Un telefonino, uno zainetto, un blocco notes e 38 schiavi, tutti per me…

Foto "This "one's for you" , Jonas" by Cecilia... - Flickr

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Sono ormai 7 anni che uso lo  stesso telefonino. E’ un telefonino dismesso da mia figlia,  che fa due cose sole: telefona e manda SMS. Lo userò fino a quando non si romperà definitivamente. Uso lo stesso zainetto da 3 anni anche  se qualcuno mi prende in giro perchè è sponsorizzato da una multinazionale alimentare: me l’hanno regalato e lo userò fino a quando non diventerà inservibile. La mia potrebbe sembrare avarizia  ma in realtà è rispetto per ogni cosa che ci capita fra le mani e che spesso nasconde un carico di sofferenza e sfruttamento, sia dell’ambiente che delle condizioni dei lavoratori. L’altro giorno ero ad una riunione in cui si parlava di giustizia, ambiente e commercio equo-solidale e qualcuno mi ha fatto notare che stavo scrivendo fitto fitto su un blocco sponsorizzato dall’esercito italiano… A parte la soddisfazione di scrivere di pacifismo su un blocco pagato da Ignazio Benito Maria La Russa, Ministro della Difesa, ho fatto notare che è un blocco regalatomi in occasione di una corsa podistica e che mi sembrava più giusto usarlo per prendere appunti di pace piuttosto che buttarlo nella pattumiera da nuovo…

A riprova di queste mie tesi vi posto questo inquietante servizio apparso su “La Repubblica” del 1° di Novembre…

Cento schiavi per ogni consumatore. Dietro tutti gli oggetti c’è sfruttamento.

Il quadro fornito da un’indagine dell’organizzazione non profit Slavery Footprint. Attraverso un questionario è emerso che un esercito di 27 milioni di persone praticamente ridotte in schiavitù ha “contribuito a fabbricare ogni cosa che potete trovare”.

ROMA – Dietro praticamente ogni cosa che compriamo, dagli alimenti all’abbigliamento all’elettronica, si nasconde uno sfruttamento enorme: ogni cittadino medio che possegga un laptop, una bicicletta e un certo numero di paia di scarpe può calcolare di avere ‘sulla coscienza’ un centinaio di schiavi che hanno lavorato per lui. E’ quanto emerge da un’indagine condotta dall’organizzazione no profit Slavery Footprint, ripresa dal sito Huffington Post. Il questionario, in 11 pagine, contiene domande che spaziano dal cibo ai vestiti, dagli hobby alla casa, e studia le modalità di produzione di circa 400 articoli di consumo.

Finalità dell’indagine, effettuata in collaborazione con l’ufficio che si occupa della lotta al traffico di esseri umani del Dipartimento di Stato Usa, è informare i consumatori sul sistema di sfruttamento che si nasconde dietro praticamente tutti i prodotti che acquistano e al contempo esercitare pressione sulle grandi multinazionali affinché rendano note le loro pratiche del lavoro.

Un esercito di 27 milioni di schiavi – tanti quelli stimati oggi al mondo – hanno “contribuito a fabbricare ogni cosa che potete trovare, dall’armadietto medico in casa alla borsa di ginnastica”. “La schiavitù è ovunque”, ha dichiarato al sito il direttore esecutivo di Slavery Footprint, Justin Dillon. “E’ in ogni prodotto” che entra a far parte della vita quotidiana di tutti.

Prima di sviluppare l’organizzazione Slavery Footprint, Dillon si era già occupato del tema, con un documentario su Call + Response (associazione no profit impegnata nella lotta alla schiavitù) e fondando la Chain Store Reaction, una campagna che aiuta i consumatori a sollecitare le industrie a rivelare le loro procedure di produzione.

Ispirata dal modo in cui la Chain Store Reaction aveva motivato la gente a scrivere oltre 100.000 lettere alle industrie, il segretario di Stato Hillary Clinton aveva chiesto all’organizzazione di sviluppare un modello al fine di calcolare l’intreccio fra consumatori e traffico umano. Secondo Dillon, schiavo è “chiunque è costretto a lavorare senza remunerazione, a essere sfruttato economicamente e che non è nella possibilità di dire no”.

Sulla carta, la schiavitù è stata dichiarata illegale nel mondo con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, ma nella realtà è tutt’altro che estinta e riguarda anche molti minori e molte donne, sfruttate principalmente per la prostituzione.

Tratto dall’articolo “Cento schiavi per ogni consumatore” pubblicato su “La Repubblica” del 1 Novembre 2011

Se andate sul sito Slavery Footprint, troverete un’applicazione, graficamente molto graziosa, che rispondendo ad un questionario in inglese, calcolerà la vostra impronta “schiavistica”: io l’ho fatta ben due volte e in entrambe i casi mi ha calcolato che per mantenere il mio tenore di vita lavorano ben 38 schiavi. Dal confronto col dato medio degli altri intervistati ho scoperto che sono sotto la media per consumi di cibo, medicinali, profumeria, giocattoli e gioielli, sono uguale alla media nei consumi di elettronica, sport e abbigliamento e invece i miei consumi sono troppo alti per quanto riguarda la casa (arredamento, bollette, etc…). Ci sono rimasto un po’ male: pensavo di fare già tanto… e invece devo ridurre ancora i miei consumi per diminuire la mia impronta e insieme aderire alla campagna di pressione sulle multinazionali portata avanti da Slavery Footprint!

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6 thoughts on “Un telefonino, uno zainetto, un blocco notes e 38 schiavi, tutti per me…

  1. Quando acquistiamo qualche cosa non pensiamo mai a cosa c’è dietro, specialmente se l’oggetto arriva da determinati paesi ed invece c’è tanto dolore e tanto lavoro effettuato sotto schiavitù. Poveri bambini che vengono strappati alle famiglie e messi a lavorare perché con le manine piccole possono fare cose che agli adulti risultano più difficili e quindi vanno più lentamente e tanto altro ancora. A volte mi viene l’angoscia quando ci penso, cerco sempre di stare attenta a quello che acquisto per quel che mi è possibile. Anche io cerco sempre di non buttare cose che sono ancora utilizzabili e moltissime cose praticamente nuove ma che mi è impossibile usare le porto tutte ad una comunità che si occupa di persone bisognose, sia in Italia che all’estero e mi fido di loro.
    Quanta ingiustizia…
    Pat

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    • Grazie Pat! Anch’io faccio come te! Cerco di usare fino in fondo, poi cerco di riusare e riciclare (a volte in modo creativo). Quando ho delle cose buone che non mi servono porto tutto a Mani Tese che qui ha un bel mercatino e devolve i proventi per progetti nel sul del mondo….

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  2. Come è interessante questo post!
    Stasera mentre camminavo con le mie amiche ne ho parlato. Devo dire che ci sono un sacco di cose che non sappiamo…ed a volte non vogliamo sapere.
    Durante il weekend farò una mail ben fatta da inviare ai miei amici, per fare un pò di informazione che non guasta mai!

    GRAZIE.

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  3. Condivido e apprezzo molto quello che hai scritto. Mi danno dell’avaro anche a me quando raccolgo tutto quel che posso e cerco di buttare via il meno possibile. Però io mi ci sono abituato e sorvolo le critiche e risatine. Sono anche convinto che la società occidentale sia arrivata al punto che per forza di cose debba accorgersi di certe cose anche se – come nella Lettera rubata di E.A. Poe – a volte non ci accorgiamo di quello che abbiamo davanti agli occhi. A volte poi, come dice Giusymar, “non vogliamo sapere”.
    Buona serata,
    Davide

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    • Sto guardando adesso Rai tre dove stanno discutendo dell’obsolescenza programmata dei beni durevoli. Per imporci di consumare, le aziende fanno in modo che gli oggetti si rompano ad una certa scadenza: tv, elettrodomestici, computer sono progettati per durare al massimo 3 o 4 anni, poi vanno sostituiti… Siamo una società folle! … E pensare che tutto questo lo sto vedendo su un tv che quest’anno compie 20 anni!

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