La rivoluzione? Forse la incastro tra l’estetista e l’happy hour!

foto "La Liberté Guidant le Peuple" by caribb - flickr

foto "La Liberté Guidant le Peuple" by caribb - flickr

Leggo in questi giorni su blog e articoli di giornale le tante reazioni indignate rispetto al caso Ruby e a quella che sarebbe la considerazione della donna secondo il nostro presidente del Consiglio. Da destra e da sinistra partono inviti alle donne a manifestare, a scendere in piazza e ad esprimere la loro rabbia per essere considerate solo merce, parti anatomiche, pezzi di carne… Ogni post è corredato da decine di commenti che condividono la rabbia e che dicono, con toni diversi, che bisognerebbe fare la rivoluzione per buttare giù questo governo… Più o meno le solite cose che sento ciclicamente in occasione della riforma Gelmini, dell’uscita delle leggi ad-personam o delle proteste dei precari  e dei disoccupati…

Poi spengo il computer, esco in strada e trovo le donne che escono dalle boutiques cariche di borse e giovani precari che affollano i megastore dell’elettronica per l’ultimo gioiellino ipertecnologico a cui non possono rinunciare. Sono i megasaldi che, sempre più, vengono pagati a debito o con la pensione del nonno (ormai l’unico a portare uno stipendio fisso in famiglia). D’altro canto non ti puoi sottrarre al sottocosto: la rivoluzione può attendere o restare confinata in rete, fra i messaggi condivisi su Facebook o fra le invettive dei blog.

Lo scorso Dicembre, mentre gli studenti contestavano la Gelmini, i ricercatori precari salivano sui tetti (con codazzo di politici) e gli immigrati protestavano sulle gru e sulle ciminiere, in un talk show ho sentito uno dei soliti tromboni  (adesso mi sfugge chi fosse) che cinicamente ha detto un’amara verità: «Non vi preoccupate, tra un po’ sarà Natale: scenderanno tutti per andare a mangiare da mamma, giocare a tombola con i parenti e preparare i festeggiamenti per l’anno nuovo». In fondo noi italiani non siamo fatti per la rivoluzione: come diceva Leo Longanesi “Nel tricolore andrebbe scritto: tengo famiglia.”

L’altra sera ho partecipato ad una bella litigata all’interno del mio G.A.S. (Gruppo d’Acquisto Solidale per maggiori info vedi questo post) che racconta bene i tempi che stiamo vivendo… Cerco di sintetizzare, semplificando un po’. La discussione verteva sul ruolo del Gruppo, ovvero se ci accontentavamo di portare sulle nostre tavole l’insalatina o il formaggio biologico a km zero oppure se ci impegnavamo (anche solo un pochino) nella rete che riunisce i Gas fiorentini e che promuove una bella serie di attività di consumo critico che vanno dalle lotte per i diritti civili ai boicottaggi e alle petizioni, dall’impegno per il sud del mondo o per le situazioni di disagio nella nostra città, per finire con la tutela dell’ambiente e i corsi per l’autoproduzione di pane, saponi etc… Ebbene il mio gruppo ha deciso, con mio sommo dispiacere, che sono tutti argomenti che non ci interessano e che ci limiteremo al solo benessere gastronomico delle nostre famiglie. La cosa che più mi ha sconvolto è stata che, in questa discussione, i più contrari all’impegno per  costruire mondo un po’ più civile sono i giovani, i precari, quelli che si definiscono senza futuro. Non voglio generalizzare,  ma in questo mio singolo e specifico caso, chi sta peggio  ed ha meno diritti rifiuta di impegnarsi, anche pochino pochino, per migliorare un po’ le cose! E’ un atteggiamento che  non capisco e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse…

Prendendo spunto da questa situazione ho dato sfogo alla mia fantasia e ho immaginato un ipotetico  dialogo fra una di queste giovani precarie e un (assurdo) ufficio reclami:

«Buongiorno, posso esserle utile?»
«Si, sono una precaria con un mutuo trentennale, uno stipendio basso e un figlio al nido per cui spendo un capitale! Non ce la faccio  più. Vorrei fare la rivoluzione! »
«Per la rivoluzione, l’ufficio apre fra due ore, piano secondo stanza quattro e… si ricordi di prendere il numerino»
«Aspetti che guardo sullo smartphone: se faccio presto, forse la rivoluzione la incastro fra l’estetista e l’happy hour.»

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4 thoughts on “La rivoluzione? Forse la incastro tra l’estetista e l’happy hour!

  1. Mi rattrista moltissimo quanto leggo, ma francamente non mi stupisce: per accogliere un valore ed essere pronti a lottare per esso, occorre averne imparato il suo reale significato: i giovani, i precari etc… non sanno di che si parla, si lamentano sì è vero, ma nel contempo delegano qualcuno perché lotti al posto loro…
    Rientra nel fatto che “noi” giovane generazione (parlo dai 35 fino quasi al limite dei 50 anni) siamo tutti figli “viziati”: lotta civile e vera implica sacrificio, parola dal significato pressoché sconosciuto…
    L’altruismo è bella parola da sciorinare ogni tanto per rendersi simpatici, ma al momento di chiedere un impegno disinteressato e reale restano poche persone intorno…
    Tutto questo ovviamente con gli opportuni distinguo e senza volontà di generalizzare…

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    • Sono d’accordo con te. Purtroppo la maggioranza delle persone non conosce la parola sacrificio e le poche volte in cui s’impegna lo fa solo se ha un tornaconto immediato: personale o familiare. Una volta sistemata la propria situazione familiare del momento si smette di lottare (ammesso che si sia iniziato) e ci si chiude nella propria casetta.

      Si è perso il senso della lotta civile per il bene e i diritti di tutti e per un futuro migliore. Non si capisce che un miglioramento delle condizioni di vita o un diritto conquistato per qualcun altro, alla fine ha una ricaduta positiva su tutta la società.

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