Lavoro e ripresa che non ci sono (e forse non ci saranno mai…)

Foto "jetsons" by nycscout - flickr

Foto “jetsons” by nycscout – flickr

Il mio primo lavoro, nel 1988, fu l’informatizzazione da zero di una ASL sull’Appennino Tosco-romagnolo. Quindici comuni, due ospedali, due poliambulatori e decine di piccoli ambulatori sparsi sul territorio, che fino ad allora erano stati gestiti con carta, penna e macchine da scrivere. L’Asl comprò un computer S36 IBM e una stampante alla quale furono connessi una sessantina di terminali stupidi… Il server e la stampante erano così grandi che furono portati al primo piano con una gru e, siccome non passavano dalla portafinestra del locale dove andavano installati,  fu buttato giù e ricostruito perfino un pezzo di muro. I geometri, temendo che il pavimento non reggesse, fecero mettere sotto al server e alla stampante una lastra di ferro che ne distribuisse il peso su tutta la stanza. A pensarci oggi, il più scarso dei telefonini ha almeno cinquanta o cento volte più memoria e spazio disco di quei due carrozzoni, pesi quanto un’utilitaria, ma che all’epoca garantivano la gestione della contabilità, delle gare d’appalto, degli ordini, dei magazzini e degli stipendi di una ASL intera.

Questo è un esempio fra tanti di come si è evoluta la tecnologia negli ultimi decenni… Se dagli anni ’50 del secolo scorso l’aeronautica avesse avuto la stessa evoluzione dell’informatica, oggi coi 200 euro con cui compriamo un telefonino potremo comprare un aereo personale, magari pure ecologico… Dove 50 anni fa lavoravano migliaia di operai e di impiegati, domani lavoreranno pochi umani e molti robot e computer, solo che ancora non ce ne stiamo rendendo conto. Diminuisce in tutto il mondo la richiesta di manodopera, aumentano i disoccupati e i precari e contemporaneamente l’economia frena perchè ormai siamo in sovrapproduzione. Basta guardare le nostre case: quanti oggetti inutilizzati abbiamo? E dobbiamo continuare a produrne e a comprarne altri all’infinito solo perchè dobbiamo lavorare per avere un salario che al massimo ci consente di sopravvivere? E l’ambiente che deprediamo e ormai non regge il peso di tutto il nostro inquinamento dove lo mettiamo?

Purtroppo (o per fortuna) la ripresa promessa dai politici e dagli economisti non ci sarà mai perchè stiamo analizzando una società completamente nuova con strumenti vecchi e di conseguenza non riusciamo a capire ne’ dove andrà il futuro ne’ tanto meno a trovare delle soluzioni…. Però su questi temi si sta svolgendo un dibattito e tra le certezze neoliberiste si stanno aprendo delle crepe. Vi posto qui sotto alcuni articoli interessanti apparsi ultimamente in rete e sulla stampa. Dove andremo? Si va dalla più catastrofica delle ipotesi… una bella guerra mondiale che spazzi via un po’ di umani e distrugga delle infrastrutture che andranno poi ricostruite,  fino ad una società più solidale e giusta dove si metta in pratica il motto: “Lavorare meno, lavorare tutti…”

In ogni caso sarà dura: siamo in mezzo ad una transizione epocale e non ce ne accorgiamo…

Per approfondire:

36 thoughts on “Lavoro e ripresa che non ci sono (e forse non ci saranno mai…)

  1. Bei tempi! In quegli anni nel nostro settore non c’era certo problema nel trovare lavoro… certo pensare che anche l’informatica ha contribuito a portarci allo stato di cose in cui siamo, non mi rende orgoglioso. Dicevano: i lavori manuali si trasformeranno! Ci sarà da costruire computer, macchinari… poi in realtà i computer li abbiamo regalati a Debenedetti e li ha chiusi, e comunque era un’illusione convertire operai e impiegati… in che cosa, poi? Se si pensa che i laureati attuali sono meno stimati degli operai di una volta, che bel progresso abbiamo fatto! Ora pare che abbiamo deciso di far costruire tutto a cinesi e indiani, mi chiedo che faremo a breve noi. A meno che non accettiamo quello che ci viene prospettato, con metà che lavora e l’altra metà che prende il reddito di cittadinanza… per me è assurdo. Meno robot, meno profitto privato, più lavoro manuale! I cinesi vendano in Cina, che sono un miliardo e mezzo. Le magliette e le scarpe siamo capaci di farcele anche da soli, e anche meglio…

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    • Quei tempi erano davvero belli: noi del Cobol, Basic e dei diagrammi a blocchi eravamo proprio dei pionieri. Ricordo che ai concorsi e ai colloqui di lavoro eravamo sempre gli stessi che si conoscevano e giravano… Chi entrava nel pubblico, chi nel privato tutti trovavano lavoro. All’epoca, in un concorso pubblico per programmatore, i partecipanti quando erano tanti erano una ventina… in uno di questi eravamo in 9…
      All’epoca eravamo considerati una specie di guru… si girava nei ced col camice bianco, nemmeno fossimo dei medici… Poi siamo diventati degli inutili manovali di bits… (con tutto il rispetto dei manovali veri).

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    • Credo che questa riforma sociale sarebbe davvero rivoluzionaria e non è detto che non ci si arrivi… Ad esempio lo sciopero lavorando dei ricercatori di cui hai parlato nel tuo post (https://ammennicolidipensiero.wordpress.com/2016/02/09/alla-rovescia/) potrebbe essere un primo esempio…
      Bisogna sempre ricordarci che nel mondo il 20% dei ricconi detiene l’80% delle risorse… Ma se il resto della popolazione s’incazzasse quel 20% di ricchi vedresti come se la darebbe a gambe… Il problema è che, almeno in Italia, il popolo si accontenta di Sanremo, del calcio e di un telefonino nuovo… magari preso a rate da quelle multinazionali che ci schiacciano…

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    • In effetti è un modello suicida… sia a livello ambientale che sociale… D’altra parte è cretino pensare di impoverire i lavoratori e pretendere che gli stessi, nella veste di consumatori, comprino un sacco di roba per mantenere in vita il sistema… Con che soldi?

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    • Il meno lavoro per tutti è già una realtà in molti paesi Europei… Basta spulciare internet per scoprire dove la settimana lavorativa è di 35 ore (Francia, Svezia, Germania) e a volte anche di meno (Olanda 33 ore). Guarda caso la settimana lavorativa di 40 ore esiste praticamente solo nel Sud Europa (Italia, Grecia, Spagna, etc…). Almeno in Spagna Podemos ha lanciato una proposta di legge per passare addirittura a 30 ore: da noi tutti tacciono. Soprattutto i sindacati!

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  2. Secondo me dovremo rivoluzionare il lavoro, cioè proprio quello. Non più solo pubblicitari on line, ma esperti nella risoluzione di problemi di server, ingegneri capaci di sistemare un robot in poco tempo, esperti nella navigazione web e controllori dei sistemi informatici. Secondo me si dovrebbe giungere a questo punto!

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    • Il problema è che, anche giungendo anche al punto che dici tu, i posti di lavoro saranno sempre meno… Se un robot sostituisce 1.000 operai non è che puoi avere 1000 ingegneri pronti a riparare quel robot. Magari hai una catena di montaggio con 10 robot (che sostituiscono 10.000 operai) e 5 o 6 ingegneri che controllano il tutto!!!!
      Dalle mie parti si dice “…l’è maiala!” (nel senso che è una situazione disperata)

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        • Non è un problema del singolo contadino o ginecologo (che esisteranno sempre). E’ un sistema economico e di produzione che sta collassando e nei grandi numeri non ci sarà lavoro per tutti… Bisogna attrezzarsi in qualche modo per affrontare questo periodo!

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          • Si ho capito cosa vuoi dire. Se oggi mille addetti coltivano la terra, raccolgono i frutti e li trasformano in cimo, domani, grazie alle macchine, di addetti ce ne saranno 100. E’ da fare un appunto sul tuo discorso. La rivoluzione industriale è alla base dell’impoverimento della classe operaia, ma, oggi come oggi, c’è un altro fattore da tenere in considerazione. Una volta c’erano i ruoli. Il maschio lavorava, la femmina stava a casa, quindi c’era più necessità di manodopera per carenza di personale. Per fortuna oggi non è così e una donna ha il sacrosanto diritto di lavorare se lo vuole. Per cui oltre alla riduzione delle opportunità i posti rimasti sono divisi fra i due sessi e spesso e volentieri a capo di attività “tipicamente maschili” è possibile trovare donne (che se la cavano egregiamente). Quindi. La scarsità di lavoro è una questione che è sempre esistita, fin dall’antichità, oggi il lavoro viene parzialmente sostituito dalle macchine, che riducono i posti di lavoro, ma l’evoluzione dei costumi sociali consente di ripartire ciò che è rimasto fra uomini e donne. In questo caso a vincere non è il sesso (il posto spetta al maschio in quanto tale) ma la competizione finisce (o dovrebbe finire) con l’attribuzione del posto a chi ha le competenze, uomo o donna che sia. Cosa succede. Una volta lavorava uno dentro una famiglia, ora sono in due, quindi aumenta la disponibilità a lavorare. Che fare?
            Dire alle donne di stare a fare la calzetta mi sembra assurdo. Oltre a ribadire che il lavoro bisogna inventarselo, dico che se in una famiglia una persona (maschio o femmina) guadagna il giusto per garantire una vita dignitosa, l’altr@ dovrebbe dar spazio a chi una vita dignitosa non ce l’ha affatto. E la domanda sorge spontanea. Se tua moglie guadagna bene ma lavori anche tu, tu lasceresti il lavoro per darlo a qualcuno che ne ha davvero bisogno?

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            • Negli anni ’70 una famiglia di 3 persone dove ne lavorava una soltanto (quella in cui sono cresciuto io, con mio padre semplice operaio) viveva dignitosamente, poteva far studiare i figli e si poteva perfino permettere una decina di giorni di ferie a Gatteo a Mare.
              Oggi con due stipendi (almeno qui a Firenze) si fanno i salti mortali per arrivare a fine mese… Se dovessi vivere con uno stipendio solo ad esempio non potrei mandare mia figlia all’università!

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              • E’ colpa di ciò che gli economisti chiamano inflazione definendola come crescita economica. Una volta le tasse universitarie erano irrisorie, oggi paghi come minimo 1000 euro a semestre, cioè circa il 100% in più di dieci anni fa. E con 100 mila lire facevi la spesa per metà mese. oggi 100 euro ti bastano solo per i primi 5 giorni del mese. L’enel, la benzina, il gas erano di Stato e pagavi bollette irrisorie, tipo contributi. Con la privatizzazione oggi paghi tantissimo per servizi nella maggioranza dei casi scadenti!

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  3. nella mia scuola puoi trovare ancora dei fulgidi esempi di computer non proprio ” cassapanche ” ma modelli che, per obsolescenza, farebbero la gioia di un museo di modernariato! mi viene quasi da dire: dove siamo finiti, signora mia! ma tu non sei una signora, almeno spero🙂 , e la situazione è davvero drammatica

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    • Logicamente il mio era solo un esempio dell’evoluzione della tecnologia negli ultimi 25-30 anni. Quel computerone fu dismesso già a metà degli anni novanta e io non sento quegli ex-colleghi da almeno 20 anni… Ormai di quel server credo che sia rimasta solo la ruggine…

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      • per quanto riguarda i computer della mia scuola ho come la vaga impressione che dobbiamo tenerceli stretti per un bel pezzo! ( ah, poi mi sono ricordata che qualche anno fa abbiamo ereditato quelli dismessi dell’agenzia delle entrate… nella pubblica amministrazione si fa così, ogni tot anni i computer degli uffici ” seri ” vengono rinnovati e le scuole possono farne richiesta, a titolo gratuito, per incrementare il numero delle postazioni a disposizione degli alunni, nei laboratori tecnologici. non ti dico che ” acquisti ” facciamo! )

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        • Allora sappi che in questi giorni al Ministero delle Entrate stanno dismettendo altra roba… o almeno in ufficio ho sentito dire che qualche ministero ha pubblicato una lista di pattume informatico che dismette e regala…

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  4. Stiamo vivendo un momento di soglia, dove continuiamo a produrre come non ci fosse un domani cose di un’economia che è già quasi sparita, ma che fa comodo perché rappresenta il modello (e il guadagno) di una ristretta cerchia di persone. E’ probabile che ad un certo punto tutto collassi o forse no. Diciamo che già così una botta l’abbiamo avuta e noi, in fondo, siamo quella parte di pianeta che si ammala di malattie del benessere.
    C’è da domandarsi il perché non si dia valore ad altre ricchezze, ben vengano i gadget tecnologici certo, ma sarebbe da capire che ci sono altre cose che potrebbero dare valore alla vita. In fondo abbiamo la app per tutto, ma non le asl per tutti. Ok, questa era banale. Mi è scappata.

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    • Purtroppo credo che dalla nostra parte (quella del benessere) in pochi si rendano conto che siamo vicini al collasso… Beh credo che sia giusto, mentre cerchiamo di salvarci le chiappe, iniziare a pensare ad un nuovo modello economico, ad un nuovo sistema di valori in modo da essere pronti a cambiare le nostre vite…

      La tua battuta non è affatto banale: leggi questo articolo
      “E’ paradossale che in Italia ci siano più apparecchi mangiasoldi che posti letto nella Sanità pubblica. Infatti, a fronte di 308.230 Slot e di 51.939 VLT, l’offerta di posti letto oscilla tra 231 mila e 251 mila.”

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  5. Un computer (o un robot) avrà sempre bisogno di un umano che, quanto meno, lo progetti e lo tenga in opera. Forse, questa nuova rivoluzione industriale (perché di questo si tratta) sposterà finalmente l’attenzione sul fatto che anche il lavoro intellettuale è lavoro. A lungo andare, forse (speriamo), l’unico che potremo e dovremo fare.

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  6. Da anni continua a ripetere che mille operai producevano diecimila lavatrici, oggi 10 robot producono diecimila lavatrici: solo che i 10 robot non pagano tasse e non percepiscono stipendio. Come si può tornare allo sviluppo senza una redistribuzione del reddito?

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  7. Il modello capitalistico si è dimostrato decisamente fallimentare, tanto sul piano delle relazioni umane che su quello ambientale. Secondo me, piccoli segni di cambiamento di direzione ci sono, un modo più sano e giusto di concepire il lavoro, la produzione e il consumo esiste (pensa ad esempio il far la spesa dai canali di genuino clandestino piuttosto che al supermercato), ma mi chiedo se faremo in tempo a cambiare prima di esserci mangiati tutto il pianeta!

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    • Concordo con te! I segnali ci sono: botteghe del commercio equo, genuino clandestino, gruppi d’acquisto solidale, restart party, linux group, etc… Ho però paura che non faremo in tempo… le lancette scorrono troppo veloci!

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  8. Concordo… rassegnamoci a fare progetti senza garanzie! Non possiamo metterci in stand by in attesa di essere “assunti a tempo indeterminato” e simili, altrimenti non vivremo più… qui sta cambiando tutto, accettiamolo!🙂

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    • Prima di risponderti ho voluto leggere il tuo blog (complimenti è molto bello, simpatico, ironico ma un po’ troppo pessimista). In tre righe di commento hai usato due verbi, “rassegnare” e “accettare”, assolutamente passivi… Ecco io credo che logicamente dobbiamo vivere (o sopravvivere) ma ogni tanto dobbiamo anche darci una smossa per far cambiare le cose… Non fare i rivoluzionari, ma piccoli gesti che alla lunga portino al cambiamento: comprare una stecca di cioccolato equo e solidale piuttosto che della Nestlè, andare in bici e lasciare a casa l’auto, comprare le verdure dal contadino invece che all’Esselunga…
      Insomma le cose che io e la Cri (che ha commentato sopra e sotto) ci diciamo da anni!

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  9. Che il sistema sia arrivato al capolinea, mi sembra scontato. L’italia però, forse, un piccolo spiraglio potrebbe averlo, se sfruttasse ciò che la contraddistingue: creatività, vivacità d’intelligenza e natura. Perché impazzire a rincorrere i dati produttivi di Cina o India, la rigidità di Germania e via dicendo, caratteristiche che non rientrano assolutamente nella nostra cultura? Forse dovremmo dedicarci, invece, ad offrire una nazione “oasi relax”; incremento ed organizzazione del turismo, della cucina, della cultura. Il grande manager americano, o l’industriale tedesco, pensate non apprezzerebbe un luogo per “ricaricare le pile”?
    Gli italiani non sono numerosissimi, rispetto ad altre realtà, quindi potremmo, con il tempo, ricollocarci tutti.
    Utopia? Forse, però, da noi, molti hanno scelto questa strada, compresi alcuni indirizzi scolastici (vedi commerciale indirizzo turistico), laureati in economia che investono in produzioni agricole ricercate, disoccupati che hanno aperto strutture di b&b, comuni che hanno investito sulla riscoperta di luoghi storici. L’Expo stesso è stato organizzato con molte iniziative, con i complimenti della regione Lombardia, e ha fruttato molto. Una goccia in un oceano? Forse, però meglio di niente. Con una burocrazia più snella, uno spiraglio di luce si potrebbe intravvedere. Buona giornata.

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    • L’Italia dipende da che lato la guardi.
      Se guardo i miei amici dei Gruppi d’acquisto Solidale, dei contadini di genuino clandestino, dei restart party, del commercio equo e solidale… vedo la creatività, la vivacità d’intelligenza e il rispetto della natura.
      Se guardo altrove vedo: la natura immersa nel cemento e nei rifiuti, la creatività e la vivacità d’intelligenza usate per fregare il prossimo, sia che si tratti di politici in Parlamento che più banalmente di colleghi nello stesso ufficio… Gli italiani avrebbero le carte per essere un grande popolo ma a voler sempre fare i furbi, fregare le leggi e il prossimo alla fine fregano se stessi…
      L’Expo un successo? Pare che alla fine ci sarà un buco di 237,2 milioni di €. La Grecia è crollata sui debiti post Olimpiadi di Atene 2004… E’ presto per dire che l’Italia non crolli sui debiti di Expo…. cominciano i primi scricchiolii…(http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/04/expo-2015-sala-smentito-dai-suoi-stessi-numeri-il-buco-e-di-2372-milioni/2515456/)

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  10. Sarebbe auspicabile la seconda ipotesi… E non aspettare che qualcuno cambi le cose per noi. Ad esempio, ma ne abbiamo già ampiamente parlato tanto qui che da me, scegliere dove fare la spesa è un primo passo e anche, se vuoi, un discreto atto rivoluzionario!

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    • Concordo al 100%: andare a piedi o in bici è rivoluzionario! Comprare fuori dalla grande distribuzione è rivoluzionario! Autoprodurre è rivoluzionario!
      Tranquilla io e te siamo siamo sempre sulle barricate!

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