E ci sarà sempre, lì dove si lotta contro una trivella o per salvare una spiaggia, o ad allungare un braccio per mettere in salvo qualcuno disperso in mare, o a somministrare un pasto caldo in una mensa, o a tenersi il volto in lacrime quando il monitor dice con la sua linea piatta che la vita è finita e bende e medicinali nell’ospedale non sono bastati per salvare il bambino finito sotto una qualsiasi maceria. La sinistra ci sarà sempre, perché sa bene che la vita non è un gioco, ma è la vita e basta. E’ uguale e bella per tutti. Sovrasta ogni altro valore.

Tratto dall’articolo “Sinistra renziana e follia grillina, perché i partiti italiani soffrono di ludopatia” di Massimo Pillera pubblicato su “Il fatto quotidiano”.

Se poi volete capire cosa c’entrino Renzi e Grillo con tutto ciò cliccando sul link potete leggere l’articolo completo…

AGGIORNAMENTO DEL 15/06/2017
Come avete visto sono indietro (di qualche post) nel rispondere ai commenti di tutti, perciò faccio qui una precisazione che vale per tutti coloro che stanno commentando questo post. La Sinistra per me é: Emergency, Amnesty International, i No tav, i contadini di Genuino clandestino e di Mondeggi, i No ttpi e i No Ceta, i No muos, Libera, il Commercio equo e solidale, la Banca Etica, Medici senza frontiere, Oxfam, Mani Tese, Emmaus, Survival International, Movimento Shalom, quelli di Stop Glifosato, quelli di Comune-info.net, gli spacciatori di pasta madre, gli inventori dei Kostnix, i Bookcrosser, i ciclisti di Critical mass, i Gruppi d’aquisto Solidale, etc…, etc… E quando penso a personaggi di sinistra penso a Gino Strada, Erri De Luca, Ascanio Celestini, Alex Zanotelli, Roberto Saviano, Don Ciotti, Pepe Mujica, Vandana Shiva, perfino Thich Nhat Hanh e poi il più a sinistra di tutti, quel gesuita tutto vestito di bianco… come si chiama? Quello argentino che abita a Roma? Ah si… Jorge Mario, detto Francesco per i compagni!

Odissea di una lavoratrice precarissima (parte 2).

PREMESSA

Prima di continuare con il racconto del post precedente vorrei rassicurare i miei lettori. Mia figlia non è depressa e vive tutta questa faccenda serenamente, senza particolari fastidi… E’ logico che avrebbe preferito un altro tipo di lavoro, più inerente ai suoi studi e meno precario, ma tutto sommato cerca di cogliere anche gli aspetti positivi (e talvolta comici)  della situazione, sapendo che poi ad Ottobre riprenderà gli studi universitari e che questa resterà una parentesi nella sua vita. Quindi vorrei dire che non sto scrivendo questi post per far compatire mia figlia, ma semplicemente perchè mi sembra una storia interessante da raccontare.

SECONDA SETTIMANA DI LAVORO.

Passato il delirio dell’inaugurazione del negozio, mia figlia viene ricontattata dall’agenzia interinale e ottiene un nuovo contratto. Questa volta è proprio grasso che cola: il contratto dura 5 ore al giorno per 5 giorni e, meraviglia delle meraviglie, mia figlia sa già in anticipo tutti gli orari dei turni e i reparti in cui ogni giorno andrà a lavorare! Rispetto alla settimana prima è un bel progresso, ma non c’è da gioire più di tanto perchè a questi cinque giorni segue un nuovo contratto di un giorno solo… 6 ore dalle 19.00 alle 24.00. Poi pausa, forse verrà richiamata per il prossimo weekend.

Come raccontato nel precedente post rimane l’obbligo dell’abbigliamento total black e senza logo tanto che ad una ragazza nuova, che si è presentata con ai piedi delle scarpe nere col baffo bianco della Nike, è stato imposto, all’apertura del negozio di comprarsi delle scarpe tutte nere e di cambiarsele immediatamente, pena il licenziamento! E meno male che si tratta di una catena con prezzi low cost… ve lo immaginate se fossero le commesse di Stuart Weitzman? E in ogni caso mi sembra un buon metodo usato dalla multinazionale per riprendersi un po’ di quei pochi euro con cui pagano i commessi…

Nonostante tutto ciò, queste commesse precarissime sono contente del loro status perchè, alla faccia della crisi, l’insegna è in continua ascesa, apre nuovi negozi e c’è la segreta speranza, prima o poi, di essere assunte dalla multinazionale, lasciando l’agenzia interinale. E siccome non si tratta di “Gigetto il cenciaiolo” anche mia figlia ha detto che ci tiene a mettere nel curriculum che ha lavorato presso questa multinazionale e che c’è una bella differenza fra scrivere che ci ha lavorato 5 giorni (come poteva scrivere in occasione del post precedente) e scrivere che ci ha lavorato per oltre 2 settimane, come può scrivere da adesso!

(Continua)

Odissea di una lavoratrice precarissima (parte 1).

Alcuni mesi fa mia figlia ha preso la laurea triennale e, in attesa di riprendere gli studi per la magistrale, sta cercando qualche lavoretto da fare questa estate. Penso che abbia tempestato di curriculum mezzo mondo e abbia partecipato a centinaia di colloqui, collezionando tanti di quei “Le faremo sapere…” da riempirci decine di album Panini… compresi i doppioni.

Finalmente due settimane fa un’agenzia di lavoro interinale le offre un contratto di lavoro come commessa in un grande negozio di una multinazionale straniera. Il contratto è per 5 ore di lavoro al giorno, per la bellezza di 3 giorni! Totale: 15 ore di lavoro in tutto! Ok, non è il massimo ma comunque accetta e una settimana prima di iniziare, va all’agenzia a firmare il suo primo contratto di lavoro! La sorpresa è che per andare a lavorare deve essere completamente vestita di nero con pantaloni, maglia e scarpe “all blacks” e senza alcun logo, pena il licenziamento immediato… Perfino i lacci e le suole delle scarpe devono essere rigorosamente neri! Panico! Trovare abbigliamento senza alcun marchio è difficilissimo: per fortuna ci salvano i negozi dei cinesi! Ma intanto lo stipendio del primo dei tre giorni di lavoro se ne è andato in scarpe e abbigliamento!

Quattro giorni prima di cominciare, l’agenzia la richiama e le offre un altro contratto aggiuntivo della bellezza 1 giorno, per un totale di 8 ore. Il preavviso è minimo, chiamano nel tardo pomeriggio per andare a lavorare alle 6.00 di mattina il giorno dopo. Fortuna vuole che il contratto adesso viaggi online e che lo stesso giorno mia figlia abbia acquistato la sua tenuta nera…

Il primo giorno di lavoro va bene… a parte il fatto che le hanno fatto fare la pausa pranzo dalle 9.00 alle 10.00 di mattina. Tornata a casa viene ricontattata dall’agenzia per un nuovo contratto di lavoro di un altro giorno… solo che il contratto online non arriva e mia figlia non può firmarlo… Alle 19.00 richiama e l’impiegata dell’agenzia assicura che arriverà in serata, ma il contratto non arriva… Alle 1.30 di notte mia figlia, che non ha ancora ricevuto niente, manda due mail all’agenzia dicendo che non avendo nessun contratto non si presenterà alle 6.00 di mattina al lavoro…

Alle 8.30 viene ricontattata dall’Agenzia e prende una partaccia perchè non si è presentata in negozio. Quando i responsabili si accorgono che in effetti non le stato inviato niente, si scusano dell’errore e in mezz’ora le confezionano un altro contratto di lavoro, anche questo di sole 8 ore per il turno dalle 11.00 alle 20.00 e questa volta la pausa pranzo è alle 16.00…

Alla fine mia figlia, come decine di altri suoi colleghi (alcuni anche over 40 e con famiglia), per lavorare  31 ore in 5 giorni, ha dovuto firmare ben 3 contratti di lavoro, alcuni con un preavviso di pochissime ore. Tutto ciò, non nella bottega del pizzicagnolo del quartiere, ma in un negozio di 5.000 mq con 56 casse, 64 camerini e 400 dipendenti, di proprietà di una multinazionale nel cui sito web c’è perfino una pagina col Codice Etico e decine di certificazioni sul rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori…

Quello che fa tristezza è che tutto ciò è perfettamente legale e nasce da oltre vent’anni di cancellazione dei diritti dei lavoratori, attuata dai nostri politici di tutti gli schieramenti con la complicità dei padroni e pure quella ben più grave dei sindacati! Evviva il Jobs act!

(Continua…)

Un curioso aneddoto sui tempi che stiamo vivendo…

Dal momento che questo post pubblicato nell’altro mio blog è più di costume e di cronaca che di arti marziali e pratiche orientali lo ribloggo anche qui…

lascimmiabianca

Foto Foto “Kathy & taiji sword form” by kosmoseleevike – flickr

Nella vita di tutti i giorni quanto siamo influenzati dal terrorismo e dalle notizie violente che ci propinano giornali e tv? Vi racconto un curioso aneddoto di cui  sono stato involontario (e ingenuo) protagonista e che mi ha fatto riflettere sul clima in cui viviamo…

Una decina di giorni fa dovevo partecipare alla festa dello sport del mio quartiere che si teneva per un intero fine settimana in un parco cittadino. Non avendo ancora una spada da taijiquan di mia proprietà me ne sono fatta prestare una dalla mia società sportiva e, siccome l’80% delle spade che abbiamo in  palestra non ha fodero, non mi è passato per l’anticamera del cervello di cercarne uno… In fondo non era nemmeno necessario, visto che le nostre spade non sono per niente affilate e hanno la  punta flessibile.

Così ho scorrazzato quattro o…

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La fine di “Inferno”.

Copertina del libro Inferno

Copertina del libro Inferno

Prima di iniziare col post vorrei scusarmi con tutti per il perdurare delle mia assenza dal blog. Credo che in 9 anni sia l’assenza più lunga ma sono proprio immerso in un sacco altre cose… alcune piacevoli, altre meno.

Riprendo con un articolo rimasto in sospeso che vi dovevo… Nel post dello scorso 9 Febbraio vi avevo raccontato che stavo leggendo il libro di Dan Brown “Inferno” e vi avevo promesso che vi avrei aggiornato sugli sviluppi, in particolare sulle curiose (non) attinenze della Firenze raccontata nel libro con quella reale. Sinceramente è da un pezzo che ho finito di leggere il romanzo tanto che già a Marzo l’ho scambiato su coseinutili.it  con una ragazza della provincia di Caserta. Ho conservato alcuni appunti e quindi posso mettervi alcune curiosità:

  • La corsia non esistente. Nei primi capitoli del romanzo c’è un ingorgo nel piazzale di Porta Romana e Vayhenta, un personaggio del libro che percorre in discesa il Viale di Poggio Imperiale in direzione di Porta Romana, decide di evitare la coda sfrecciando sulla corsia di emergenza… Corsia che però non esiste a meno che Dan Brown, come certi scooteristi indisciplinati, non elegga il marciapiede a corsia di emergenza per le due ruote!
  • A Porta Romana c’è un altro sfondone. La Statua nel mezzo alla rotonda è definita da Dan Brown “una donna che esce dalla città portando un enorme fardello sul capo”. Quella statua non è una statua qualunque: può piacere o no,  ma si tratta di “Dietrofront” di Michelangelo Pistoletto. Soprattutto quel “fardello” sulla testa della donna non è un fardello ma un’altra donna, voltata indietro  che dà un ultimo sguardo a Firenze, mentre la statua sotto esce dalla città e si incammina verso Roma. E’ la circolarità dell’arte che parte da Firenze, si propaga verso il mondo e che poi ritorna al luogo d’origine. O più banalmente sono i  turisti che affascinati dalla città quando se ne vanno vorrebbero ritornarci. Insomma, se considerate Dan Brown un esperto di arte… ahimè non lo è, almeno di quella  del Novecento…. e qui sotto vi dimostrerò che non lo è nemmeno di quella del Rinascimento…
  • Tanti lettori di Dan Brown rimangono estasiati dalla descrizione di Palazzo Vecchio e del Corridoio Vasariano, in particolare dalle parti del romanzo che si svolgono in luoghi nascosti e segreti del palazzo. In realtà sono almeno 15 anni o forse 20, che qualsiasi turista può visitare questi luoghi, acquistando, insieme al normale biglietto del Museo, le visite guidate (alcune anche in costume) dei “percorsi segreti”.  Tanto per capirsi appena uscirono io ci andai con mia figlia che all’epoca faceva le elementari: se fate il conto che quest’anno ha preso la laurea triennale… Anzi, se volete scrivere un libro su Palazzo Vecchio e volete surclassare Dan Brown, negli ultimi anni sono stati aperti dei percorsi nuovi: uno nei sotterranei per visitare l’anfiteatro romano, e un altro per andare sul cammino di ronda e sulla torre di Arnolfo… E logicamente, visto che il business è sempre business, è stato creato anche il percorso sul libro chiamato “I segreti di Inferno”.

Non mi dilungo più, anche se ho letto in rete che pure le descrizioni di Venezia sono piene di inesattezze, a cominciare dalla forma delle gondole.

Voglio invece spendere due righe sulla scrittura del libro, che proprio non mi  è piaciuta. Brown scrive in modo molto asciutto una marea di capitoletti di poche pagine ciascuno, dedicando un capitolo al protagonista, quello successivo al nemico e così via, in un ping pong continuo. Raramente questa alternanza di capitoli  tra protagonista  e antagonista è interrotta da qualche capitoletto interamente dedicato a qualche personaggio di contorno. E’ una cosa che avevo già notato (e che mi aveva già infastidito) leggendo “Il codice Da Vinci”. Alla fine ne ho dedotto che secondo me, almeno “Il codice Da Vinci” e “Inferno”, sono fatti con lo stampino: cambiano i luoghi e le vicende, ma la trama e la scrittura seguono lo stesso identico schema. Si può considerare ciò un difetto? O forse vale il motto di Vujadin Boškov “Squadra che vince non si cambia”? Ecco, leggere i libri di Dan Brown secondo me è come ascoltare certi cantanti o vedere i film di certi registi… sul momento ti piacciono poi a ripensarci bene ti accorgi che cambiano dei dettagli qua e là ma alla fine scrivono da decenni sempre la stessa canzone o lo stesso film…

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Foto “Dietrofront” by Monica – Flickr