Fratelli d’Italia, secondo alevignozzi!

Quirinale - Roma

foto "Quirinale - Roma" by Alessandro Demetrio - flick

Sui risvolti economici-sindacali-lavorativi della festa del 15o° anniversario dell’Unità d’Italia vi ho già scritto nel mio post dello scorso 8 Marzo. Stavo cercando di scrivere qualcosa da pubblicare sul significato della festa odierna, qualcosa che mi rispecchiasse, che esprimesse il mio essere italiano senza cadere nella retorica vuota e dannosa di quei politici che mentre oggi festeggiano l’Italia, da anni la stanno spolpando voracemente. Per caso, leggendo la rivista “Podismo e Atletica”, mi sono imbattuto nell’articolo “Fratelli d’Italia” scritto da alevignozzi ed essendomi riconosciuto nel bellissimo pezzo ve lo copio e  incollo, non prima di avervi messo due note sull’autore…

Alessandro Vignozzi, classe 1951, è un architetto urbanista, docente c/o la Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli ma, per noi podisti toscani, è  semplicemente “i’ Vignozzi”, podista di Sesto Fiorentino, alto alto e col vizio di correre, sia in estate che in inverno, sempre scalzo. Le rare volte in cui non corre a piedi nudi usa i five fingers… quella specie di calzini ipertecnologici che potete vedere alla fine dell’articolo. Sarà la sua cultura, sarà il contatto diretto dei piedi nudi sul terreno, sarà la sua toscanità, ma trovo i suoi scritti (anche se non gliel’ho  mai detto) veramente illuminanti, arguti e divertenti! E’ l’unico nel settore del podismo che, col pretesto di scrivere di corse, riesce a parlare d’altro e molto spesso di argomenti molto più seri della cronaca di qualche gara… Buona lettura e Viva l’Italia!

Fratelli d’Italia di alevignozzi

Memoria e sgomento

Il 17 marzo saranno 150 anni da che siamo Italiani. Premetto che 150 è un numero al limite della soglia di rilevanza. Si potrebbe, insomma, eccepire se sia davvero degno di esser celebrato. E anche a me viene da scongiurare che in questa bulimica “società dello spettacolo” – come già negli anni ’60 la definiva il filosofo Debord – non si finisca presto per festeggiare anche i 125 e i 175, per passare infine a più rassicuranti cadenze decennali.

Ma non è certo per il timore d’una siffatta inflazione che in questi giorni infuria la polemica fra chi il 17 vuol far festa e chi no.

Un sondaggio ha rilevato che l’81% della popolazione la vuol fare; ma non è un dato significativo: le feste piacciono a tutti. Fra chi comanda, invece, lo scontro è assai più incerto. Ed è così violento da mettere in discussione il significato stesso  di quella che – per non so quanto ancora – è pur sempre la nostra patria.

A una persona della mia età questa diatriba non può che fare una strana impressione. L’anno del centenario compivo esattamente 10 anni  e quella ricorrenza mi s’è stampata nella memoria (ricordo ancora i “celo, celo,… manca!!!” quando ci scambiavamo i doppioni davanti alla scuola) perchè tutti facevamo la raccolta delle figurine  con l’incontro di Teano, la battaglia di Solferino e Curtatone e Montanara. Erano altri tempi e imperversava ancora la retorica patriottarda – un po’ alla libro “Cuore” – dei Pietro Micca e degli Enrico Toti. Oggi, le cose sono molto diverse: nel bene; ma anche nel male.

Più quattrini, meno cuore.

Proprio in quell’anno ci arrivarono in classe tre ragazzi di Catanzaro, ospiti di non rammento qual istituto assistenziale.  Avevano i grembiuli spiegazzati e le croste di sudicio ai gomiti: quando parlavano non si capiva nulla e, a parte quello, erano comunque parecchio ignoranti. Confesso che noi autoctoni li tenevamo un po’ a distanza: non eravamo attratti a farci amicizia; né il loro atteggiamento, chiuso e quasi sospettoso, ci incoraggiava più di tanto. Ma nessuno, né noi né i nostri genitori, s’è mai sognato di mettere in discussione il fatto che stessero lì con noi. L’anno dopo andammo alle medie e da allora non li ho più rivisti. Ho però appreso con piacere che uno di loro (Tarantino: il più sudicio di tutti) è oggi un apprezzato professionista: l’impegno profuso dalle istituzioni non era andato sprecato.

Oggi, malgrado la crisi, queste sacche di sottosviluppo sono pressochè scomparse. Ma all’accresciuto benessere si contrappone una diffusa perplessità su alcuni concetti essenziali, quali il nostro rapporto con lo stato e l’idea stessa di nazione. E’ un momento critico, in cui sentirsi entusiasticamente italiani è tutt’altro che scontato. Alla base di questa perplessità c’è una situazione un po’ paradossale, non dissimile da quel quadro di “doppio vincolo” che alcuni psichiatri indicano come uno dei principali fattori della schizofrenia. Da un lato, infatti, ci sono molti che, a torto o a ragione, provano nel sentirsi italiani un imbarazzo di natura contingente, perchè non si riconoscono nell’operato di chi li governa, o più in generale nella nostra classe politica e nell’andazzo  delle nostre istituzioni. Dall’altro lato ce ne sono altrettanti che, appagati dall’attuale maggioranza, ne condividono il proposito di smantellare l’unitarietà del nostro ordinamento; per non dire delle vere e proprie velleità separatiste di quella componente che, ancorchè minoritaria, risulta al momento egemone in virtù del potere di ricatto acquisito con le recenti vicende.

Perchè “non possiamo non dirci italiani”

Io, come la penso, lo si sarà già capito: già nel numero di gennaio esprimevo le mie perplessità sulla montante prospettiva federalista. Sono – in modo convinto non meno che ragionevole – nazionalista e antisecessionista (ma sono anche orgoglioso d’essere, nell’ordine, Toscano, Fiorentino, Sestese, Quintigiano e addirittura Fornacino). Amo la bandiera; litigo invariabilmente con gli amici stranieri se appena si azzardano a rivolgerci critiche malevole; e tifo, anche e soprattutto nel podismo, per tutti i nostri atleti (incluso Schwazer, benchè la lingua di Dante gli crei ancora soverchio imbarazzo).

Né è difficile capire il perchè. Ho fatto il dottorato a Torino; insegno a Napoli. Malgrado i vincoli aberranti del nuovo ordinamento, l’università è ancora una comunità allargata: quando incontri un collega, essere siciliani o piemontesi non fa proprio nessuna differenza; quel che conta sono semmai le scuole di pensiero o le preferenze concettuali. Si dirà: ma non è lo stesso anche con gli stranieri? Ebbene no, non è lo stesso. Ho insegnato abbastanza a lungo a studenti americani per capire che – nel bene e nel male (forse, ahimè, più nel male che nel bene; ma è comunque un dato di fatto) – siamo davvero molto diversi. Loro più rigorosi, disciplinati, onesti, convinti; ma anche  inflessibili, acritici, schematici, ingenui. Noi più colti, espressivi, facondi, genialoidi; ma anche pigri, opportunisti, inconcludenti, fatalisti. Insomma, noi Italiani, dopo 150 anni, siamo ormai molto più “Italiani piuttosto che stranieri” che non “emiliani piuttosto che pugliesi”.

Chi lo nega ho la sensazione che lo  faccia, in ultima istanza, solo perchè si vede parte di un sottogruppo di italiani con più quattrini di altri; e gli piglia uno sturbo al pensiero che un po’ delle tasse che non riesce ad evadere vadan a finire nelle tasche  di quelli che se la passan peggio. A costoro, insommma, – a differenza dei nostri genitori – non gli sarebbe proprio andato giù che anche il piccolo Tarantino avesse l’opportunità d’essere allevato come dio comanda.

… senza se e senza ma

Questo modo di pensare, per quanto lecito, mi pare anzitutto imbecille. Tarantino ora  guadagna un sacco di quattrini e, oltre a contribuire al benessere collettivo con le sue qualificate prestazioni, con le tasse che paga compensa ad usura quanto allora fu speso per lui.

C’è poi da tener a mente la rapida alternanza delle umane sorti: lavorando a Napoli, ogni tre per due ho modo di toccar con mano la passata grandezza di una metropoli che fino a ieri insegnava al mondo come si mangia e come si canta; mentre oggi rischia, letteralmente,  di finire sepolta nella merda. Chi oggi è ricco, domani sarà povero, e viceversa (basta pensare ai cinesi: chi l’avrebbe detto vent’anni fa?). Non ha senso costruire steccati che tra breve potremmo trovarci a voler rinnegare invano.

Ma soprattutto, per tornare a noi, mi par che questo modo di pensare sia l’opposto dei valori che illuminano l’ambiente delle corse: solidarietà, uguaglianza, empatia, disponibilità. Sono i valori che stanno alla base di ogni proficua convivenza. E’ l’unità d’una nazione altro non ha a essere se non questo: un modo di sentirsi e comportarsi da fratelli perchè tutti stiano meglio. L’unione, come si suol dire, fa la forza: chi può credere che anche regioni privilegiate come Toscana o Lombardia se la passerebbero meglio in veste di staterelli indipendenti?

Ma è inutile far tanti discorsi: la prova più evidente di quel che dico sta proprio nell’inconscio collettivo, in quella parte profonda di noi che, senza tanti rigiri, sa per istinto con chi deve stare. E questa parte si attiva in modo infallibile proprio quando entra in gioco la competizione sportiva (ovvero per etologi ed antropologi, una guerra ritualizzata): quando giocano gli azzurri, voglio vedere chi è che si mette a tifare per quegli altri!  Vi ricordate “Italia-Germania 4 a 3”: ci hanno fatto anche un film… E allora?

Alla gara d’esordio  del non mai abbastanza lodato Criterium Podistico Toscano (Pannocchia, questa era per te!) ci ha accompagnato l’Inno di Mameli: una volta, forse, m’avrebbe fatto un po’ sorridere, oggi, coi tempi che corrono, ci vado a nozze. Infine: il 17, a Pistoia, fanno una corsa espressamente dedicata a questo 150°. Non so se per l’occasione abbandonerò la consueta livrea nera dell’Outback a favore di una tenuta bianca-rossa-e-verde, ma una cosa è certa: cascasse il mondo non mancherò.

Frateélli d’Itaàlia, papparàpa… papparàpa…

Articolo “Fratelli d’Italia” di alevignozzi pubblicato a pagina 9 di “Podismo e Atletica” del mese di Marzo 2011.

New Shoes, September, 2009

foto "New Shoes, September, 2009" by Maggie Osterberg - flickr

 

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