Risposta ad Aida (e non solo) sul post di ieri.

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Foto “Lake of Gold” by Tom Simpson – flickr

Il post di ieri ha avuto le sue interessanti reazioni e risposte, sia sul mio blog che su quello di aspirante runner che ringrazio per la condivisione. Avevo preparato una risposta, in particolare al lungo commento di Aida, ma visto che diventava piuttosto lunga ho pensato di farne un post, da dedicare soprattutto a chi ha usato il termine utopia…

Il mio primo lavoro serio (nel 1988) è stata l’informatizzazione di una ASL. Fino ad allora tutta la contabilità era gestita a mano, cioè con mega schede cartacee riempite con la biro Bic e i conti venivano fatti con quelle calcolatrici col nastro di carta che arrivava fino a terra, come nei fumetti di zio Paperone… Immaginate che ogni volta che facevi un conto, per essere sicuro di non aver sbagliato, lo dovevi rispuntare con un collega, cifra per cifra. L’informatizzazione e, più in generale tutta l’evoluzione tecnologica, hanno fatto si che dove prima lavoravano 10 persone oggi ne bastano 4 e in futuro magari ne basteranno 2.

Come hanno affrontato questa situazione sia il privato che il pubblico? Il privato semplicemente licenziando e aumentando la precarietà, il pubblico col blocco del turnover, cioè non rimpiazzando i dipendenti che vanno in pensione. I posti lasciati vuoti dai pensionamenti non vengono ricoperti oppure (in un numero molto limitato di casi) vengono ricoperti grazie alla mobilità interne, cioè al ricollocamento di altro personale pubblico in esubero, come ad esempio sta accadendo adesso con le ex-Province.

Se a ciò aggiungiamo l’innalzamento dell’età pensionabile è logico che nel pubblico (ma anche nel privato) le assunzioni saranno fatte sempre col contagocce creando il corto circuito segnalato nell’articolo di Mimmo Tringale. Meno lavoro per tutti e contemporaneamente ultra cinquantenni stressati inchiodati alla scrivania con la pensione sempre più lontana e giovani precari e disoccupati in strada, con in aggiunta un esercito di immigrati anch’essi in cerca di lavoro. E’ una guerra tra poveri voluta dal capitale economico-finanziario e avallata dai politici, tanto che come rilevano le statistiche, anche in occidente i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, compresa la classe media che da anni scivola piano piano verso la povertà.

Bisognerebbe quindi smettere questa guerra in cui i poveri perdono sempre, unire le forze e chiedere ad alta voce di lavorare meno e lavorare tutti!!! Per iniziare basterebbe dar credito e voce a quelle forze politiche, sindacali e culturali che portano avanti queste battaglie e che sono ignorate dai mass media in mano al capitale! Anche se sembra un’utopia, già parlarne è un passo avanti: magari noi non vinceremo però  potremo lottare e forse porre le basi per far vincere, se non i nostri figli, almeno i nostri nipoti…

E se non si lotta per le utopie per cosa si dovrebbe lottare? Forse per catturare i Pokemon?

24 thoughts on “Risposta ad Aida (e non solo) sul post di ieri.

  1. …ti sei dimenticato una sola cosa il disinvestimento progressivo su formazione e altre forme di lavoro. Anche volendola vedere dal punto di vista economico, quando uno sbocco sul mercato finisce, come è finita l’era per le aziende che producevano calcolatrici o macchine da scrivere meccaniche per esempio, si dovrebbe essere già pronti a fare altro. Dei 10 contabili che furono, i 6 in più potevano essere usati per revisionare vecchie pratiche e scovare errori, oppure chissà fare consulenze agli utenti o mille altri modi.
    Sul “drenaggio” verso l’alto delle risorse niente da dire… E’ sotto gli occhi di tutti. Le industrie che viaggiano sono quelle tecnologiche e piccole realtà, ma noi le prime non ce le possiamo più permettere e quelle che ci sono son quasi tutte in mano a capitale estero, le seconde spesso naufragano tra tasse e mancanza di servizi quali strade, elettricità, internet… Cambierà spero!
    Bell’intervento.

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  2. Oh giusto per concludere sul discorso dei 10 che diventano 4 o 2 dipendenti… basterebbe continuare a far fare il lavoro a quei 10, perché se il valore c’era, c’è! Gli sprechi non sono gli umani. Il lavoro dovrebbe garantire dignità agli umani, invece è diventato solo garanzia di denaro all’azienda, che spesso non reinveste. Che ci faccio con 10 persone dove ora ne bastano 4? Più tempo libero? Così che quei 10 non siano grigi individui. Si potrebbe andare più a teatro, più al museo, più a ballare, più in pizzeria magari… ridistribuendo. Ok questa è un’utopia. Buon mercoledì.

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    • Nel caso specifico i 6 furono allocati ad altre mansioni andando a coprire altri posti e così si sta facendo ancora oggi nel pubblico, col conseguente blocco delle nuove assunzioni…

      Lavorare meno e lavorare tutti avrebbe proprio come conseguenza una maggiore dignità dei lavoratori e più tempo libero, magari da dedicare alla cultura o al volontariato…

      Ma forse a questi politici i cittadini più liberi, più felici e più acculturati non servono!

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  3. Pingback: Risposta ad Aida (e non solo) sul post di ieri. – Pigra…aspirante runner

  4. Come dicevo ieri a Runner: se io lavorassi meno (passando da 40 a 30 ore settimanali) anche il mio sispendio si ridurrebbe in proporzione del 25%.
    E con il 25% in meno, chi manda avanti la famiglia? La banca mica mi riduce il mutuo del 25%, e nemmeno nei negozi i prezzi vengono ridotti per farmi un favore.
    E’ tutto il sistema ad essere bacato.
    Ciao

    Kikkakonekka

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  5. Ti ringrazio di aver fatto della tua risposta un pst, che sia punto di confronto di tutti. Aggiungo alle tue considerazioni che, per lavorare meno, bisognerà ridurre gli stipendi o, per lo meno, abbassare il tenore di vita, garantendo l’accesso ai servizi ad un costo irrisorio. Una persona che lavora 4 ore al giorno prenderà uno stipendio part time (ridotto rispetto al full time) e lo stesso stipendio dovrà spartirsi fra bollette, spese, famiglia e, se basta, qualche capriccio. sempre se basta. Ragion per cui, se chiedi ad un lavoratore di ridursi l’orario a scapito dello stipendio (sarebbe la soluzione adottabile in assenza di risorse economiche), ti risponderà che prenderebbe volentieri integratori e antidepressivi pur di resistere agli orari straordinari, e portare a casa un minimo di reddito.
    Mia zia abita in Canada. So poco del sistema adoperato lì, ma per certo so che lei lavora tre volte a settimana, con un orario che va dalle 4 alle sei ore. Ha più di sessant’anni e ha scelto questo lavoro per mantenersi attiva e avere un’entrata in più dentro casa. Credo che guadagni bene, o per lo meno che il suo stipendio sia comparabile a quello di un precario italiano, poichè non solo ci mangia lei e il marito, ma ha la possibilità di volare in Italia almeno una volta l’anno. Cosa che un precario si sognerebbe di fare. So che le tasse lì in Canada sono alte, ma allo stesso tempo i servizi sono efficienti. Lei ha già i contributi pagati, e la pensione sarà inferiore ma dignitosa. La vita però costa meno. O per lo meno la maggioranza delle cose sono accessibili a tutti.
    Si, si potrebbe ipotizzare di lavorare meno ma lavorare tutti, però credo che per farlo bisognerà ridurre qualcosa, tipo le tasse, il costo della vita, prima di raggiungere tale utopia.

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      • Credo che ci siano regole differenti. Innanzitutto lo stipendio è diverso, non commisurato alle ore di lavoro, ma forse è di categoria. Le tasse sono più elevate, certo, ma in contemporanea il cittadino non sborsa soldi suoi perchè i servizi non funzionano (e quindi provvede da sè). In Italia il settore lavoro sembra un marasma. Due anni fa feci la domanda per supplenza come segretaria nelle scuole. Mi piazzai in un’ottima posizione, visto che su 10 mila e passa concorrenti rientravo fra i primi mille. Purtroppo, approvate le graduatorie definitive, la legge di stabilità ha bloccato le supplenze nel campo delle segreterie (tralasciando solo quelle per i bidelli), perchè non c’erano risorse per pagare le ore di supplenza esterna, mentre, guarda caso, c’erano i fondi per gli straordinari.
        Un altro problema che ho tastato risiede in grandi società che un tempo offrivano lavoro a chiunque: Poste Italiane. Lasciamo stare il fatto che ho presentato domanda e non sono stata neanche presa in considerazione per un tirocinio, ma l’azienda ultimamente ha adottato il metodo di riduzione del lavoro. I postini non passano più tutti i giorni, mentre si alternano a giorni differenti. Se mancano ad esempio tre postini in una zona, vengono rimpiazzati con un solo ragazzo (assunto con contratto trimestrale) che deve sopperire il fabbisogno di un bacino d’utenza gestito invece da tre persone. Anche negli uffici la carenza si fa sentire. La Posta cui mi servo regolarmente è all’interno di un ateneo importante. Prima erano aperti tre sportelli, soprattutto quando si avvicinava il giorno del pagamento delle pensioni, quello del pagamento delle tasse e il periodo d’iscrizione dei ragazzi all’università. Passando gli anni è rimasto un solo funzionario, mentre due donne vengono chiamate in periodi alterni, ossia quando si pagano le pensioni o iniziano i corsi universitari. Meno lavoro, si, ma addossato ad una sola persona.
        In alcuni enti pubblici l’attività amministrativa non è più gestita mediante concorsi. Diventa più facile fare gare d’appalto e concedere la gestione ad agenzie interinali che reclutano privatamente i lavoratori. In tal modo chiunque può entrare a far parte dell’amministrazione, ma non tutti hanno i requisiti richiesti, o per lo meno uno presume che li abbia.
        Al contrario, caro Marco, devo segnalarti una cosa, che ho trattato nella mia tesi (che purtroppo è stata snobbata in tre concorsi differenti, perchè forse troppo complessa. una di queste commissioni fece un convegno prendendo spunto dagli argomenti trattati, ma non mi riconobbe mai il merito). Molti giovani, conclusa l’università, tentano la strada della StartUp, ossia una realtà imprenditoriale innovativa sovvenzionata dalle università o dallo Stato. Se l’idea richiede un’attività di ricerca, servendosi del supporto di un ateneo, anzichè tentare il dottorato (che si sa, viene attribuito ai soliti) si può creare uno Spin Off universitario, ossia un’impresa all’interno del quale la ricerca diventa il fulcro dell’attività stessa. Alcuni atenei organizzano gare nazionali, stanziando fondi che verranno dati a quell’idea che si presenta più innovativa e vincente rispetto alle altre. Non ho sotto mano l’opuscolo della mia università (forse mia madre l’ha gettato), ma ricordo che le idee proposte erano allettanti: c’era chi proponeva la ricerca di materiali innovativi per l’agricoltura, chi creare una sorta di servizio di bici all’interno dell’università, chi proponeva ricerche tecnologiche per sopperire alla burocrazia. Insomma l’alternativa al lavoro tradizionale esiste, peccato però che sia poco pubblicizzata e oppressa dalla burocrazia.

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