Lavorare meno, lavorare tutti.

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Foto “Workers” by Justin Lynham – flickr

Il numero di Settembre 2016 del mensile “Terra Nuova” si apre col consueto editoriale del direttore Mimmo Tringale che è dedicato al tema della riduzione dell’orario lavoro, ovvero al lavorare meno per lavorare tutti. Trovo molto interessante che questo tema si riaffacci nel dibattito culturale e politico ed è curioso che a rilanciarlo siano i movimenti ecologisti e della decrescita felice piuttosto che la politica e i sindacati che, purtroppo, guardano proprio da altre parti… I politici pensano ad aumentare le ore di lavoro dei dipendenti pubblici (qui) mentre i sindacalisti intanto vanno in crociera e comprano Swarovski a spese dei lavoratori (qui e qui). Buona lettura!

Lavorare meno per lavorare tutti.

Mai come in questi ultimi anni il lavoro è diventato un’ossessione generalizzata. La società appare divisa in due mondi: i più giovani, colpiti da un tasso di disoccupazione vicino al 40%, e gli over 40, assillati da un carico di lavoro spesso eccessivo e poco gratificante… Le ragioni di questa situazione sono numerose e in gran parte note, ma come se ne esce? Le ricette propinate in questi anni per creare nuovi posti di lavoro, aumentare il Pil e uscire dalla recessione non sembrano aver colpito nel segno. E se la soluzione fosse lavorare meno, lavorare tutti? A riesumare il vecchio slogan in questi giorni è il libro “Utopia for realists: the case for a universal basic income, open borders and a 15-hour workweek” di Rutger Bregman, dove viene proposto un reddito minimo per tutti e un orario di 15 ore come soluzione alla disoccupazione e alla crescente povertà.

In verità, il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro è vecchio quasi come la rivoluzione industriale. Già Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, aveva previsto un futuro di quattro ore lavorative al giorno. In tempi più recenti, Serge Latouche e Maurizio Pallante, ispiratori del movimento della decrescita felice, hanno rivolto una critica profonda al paradigma produttivo e consumistico. Concetti resi popolari da Beppe Grillo, che nel programma del Movimento 5 Stelle ha riproposto il lavorare meno, lavorare tutti in chiave ancora più radicale: una settimana lavorativa di appena 30 ore e un reddito di cittadinanza per tutti.

Solo utopie? In realtà, se si fa un’analisi dei paesi europei con tassi di occupazione oltre il 70%, si scopre che hanno tutti ridotto l’orario di lavoro. In Germania e Francia è passato dalle 1800 ore del 1990 alle attuali 1400. Anche Norvegia e Olanda hanno orari di 1400 ore, seguiti da Danimarca (1500 ore), Svezia e Finlandia (1600 ore). In fondo alla classifica troviamo Italia, Grecia e Spagna, con tassi di occupazione inferiori al 60% e orari di lavoro più lunghi: dalle 2034 ore della Grecia alle 1752 dell’Italia.

Sembrerebbe proprio che dove si lavora meno ore l’economia vada meglio. Su questa onda, la Svezia ha iniziato a sperimentare negli uffici pubblici un orario di sole 6 ore. Esperimenti che si stanno diffondendo anche nelle aziende private: nella sede di Göteborg della Toyota si lavora 6 ore al giorno da ormai tredici anni. Dai primi report sembrerebbe che i risultati siano estremamente positivi: maggiore produttività per l’azienda, più soddisfazioni e meno malattie per i lavoratori.

Sì, forse è ancora un’utopia, ma secondo Bregman con la riduzione dell’orario di lavoro e la concessione di un reddito minimo per tutti, migliorerebbero sia la qualità della vita, sia l’ambiente. Si ridurrebbe l’impatto ecologico, si combatterebbero disoccupazione, diseguaglianze economiche e di genere. Saremmo, insomma, tutti un po’ più felici e soddisfatti.

In più, aggiungiamo, nel tempo «liberato» dal lavoro potremmo essere più disponibili per il volontariato e per la gestione della cosa pubblica. Così, forse anche l’impegno politico potrebbe tornare a essere una passione, e potremmo liberarci dai professionisti della politica che tanti danni hanno fatto e stanno facendo al nostro paese.

 Di Mimmo Tringale, tratto dall’editoriale del Numero di Settembre 2016 di “Terra Nuova”.

p.s. Da alcuni mesi anche l’azienda dove lavora mia moglie ha deciso di chiudere il Venerdì pomeriggio, nonostante gli affari vadano bene. La ditta ha preso questa decisione perchè, rimanendo uguale la  produttività, risparmia di energia elettrica, riscaldamento, condizionamento etc… Peccato però che ai dipendenti quelle ore vengano sottratte dalle ferie!

14 thoughts on “Lavorare meno, lavorare tutti.

  1. Pingback: Lavorare meno, lavorare tutti. – Pigra…aspirante runner

  2. L’idea è eccellente, ma in Italia trova difficile attuazione.
    Nel settore pubblico, da quanto sto constatando negli ultimi anni, si preferisce investire su chi già lavora anzichè assumere nuove risorse. L’esempio più eclatante (quello che sto tenendo d’occhio da qualche mese) è l’amministrazione giudiziaria. Con la digitalizzazione dell’amministrazione anche i tribunali hanno deciso di rendere efficace l’attività giudiziaria in svariati modi: sentenze inviate tramite PEC ai legali, possibilità di contattare gli uffici delle cancellerie per prenotare visioni di fascicoli, avvisi inviati elettronicamente, e così via. E’ una riforma che snellerebbe l’intero sistema giudiziario, rendendolo celere ed efficace, ma ciò comporta l’assunzione di giovani. Giovani che hanno esperienza e sono nati e cresciuti usando PC, skanner, fotocopiatrici, programmi digitali che vengono utilizzati in ogni ambito (pensa che le università non hanno più il libretto ma usano una scheda magnetica che consente agli studenti di prenotare gli esami, accettare o meno un voto e registrarlo conseguentemente). Purtroppo però è dal 1997 che il ministero della giustizia non bandisce un serio concorso che consenta alle giovani risorse di poter occupare posti di tal genere. Chi lavora lì dentro ha dovuto seguire corsi di digitalizzazione e di specializzazione nell’uso dei pc, e i posti vacanti sono stati tamponati attingendo dalle graduatorie di idonei non vincitori di concorsi diversi. Da ultimo si è discussa la possibilità di bandire un concorso pubblico, ma per l’ennesima volta i posti sono stati dimensionati dando la possibilità a chi già lavorava di progredire per area funzionale. Dopo aver sistemati gli esuberi delle provincie e qualche idoneo non vincitore di altri concorsi, i posti rimanenti, con molta probabilità, verranno messi a concorso e saranno, secondo me, davvero irrisori rispetto al numero di giovani che attende bandi del genere.
    Perchè l’amministrazione agisce in tal modo (non solo nel campo della giustizia, ma anche in altri settori amministrativi: tipo agenzie fiscali, Inps ed altro)? Perchè assumere o dimensionare gli interni (o chi ha già superato delle prove) costa molto meno rispetto al bandire un concorso. In quest’ultimo caso l’amministrazione dovrebbe fare una gara d’appalto per trovare un’azienda che somministri i quiz e faccia svolgere le prove, successivamente dovrà trovare le risorse per i tirocini (un soggetto esterno che entra per la prima volta ha bisogno di un tirocinio, nella maggioranza dei casi retribuito), e per le assunzioni successive, nonchè per affrontare l’annoso problema dei ricorsi che seguiranno a procedure concluse. Nell’era della disoccupazione stagnante si tenta ogni strada (sta succedendo con l’ultimo concorso dell’agenzia delle entrate) e intraprendere la strada di un ricorso può garantire la possibilità di ottenere, per lo meno, il tirocinio retribuito. Il ricorso non costa nulla (100 – 200 euro al massimo), costa invece la difesa della pubblica amministrazione che, se perdente, dovrà assumere, pagare danni, spese giudiziali e quant’altro.
    E’ una ruota che gira, caro mio. Non so come funzioni nel settore privato ma nel pubblico l’idea di fondo è quella che ti ho spiegato.

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    • Ti ho risposto col nuovo post di ieri sera… Il problema di fondo è che il lavoro non c’è e ce ne sarà sempre meno in futuro (sia nel privato che nel pubblico). E lo scanner, sinceramente, ormai lo sa usare anche mia nonna. Io, nell’attesa del concorso-godot,… cercherei anche altrove! In bocca al lupo!

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  3. Pingback: Risposta ad Aida (e non solo) sul post di ieri. – Un po' di mondo

  4. Pingback: Amare meno, amare tutti | Suprasaturalanx

  5. Sono d’accordissimo con l’articolo. Da me, ad esempio, si continuano a fare contratti da 20 ore (tipo il mio) per non rischiare di dover pagare ore che non servono, salvo poi il fatto che nessuno di noi a 20 ore fa quasi mai 20 ore ma una decina in più: e allora piuttosto che pagare a noi degli straordinari non sarebbe meglio far guadagnare un po’ anche qualcun altro? Evidentemente per tali soggetti fortemente miopi no.

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    • Tutto il mondo è paese… nella ditta dove lavora mia moglie pur di non assumere prendono interinali in affitto da alcune cooperative, anche se poi facendo due conti, i periodi di emergenza in cui serve più personale sono…. “quasi sempre!”

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