Un documentario: Il ciclo del progresso (2018)

Locandina del film - tratta da Wikipedia
Locandina del film – tratta da Wikipedia

L’altro giorno avevo una mezz’oretta libera, così mi sono buttato sul divano e ho cercato su Netflix qualcosa di breve da vedere in quel lasso di tempo. Senza saperlo mi sono imbattuto in uno splendido documentario, vincitore dell’Oscar 2019 come miglior cortometraggio documentario: “Il ciclo del progresso” (“Period. End of Sentence” titolo in inglese).

Siamo in India e il tema è un tabù nelle zone rurali: le mestruazioni. Gli uomini ignorano totalmente cosa sia il ciclo e le donne ne sono così condizionate che non ne parlano mai. Spesso, quando appare per la prima volta, le ragazze abbandonano la scuola definitivamente e si chiudono in casa. Quando hanno il ciclo sono considerate impure e non possono nemmeno andare al tempio. Solo il 10% delle donne usa gli assorbenti, in alcuni casi perchè costano molto e non possono permetterseli, ma nella maggioranza perchè si vergognano ad andare a comprarli nei negozi, che sono abitualmente gestiti da uomini.

Il documentario racconta di come una ong ha creato delle macchine piuttosto semplici per fabbricare gli assorbenti a casa e come, grazie a questi macchinari, un gruppo di donne ha conquistato libertà e indipendenza. Gli assorbenti “artigianali” funzionano meglio di quelli industriali, costano meno e oltre ad essere venduti nei negozi vengono venduti porta a porta, in riunioni di donne, dove diventano accessibili anche a quelle che si vergognano ad andare in negozio. Questo ha consentito a molte ragazze di poter tornare a scuola e alle donne che li fabbricano di avere un reddito che ha restituito loro indipendenza e dignità, sia presso i familiari che nei loro villaggi. Un esempio su tutte: una giovane donna che grazie alla fabbricazione e alla vendita di questi assorbenti ha potuto studiare per affrontare gli esami ed entrare in polizia.

Se avete Netflix… sono 25 minuti di video spesi bene… se fosse per me io lo farei vedere anche nelle scuole.

Il sito ufficiale del film: www.thepadproject.org

Il trailer

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14 pensieri riguardo “Un documentario: Il ciclo del progresso (2018)

  1. Ciao Marco, che piacere ritrovarti.
    Bella questa recensione, bella perché fa capire quanto cose per noi banali possano assumere un’importanza vitale in alcune società e fa riflettere su come facessero (senza le pregiudiziali narrate nel documentario) le nostre nonne, e anche le mamme (come nel mio caso) a gestire il periodo mestruale e il lavoro. Qualcosa si ricordo, era davvero pesante e chissà forse era quello il motivo per cui certe attività in divisa erano precluse alle donne.

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    1. Ciao Paolo,
      credo che ai tempi delle nostre nonne le cose fossero molto simili alla situazione in India. Ricordo che a casa di mia nonna paterna le mestruazioni non si potevano nominare, perchè era sconveniente! Mia nonna, per dire che lei o qualcun’altra donna aveva il ciclo, diceva: – Sono arrivati gli inglesi! –
      Ero un bambino e mia madre mi spiegò la faccenda perchè andavo per le stanze a cercare gli inglesi e non li trovavo mai… (devo aver pensato che gli inglesi avessero il dono dell’invisibilità)

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    1. Credo in passato di aver firmato più di una petizione online per abbassare l’Iva sugli assorbenti. Sarebbe una battaglia di civiltà trasversale a tutti i partiti! In altri paesi europei le donne hanno vinto questa battaglia! Non capisco perchè in Italia ogni tanto torna fuori ma non viene mai portata fino in fondo…

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    1. Grazie Gaberricci,
      Spero piano piano di venire a leggervi tutti… Credo che si tratti non di “terrore” ma più di un problema religioso e culturale. Anche il documentario pone l’accento sul fatto che anche per la religione induista le donne quando hanno il ciclo sono considerate “impure” e mi immagino che non sia la sola religione a pensarla così…

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  2. Ciao Marco, felice di rileggerti!!! A dire la verità il tabù sulle mestruazioni è stato tale anche dalle nostre parti per parecchio tempo. Mia madre (59 anni) racconta di come il discorso “ciclo” fosse una cosa innominabile all’interno della famiglia. Era una cosa di cui vergognarsi, da non parlare con fratelli o padri, una cosa che era così abnorme da condizionare la vita delle ragazze. Mia madre dice che non poteva fare la doccia, nè lavare i capelli, nè tanto meno bagnare i piedi a mare durante quei giorni, perchè pare potesse fare male. Lo diceva sua madre (mia nonna) che nei giorni di ciclo non si poteva fare nulla. In uno di questi documentari, anni addietro, si parlava delle leggende metropolitane legate alle mestruazioni: non si poteva fare la pasta in casa, né coltivare piante perché il ciclo era considerata una cosa impura e, come tale, lo era anche la donna in quei giorni lì.
    Per fortuna io sono stata cresciuta diversamente. Se ne è sempre parlato a casa anche davanti a mio padre e a mio fratello e non ho trovato difficoltà a parlarne con il mio ragazzo. Soprattutto per quel che riguarda il dolore, il cambiamento ormonale e il come si affrontano i primi giorni e non ti nego che anche lui, all’inizio, era scettico sul fatto che una donna potesse fare la doccia (o anche il bagno a mare) durante quei giorni lì. Ha constatato che non sono morta per una doccia fatta durante il ciclo e ha cambiato opinione!

    Ah, sugli assorbenti… Sto abbracciando l’idea di acquistare quelli riutilizzabili. Oltre al costo (aumentano di anno in anno e diminuisce il numero degli assorbenti nelle confezioni) sono inquinanti. Se pensi che durante il periodo fertile una donna può consumarne fino a 12 mila…. per tutte le donne del mondo, fai tu i calcoli!

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    1. Credo che adesso in tutte le famiglie si parli liberamente del ciclo e delle sue conseguenze/complicazioni nella vita di tutti i giorni… Ecco, dal documentario emerge come, l’India rurale di oggi sia come l’Italia ai tempi delle nostre nonne….

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  3. Ciao Marco, rieccoti! Sono di quella generazione di donne che ha sentito parlare di mestruazioni chiamate nelle maniere più disparate “ il marchese “ oppure “ le tue cose “, per dire, e sono stata instradata all’arte del dissimulare “ l’evento “ usando pannetti di stoffa che dovevo fermare con spille da balia e mutandone “ igieniche “ – si chiamavano. Combinata così, malamente. Adesso in classe, se dIco mestruazioni ad una ragazzina che ha mal di pancia, mi capisce per fortuna, e soprattutto non c’è nessuna remora a parlarne. Guarderò senz’altro il documentario che hai così ben recensito e sicuramente non mi annoierò!

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    1. Come scrivevo sopra a Paolo Popof, se da voi arrivava “il marchese”… da mia nonna arrivavano “gli inglesi”… Fortuna che adesso i tempi son cambiati e non ci sono più remore…

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