Dalla globalizzazione all’economia del dono… (prima parte).

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Foto “Monopoly” by James Petts – flick

Nelle scorse settimane mi è capitato di leggere/ascoltare/vedere alcune considerazioni sull’attuale situazione economica fatte da persone diversissime e, rimettendole insieme, mi sono sembrate come delle tessere di un puzzle che si incastravano tra di loro.

Il primo personaggio, che non conoscevo e che a pelle è uno di quelli antipatici sin dal primo momento, è Guido Maria Brera. Conosciuto come marito della presentatrice tv Caterina Balivo e finanziere d’assalto multimilionario, mi è sembrato una sorta di dottor Jekyll e Mr. Hyde. Da un lato agguerrito squalo della finanza, dall’altro scrittore di libri e siti web in cui spiega a noi poveri cristi come la finanza (cioè anche lui) ce lo mette nel bocciolo senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Leggendo la sua biografia in rete, sembra che sia un cattolico molto devoto alla Madonna e da questo ne ho dedotto (mia considerazione del tutto personale e opinabile) che forse, qualcuno in fase di confessione, gli deve aver detto che per farsi perdonare, invece di qualche Pater Ave e Gloria, avrebbe dovuto spiegare con parole semplici, le ripercussioni  delle sue operazioni finanziarie a noi che ne subiamo le conseguenze… E in tutto ciò, Guido Maria Brera è bravissimo! Pur non avendo letto ancora nessuno dei suoi libri (conto di leggere al più presto “Tutto è in frantumi e danza”) da diversi mesi seguo il suo blog idiavoli.com e mi piace un sacco, che detto per un blog di finanza e economia è davvero tanto.

Quello che però mi ha colpito più di tutti e mi ha fatto scoprire il personaggio è come, in una replica estiva della trasmissione della Rai “Petrolio”, in poche frasi abbia descritto la nascita e lo sviluppo della globalizzazione, di come la finanza ce l’ha fatta accettare e a quali costi…

L’inizio della globalizzazione (fine degli anni ’90 – inizio 2000) si è  caratterizzato dall’immissione sul mercato di migliaia di oggetti a prezzi irrisori: dalle magliette a 2€ fino ai telefonini e alla tecnologia a basso prezzo, in cambio dei quali la finanza ha cominciato a smantellare i diritti conquistati nel Novecento: il diritto all’istruzione pubblica, alla sanità, alla casa e a un lavoro sicuro e dignitoso. In pratica, mentre da un lato ci toglievano diritti essenziali come la sanità o il lavoro, dall’altro ci riempivano di beni inutili ma consolatori, che ci davano l’illusione di essere ricchi e di poter rinunciare a quelli che una volta erano diritti collettivi. Così facendo la globalizzazione ha rotto il patto sociale e generazionale che per molta parte del Novecento ha garantito un benessere collettivo. Brera parlava della globalizzazione ne’ più ne’ meno come di “una guerra”, combattuta non fra nazioni, ma fra classi sociali. La classica guerra tra poveri, dove il capitalismo vince sempre e tutto il resto della comunità perde i diritti fondamentali: la guerra dei giovani contro gli anziani, dei lavoratori a tempo indeterminato contro i precari, dei pensionati contro i lavoratori, degli italiani contro gli immigrati…

…il tutto per comprare una t-shirt a 2€

(Continua)

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20 thoughts on “Dalla globalizzazione all’economia del dono… (prima parte).

  1. Pingback: Dalla globalizzazione all’economia del dono… (seconda parte). – Un po' di mondo

    • Io non sarei così drastico… Vediamola un po’, sia dal lato sia del lettore che da quello dello scrittore, con una premessa (che potrai vedere confermata nell’ultimo post). Siamo tutti all’interno del sistema capitalistico, come in un grande cubo… quindi che uno sia un finanziere d’assalto o un impiegato o anche magari un ecologista… sempre dentro al sistema si trova e se lo vuole smontare non può che smontarlo dal di dentro.

      Dal punto di vista del lettore se uno mi spiega come viene fatta una cosa dall’interno non può che farmi piacere. Se voglio vedere se una scarpa è ben fatta lo chiedo a mio padre che ha fabbricato scarpe per una vita. Quando con i gruppi d’acquisto solidale andavamo a visitare le fattorie ci portavamo dietro un amico, docente universitario alla Facoltà di Agraria, che con uno sguardo capiva se quello che ci raccontavano corrispondeva davvero a quello che lui vedeva… Tanto per fare un esempio, se volessi sapere cosa succede dietro le quinte di un Pronto Soccorso, secondo te a chi dovrei chiederlo? A qualcuno che ci lavora tutti i giorni…

      Dal punto di vista dello scrittore potrebbe far vomitare la mancanza di coerenza, ma in fondo è più un problema di coscienza personale dell’autore che del lettore. Diciamo che preferisco un Gesualdi che ha un cammino coerente a qualcuno che magari fa il dottor Jekyll e Mr. Hyde. Ma chi ti dice che Brera non abbia avuto una crisi di coscienza (lui sostiene di averla avuta mentre scriveva il libro “I diavoli”)? E chi ti dice che magari fra qualche anno lasci la finanza per diventare scrittore a tempo pieno? Sono problemi suoi personali…

      Nel frattempo se qualcosa che Brera scrive mi piace lo faccio mio… se qualcosa non mi piace farà compagnia a tanta paccottiglia che ci propinano tutti i giorni i soliti media di regime!

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  2. Direi che oggi tutto questo ci ha portato a non riuscire a comprare neppure la t-shirt a €2!
    Fallimento totale e ripensamento in negativo della globalizzazione all’interno dei modelli di sviluppo predefiniti.
    Tutto questo era già stato previsto e liquidato ed ora sarà difficile recuperare un minimo di equità sociale.

    Shera

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  3. Pingback: Dalla globalizzazione all’economia del dono… (terza ed ultima parte). – Un po' di mondo

  4. L’ultimo assunto ha delle verità, eppure c’è qualcosa che non torna. Le analisi di Brera le sento molto semplificate, senza pathos, sembra che si diverta a pungere sogghignando. Non lo conosco Brera, mi interessa invece la tua analisi che percepisco vera e che continuerò a leggere 🙂

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  5. Sto vedendo una puntata di “le invasioni barbariche” su you tube, penso che un suo libro lo prenderò in biblioteca, voglio approfondire.
    Ti confesso una cosa: a causa della crisi ho acquistato la casa in cui abito senza riuscire a vendere quella in cui abitavo (e ritrovandomi con un mutuo che finirà nel 2037 quando penso non ci sarò più). Non vendendo ho optato per affittare la casa dandomi una regola “il costo dell’affitto deve essere conveniente sia per me quanto per l’affittuario affinché lui desideri mantenere la cosa in buono stato”. Ragionamento che 30 o 35 anni fa avrei apostrofato negativamente opportunistico.

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    • Mettermi un mutuo sulle spalle con una durata così lunga, mi metterebbe troppa ansia, però capisco la situazione. Almeno l’inquilino ti paga il mutuo… Mia suocera che vive da sola in una casa di due piani, ha voluto affittare l’appartamento del piano di sopra ad una famiglia di nostri amici, veramente in gamba. Purtroppo, dato che in questa famiglia ci sono due figli piccoli e la nonna anziana, sappiamo che il giorno in cui ci dovesse servire l’appartamento sarà una lotta dura per liberarlo, però almeno fino ad allora sappiamo che è in buone mani e non ce lo distruggono!

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