Lettera ad un giovane precario.

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Foto “san precario 2013″ by gian maria garuti – flickr

Caro giovane precario,

mi chiamo M. sono un quasi cinquantenne e potrei essere tuo padre. Sono uno di quei lavoratori assunti a tempo indeterminato con ferie, maternità, malattie e tutela dell’articolo 18 e lo sono semplicemente per motivi anagrafici:  quando sono entrato nel mondo del lavoro tutti entravamo così, tutti avevamo gli stessi diritti e la parola uguaglianza aveva un senso (ricordi di aver studiato il motto: Liberté, Égalité, Fraternité?).

Oggi i media e tutto il potere politico/finanziario, con la questione dell’articolo 18, vorrebbero mettere voi giovani precari contro  noi lavoratori a tempo indeterminato facendoci apparire ai vostri occhi come dei privilegiati. Vorrei ricordarti che quelli che, in perfetta malafede, vengono dipinti come privilegi sono in realtà diritti dei lavoratori, conquistati con dure lotte dalle generazioni che ci hanno preceduti: i miei genitori e i miei nonni (per te, rispettivamente, tuoi nonni e bisnonni). I miei nonni uscirono dalla seconda guerra mondiale  semianalfabeti, senza alcun diritto e con un contratto agrario di mezzadria che assomigliava più ad un rapporto feudale che ad un lavoro del ventesimo secolo. Decenni di sacrifici, di lotte operaie e pure di risparmi da formichine, hanno consentito alle generazioni dei miei genitori di avere un lavoro sicuro in fabbrica, di comprare una casa di proprietà, di avere una sanità e una scuola pubbliche, di avere dei diritti come lavoratori e magari una pensione decente.

Se tu hai potuto studiare, magari laurearti e se oggi, coi soldi del nonno, puoi comprarti il telefonino nuovo, per queste cose devi dire grazie alle generazioni che ti hanno preceduto,  e che si stanno ancora sacrificando per garantirvi un futuro il più possibile sereno. Il fatto che noi genitori oggi non spendiamo gli 80€ di Renzi è proprio perchè, visto il pessimo futuro che ci aspetterà tutti quanti, cerchiamo di mettere da parte un misero gruzzoletto proprio per aiutare voi figli nei prossimi anni.

Anche noi siamo perfettamente d’accordo perchè anche voi abbiate le nostre stesse tutele ma non ci fidiamo di chi, mentre a voi fa promesse fumose, incerte e vaghe, mira a togliere concretamente le tutele residue che hanno le vostre mamme e i vostri babbi. Se ai vostri genitori verrà tolto l’art.18 in futuro non l’avrà più nessuno: ne’ noi e nemmeno voi e siccome quello che davvero manca è il lavoro, questa corsa al ribasso sulle tutele non avrà mai fine. Quando noi e voi saremo “ugualmente” e “democraticamente” precari, in questo mondo globalizzato, ci sarà sempre qualcuno ancora più precario di noi, magari in Serbia o in Bangladesh o in Cina, che accetterà salari e condizioni di lavoro sempre più disumane. Andando avanti così finirà che diventeremo tutti una massa planetaria di schiavi senza alcun diritto, al servizio delle ristrettissime élites di superricchi che gestiscono il  potere politico, economico e finanziario.

Sulla questione dell’ art. 18 vogliono scatenare una guerra fra poveri, fra genitori e figli perchè i potenti sanno che col “divide et impera” loro continueranno a prosperare alle nostre spalle. Mentre noi tutti faremo la fame le élites rimarrano immuni: i politici con i loro intoccabili vitalizi e i supermanager della finanza speculativa con i loro stipendi da nababbi. Alcune settimane fa Montezemolo è stato licenziato dalla Ferrari con una buonuscita di 27.000.000.000 di € (27 miliardi). Repubblica ha fatto i conti: per guadagnare la stessa cifra ad un operaio servirebbero 1.185 anni, pari a 29 vite, mentre per un impiegato servirebbero “soltanto” 954 anni e 24 vite.

Cari ragazzi precari, se per caso vi venisse in mente di tralasciare un pochino twitter, whatsapp e facebook, di incazzarvi leggermente contro questo sistema  profondamente ingiusto e magari di scendere in piazza come i vostri coetanei di Honk Kong, sappiate che noi genitori saremo sempre al vostro fianco!

M. un genitore quasi cinquantenne che crede ancora in quelle 3 parole: Liberté, Égalité, Fraternité

Malles primo comune europeo senza pesticidi.

Foto by suedtirol.altoadige - flickr

Foto by suedtirol.altoadige – flickr

Malles (Bz), piccolo comune della Val Venosta al confine tra Italia, Austria e Svizzera, è la prima amministrazione locale europea che, tramite un referendum, ha abolito sul proprio territorio l’uso di pesticidi chimici. Lo scorso 5 settembre il 75% dei votanti al referendum ha detto no ai pesticidi. In un comune in cui le cui principali risorse sono il turismo e l’agricoltura fa piacere vedere che anche molti agricoltori si sono espressi per il divieto.

Adesso per il Comune di Malles si prospetta un futuro verso un’agricoltura al 100% biologica e pare che anche in altri comuni del Trentino Alto Adige siano al lavoro comitati per tenere referendum simili… Speriamo che dall’esempio di Malles parta un effetto domino che porti ad avere tanti comuni liberi da pesticidi…

 

Eataly: il lavoro secondo gli amici di Matteo Renzi.

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Foto “Penne Napoli at Eataly” by Muy Yum – flickr

Oscar Farinetti è il fondatore e padrone di Eataly. Ma è anche un grande amico e finanziatore delle campagne elettorali di Matteo Renzi il quale, nelle sue prediche su rottamazione e svolta dell’Italia, porta Farinetti come esempio di imprenditore di successo nonostante la crisi.

In vista delle tanto annunciate riforme del lavoro renziane, può valere la pena dare un’occhiata a come vengono trattati i lavoratori di Etaly e purtroppo, a vedere da quello che succede a Firenze, non c’è da stare allegri. Sabato 30 e domenica 31 agosto 2014 i lavoratori e le lavoratrici di Eataly Firenze sciopereranno per chiedere il ripristino di sane relazioni sindacali con l’azienda di Oscar Farinetti e soprattutto, scrivono in una nota, “il diritto ad un lavoro che sia dignitoso”. Alcuni siti come Altracittà.org invitano i consumatori, in occasione dello sciopero dei dipendenti di Eataly di domani e domenica, a boicottare e non comprare da Eataly (e nemmeno dopo se non rispettano i diritti dei lavoratori).

Questo il comunicato stampa dei lavoratori di Eataly con le motivazioni dello sciopero.

Abbiamo deciso di scrivere queste righe, da dipendenti di Eataly, conseguentemente alla notizia del nostro “licenziamento”, o, più formalmente, al non rinnovo del contratto. Andando con ordine, vorremmo cominciare sottolineando tre punti molto forti tratti dal Manifesto dell’Armonia di Eataly:

2. il primo modo per stare in armonia con le persone è saper ascoltare cercando spunti per cambiare o migliorare le proprie idee.

7. il denaro può allontanare dall’armonia. Bisogna avere sempre ben presente che il denaro è un mezzo e non un fine. Deve essere meritato.

9. l’armonia con le cose si ottiene ben sapendo che le cose sono di gran lunga meno importanti delle persone. Molto importante è invece la natura. Il primo modo per esserne in armonia è rispettarla.

Frasi semplici alla comprensione: le persone sono importanti, vanno sapute ascoltare, il denaro non è che un mezzo. Lasciando per ultimo il tema “monetario” ci chiediamo se le parole, queste parole, abbiano un senso. Eataly Firenze non ha mai conosciuto un’assemblea aziendale, mai e sotto nessuna forma. L’ultima volta che siamo stati tutte e tutti nella stessa stanza è stato il primo giorno di lavoro. Ricordiamo come siamo stati informati, tra una nozione di sicurezza antincendio e una di normative Haccp, del fatto che, appena possibile, avremmo avuto anche la possibilità di darci una rappresentanza sindacale. Ma se non sono previste assemblee aziendali, figuriamoci assemblee sindacali!

Eppure, di motivi per riunirci, l’azienda ne avrebbe in quantità: informarci dei cambiamenti in atto, renderci partecipi delle scelte riguardarti il personale, comunicarci anche sinteticamente il progetto dell’azienda… Non è normale infatti che un azienda, un’azienda fiorente ed in piena espansione, conti all’inaugurazione oltre 120 dipendenti e che, a meno di un anno dall’apertura, ne conti la metà. Su questo drastico taglio nessuna spiegazione è stata data a noi lavoratori. Né sui motivi per cui si debba venire a sapere dei turni settimanali con sole 24 ore di preavviso, né su tanti altri cambiamenti che si sono susseguiti da quel 14 Dicembre 2013 ad oggi.

Eppure siamo persone, e dovremmo, secondo la filosofia dell’azienda, essere importanti. Di gran lunga più importanti delle cose. E meno importanti delle cose, ci verrebbe da dedurre, sono i soldi… in fondo, sono solo un mezzo. Però la realtà non sta affatto così: noi siamo solo soldi, numeri, voci di spesa. Nessuno ci ha mai considerato davvero persone, ma ingranaggi da inserire nel “modello Eataly”, un modello basato sulla grande distribuzione di prodotti alimentari, una macchina in crescita che non può incepparsi sugli individui.

Ed è qui che arriva il discorso monetario. Eataly prevede nuove aperture a Piacenza, Verona e Trieste. E poi Londra, Mosca, San Paolo… insomma, parrebbe che quel che si dice sulla nostra azienda sia vero. Perché si parla di Eataly come di un’azienda modello, che cresce mediamente nel fatturato di oltre il 33%, un’azienda “che vince tutte le sfide”, per citare i giornali. Ma vogliamo proprio prendere le parole rilasciate dal nostro datore di lavoro, Oscar Farinetti: “Eataly fattura in Italia 100 milioni di Euro. Prevediamo di arrivare a 200 milioni nel 2014.”  L’ottimismo è il profumo della vita!

Ma allora perché il negozio di Firenze è aperto meno di un anno fa con più di 120 dipendenti, ora ne conta solo una sessantina? Perché si sta contraendo sempre di più il personale, costringendo talvolta a turni estenuanti i colleghi che si trovano a dover coprire il lavoro (che non manca!) dei dipendenti espulsi, mentre in altri reparti non si concede un’ora di straordinario neanche a chi la richiede?

Solo nell’ultimo mese accanto al nome di oltre 13 dipendenti è stato scritto “OUT”. 13 persone sono state lasciate, senza troppi fronzoli, senza lavoro. Abbiamo il diritto di sapere in che direzione va la nostra azienda, ce lo abbiamo in quanto dipendenti, ma ancora di più ce lo abbiamo se vediamo negato il nostro diritto di lavorare. Purtroppo alle continue richieste l’azienda ha sempre risposto freddamente e duramente, rifiutandosi non solo di convocare un’assemblea aperta a tutte e tutti i dipendenti così da avere risposte sul nostro futuro e, magari, potere anche dire la nostra, ma per di più la notizia del mancato rinnovo ci è stata fatta pervenire tramite i responsabili di reparto.

Quale serietà dimostra la dirigenza di Eataly rifiutandosi di incontrare i dipendenti che decide di licenziare? Per tutto ciò abbiamo deciso di convocare uno sciopero per le giornate di Sabato e Domenica 30 e 31 Agosto, per richiedere il ripristino delle condizioni di una sana relazione tra azienda e lavoratori, tramite una rappresentanza sindacale che possa evidenziare le numerose problematiche riguardanti le condizioni di lavoro e l’organizzazione dei turni, e soprattutto per difendere il diritto ad un lavoro che sia dignitoso.

Comunicato stampa dei dipendenti licenziati da Eataly – Firenze

Questa è la situazione dei lavoratori di Eataly Firenze, ma la cosa più triste è leggere su Wikipedia chi sono i proprietari di Eataly…. al 60% Oscar Farinetti (amico e finanziatore di Matteo Renzi ma soprattutto figlio del partigiano socialista Paolo Farinetti, comandante della 21ma Brigata Matteotti “Fratelli Ambrogio”, tra i fondatori della Repubblica Partigiana di Alba) e al 40%  Coop Liguria, Novacoop e Coop Adriatica (si, proprio “la Coop sei tu“). Non so perchè ma mi è venuta in mente una canzoncina di una volta. Come faceva quell’inno? Ah si!… “Compagni avanti, il gran Partito noi siamo dei lavoratori…”

p.s. per i più giovani l’inno è quello dell’Internazione e lo trovate qui

Gino Strada: ‘Nel 2003 sinistra contro la guerra. Ora al governo ha cambiato idea’

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Foto “Io Sto con Emergency” by Francesca Minonne – Flickr

Stamani il sito de “Il Fatto quotidiano” ospita un’intervista a Gino Strada sulla situazione dell’Isis e su questa strisciante Terza Guerra Mondiale. Ricondivido l’articolo in toto perchè finalmente sulla stampa appare una voce (oltre a Papa Francesco) che dice come stanno le cose e che ci ricorda che la guerra rimane una cazzata e che non c’è differenza tra chi taglia le gole e chi bombarda con i droni: sempre assassini sono…

Isis, Strada: “Nel 2003 sinistra contro la guerra. Ora al governo ha cambiato idea” tratto da “Il fatto quotidiano”.

Una volta che ho deciso di andare ad ammazzare qualcuno, la modalità è secondaria perché sto facendo la più grande cazzata che un essere umano possa fare”. Gino Strada vive e lavora in Sudan, ma è in contatto quotidiano con i medici della sua Emergency che gestiscono ospedali e campi profughi ad Arbat e Choman (nel Kurdistan iracheno), dove sono confluiti migliaia di sfollati in fuga dalle regioni sotto attacco dell’Isis e dalla guerra civile in Siria.

Che cosa sta succedendo in Medio Oriente?
Ho vissuto tre anni e mezzo nel kurdistan iracheno. Era il 1996 ed era in corso una guerra civile tra le due fazioni curde: il Pdk di Masoud Barzani (l’attuale presidente del Kurdistan iracheno, ndr) e l’Upk di Jalal Talabani. Quando il Pdk stava per essere sconfitto, chiamò in aiuto i carri armati di Saddam Hussein. E quella era una guerra tra curdi. Quello che intendo è che in quello spicchio di mondo lì chi oggi è un nemico forse tra quattro mesi diventerà un alleato. Guardi quello che sta accadendo con al-Assad in Siria.

Noi cerchiamo sempre di dividere il mondo in buoni e cattivi.
Non è semplice. Faccio un altro esempio: nel 2003, prima dell’invasione Usa, andai a parlare con il ministro della Sanità iracheno e con Tareq Aziz (vice primo ministro sotto Saddam, ndr). L’incidenza di tumori e leucemie infantili era aumentata di dieci volte a causa delle armi chimiche e radioattive della guerra con l’Iran e del Golfo del ‘91, ma i medicinali non erano disponibili a causa dell’embargo. Proposi di fare arrivare un aereo 747 carico di anti-tumorali, ma mi disse di no.

Preferiva usare l’embargo come tema politico contro gli Usa?
Non ho più voglia di occuparmi delle ragioni degli uni e degli altri. Ciò che conta è che sono morti mezzo milione di bimbi.

E quindi cosa dovrebbe fare, oggi, l’Occidente?
Tenere a mente che ogni volta che si decide di combattere una guerra – che significa andare ad ammazzare qualcuno – si peggiorano situazioni spesso già disastrate. Non è bastata l’esperienza delle primavere arabe? Tre anni dopo, cos’è rimasto? In Egitto si condannano a morte i civili a cinquecento alla volta. In Libia c’è una guerra civile di cui non frega più niente a nessuno.

Ma le immagini che arrivano da Iraq e Siria sono raccapriccianti. Tagliano le gole, e non solo al giornalista americano.
Non mi illudo che l’Isis sia democratico e liberale, figurati! Ma in questo disastro c’è tutto il Medio Oriente, un’area completamente esplosa. Il punto è che quando uno decide di ammazzare qualcun altro, la modalità è secondaria. C’è chi taglia la gola, chi usa armi chimiche, chi bombarda coi droni: ognuno con le sue armi cerca di fare la pelle a qualcun altro.

L’Italia cosa dovrebbe fare?
Se io ragionevolmente credo che tu sia un pazzo scatenato, dal punto di vista della sicurezza del mio Paese sono più sicuro se metto in mano le armi al tuo nemico o se non gliele do? Se vogliamo che tra due anni qualcuno ci faccia un attentato, siamo sulla strada giusta. Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, usa argomenti assurdi per giustificare la decisione di dare quella ferraglia ai curdi.

L’arsenale della Maddalena?
È folle! Come cavolo è possibile che la Marina militare abbia disobbedito alle decisioni della magistratura, che ordinò la distruzione di quelle armi di contrabbando? Oggi quella roba lì, che non dovrebbe nemmeno esistere, è il regalo per gli amici del momento. Non rispettano la Costituzione, le convenzioni internazionali né la buona pratica di non vendere armi ai Paesi in guerra.

Il pacifismo che fine ha fatto?
Quando, nel 2001, il governo Berlusconi decise di invadere l’Afghanistan erano quasi tutti d’accordo. Solo Emergency e pochi altri parlavano ad alta voce contro quella guerra. Due anni dopo, c’è stata Piazza del Popolo, la più grande manifestazione pacifista di sempre in Italia. Tanti politici di centrosinistra si erano ravveduti: quelli che avevano votato per la guerra in Afghanistan, avevano scelto di dire “no” a quella in Iraq. Me li ricordo mentre sfilavano con le sciarpe arcobaleno addosso.

E poi cos’è successo?
Poi sono tornati al governo e hanno cambiato di nuovo idea. Ma io i politici li capisco: non sanno nemmeno dove sia l’Afghanistan, anche se siamo lì dal 2001. Invece non capisco la stampa: perché nessuno fa un’analisi e si chiede quante vite abbiamo perso in questi tredici anni, quante persone abbiamo ucciso, se abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati? La verità è che sulla guerra esiste ormai il pensiero unico.

Forse perché le guerre oggi sono più difficili da raccontare: si usano tanti droni e meno soldati.
No, viene da più lontano. Tutto comincia con i giornalisti embedded. Nella più grande operazione militare della storia della Nato, ad Helmand, in Afghanistan, non c’era nemmeno un giornalista che non fosse embedded. Quando la gente vede certe immagini medievali, come Abu Ghraib, prende coscienza, perché capisce quanto la guerra faccia schifo.

Ci sono tanti giovani occidentali che ne rimangono affascinati: partono e diventano jihadisti.
È lo stesso meccanismo. Quando si accetta la possibilità di ammazzare, si diventa gli esseri umani peggiori. L’unico approccio umano alla guerra è l’abolizione, com’è successo con la schiavitù.

Isis, Strada: ‘Nel 2003 sinistra contro la guerra. Ora al governo ha cambiato idea’ – di Alessio Schiesari tratto da  Il Fatto Quotidiano del 27 Agosto 2014.

Chi semina vento raccoglie tempesta.

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Foto “Donbass Arena” by Ilya Dobrioglo – flickr

90 minuti più i tempi supplementari non furono sufficienti a stabilire chi sarebbe andato in finale… Ci vollero i rigori: Xabi Alonso si fece parare il primo, poi Iniesta, Piqué, Ramos e Fàbregas portarono la Spagna in finale contro l’Italia e rimandarono a casa i Portoghesi che sbagliarono 2 rigori con Moutinho e Bruno Alves. Sembra passato tanto tempo e invece era la prima semifinale degli europei di calcio che si giocava il 27 Giugno del 2012 alla Donbass Arena, lo stadio della città Ucraina di Donetsk. Come racconta Rainews, tre giorni fa parte della facciata  nord-ovest della Donbass Arena è stata distrutta dalle bombe della guerra civile che si sta combattendo nell’Est dell’Ucraina, fortunatamente senza provocare vittime. In un’estate tragica di guerra può sembrare un fatto piccolo e insignificante eppure a me ha fatto venire in mente Sarajevo che nel 1984 ospitò i giochi olimpici invernali e che 10 anni dopo fu sconvolta dalla guerra dei Balcani: lo stadio olimpico diventò un cimitero di guerra, la pista del bob una trincea.

Quest’estate ha dimostrato di nuovo che la storia non ci insegna mai niente: l’Ucraina, l’Iraq, la Siria, Gaza, Israele, la Libia stanno a testimoniare che con le bombe e con i raid aerei non si risolve mai nulla. Trenta o venti anni fa noi occidentali abbiamo armato una fazione, oggi magari armiamo la fazione opposta e intanto da decenni uccidiamo innocenti, facciamo il deserto e condanniamo generazioni di profughi alla disperazione di non avere un futuro degno di essere vissuto. Abbiamo fatto fuori Gheddafi e Saddam Hussein eppure in Iraq e Libia la popolazione sta peggio di prima. Ci ostiniamo a voler esportare la pace e la democrazia con le armi, quando in tanti ormai ci hanno insegnato che la pace e la democrazia si esportano sradicando la povertà, portando scuole, ospedali e progetti di sviluppo.

Ha ragione Papa Francesco, siamo nella Terza Guerra Mondiale: quella in cui quei 4 miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno verranno da noi ricchi a chiederci il conto. Se noi paesi occidentali non capiamo che seminando vento siamo perennemente destinati a raccogliere tempesta, continueremo a fomentare il terrorismo disperato di chi non ha niente da perdere e i droni forse non basteranno a salvarci.

In merito vi invito a leggere due interessanti articoli pubblicati sul Fatto Quotidiano:

Matteo Renzi, vai a far la spesa alla Despar di Scandicci… ma sbrigati!

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Foto “simply, alone” by batintherain – flickr

La voce si è sparsa in città col passaparola: «Vai presto alla Despar di Scandicci a fare la spesa: stanno fallendo e questa settimana c’è lo sconto del 40% su tutto.» A me l’ha detto un collega d’ufficio: «E’ quasi finito tutto, vai a prendere le ultime cose scontate e porta la macchina fotografica: vedrai scene da Unione Sovietica degli anni ’70, quando i nostri connazionali andavano a “comprar” moglie con 3 paia di collant…».

Ieri sera con mia moglie siamo andati a fare un po’ di spesa: non credevo ai miei occhi. Scaffali vuoti e commessi che giravano come zombie. I reparti del fresco (macelleria, verdura, pesce, salumeria) erano desolatamente deserti e nel banco frigo, che fino a qualche settimana fa ospitava metri e metri di yogurt e latticini, restavano solo una decina di confezioni di strutto e tre o quattro di margarina. Nel reparto della pasta c’era solo la minestrina da brodo di una sola marca. Tutto quello che era durevole era già stato portato via da giorni: niente detersivi, niente carta igenica e da cucina, niente birre. Immaginate un supermercato di due piani con centinaia di metri di scaffali dove pochi articoli giacciono tristemente in qua e là alla rinfusa. Abbiamo preso delle marmellate biologiche, del tonno, del riso,  un po’ di alimenti per il cane, dei biscotti, del caffè, della cancelleria, la penultima scatola di corn flakes e dei surgelati. Chissà perchè i gelati erano l’unica cosa che era ancora disponibile in più varietà e più marche.

Non ho avuto il coraggio di tirar fuori la macchina fotografica: era troppo triste e mi sembrava di mancar di rispetto a quei commessi e a quelle famiglie che ancora non conoscono il loro futuro. Anzi, portando il carrello alla cassa, mi sono quasi vergognato e, come facevano altre persone, ho chiesto agli addetti alle casse della loro situazione. Stanno chiudendo 36 punti vendita di Despar fra Toscana, Umbria e Lazio con oltre 800 dipendenti che non sanno che fine faranno. Sembra che Conad rileverà circa 2/3 dei supermercati ma nessuno sa quali saranno, quanti dipendenti saranno riassunti e quanti verranno licenziati.

Matteo Renzi trova un po’ di tempo e fai un salto al Despar di Scandicci. Forse troverai ancora del tonno col 40% di sconto, ma sbrigati perchè quasi sicuramente tra oggi e Sabato prossimo tireranno giù la saracinesca. Definitivamente. Matteo, son queste le cose che ti chiedono gli italiani, non di riformare il Senato trasformandolo in un bivacco non elettivo per consiglieri regionali indagati… e per favore risparmiaci la balla che col nuovo Senato ripartirà l’economia!

Per approfondire:

Gloriosi Fallimenti.

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Foto “Costa Concordia” by ARPA Toscana – flickr

Oggi la Costa Concordia ha iniziato il suo viaggio verso Genova tra il tripudio e le dirette live di tutte le televisioni. Non so se c’era,  ma dietro a giornalisti tv, mancava solo la banda a fare zum-pa-pà per festeggiare l’evento. L’Italia è veramente un paese alla rovescia. Il simbolo di una tragedia nata da una smargiassata (l’inchino al Giglio) che causò 32 vittime, invece di essere rimosso in silenzio e con vergogna, viene accompagnato a Genova quasi in trionfo. D’altra parte il capitano Schettino, come riportano molti giornali (qui La Stampa), è stato immortalato abbronzatissimo in un esclusivo party vip sull’isola di Ischia. In tutti i paesi civili il responsabile di un tale disastro sarebbe come minimo dietro le sbarre, in Giappone forse averebbe fatto harakiri dalla vergogna. Da noi invece ci sono delle signore vipparole che si fanno fotografare accanto a Schettino come se  fosse una star del cinema.

Purtroppo noi italiani siamo così da secoli: abbiamo una tale faccia di bronzo da trasformare i nostri più vergognosi insuccessi nei più spettacolari trionfi. A Pisa, il fallimento di un campanile progettato male, l’abbiamo trasformato in un celebre monumento mondiale!

Forza Matteo, prendi esempio da Schettino! Se ti impegni, con le tue riforme potresti trasformare il Senato e tutta la democrazia italiana, in un relitto rugginoso come la Costa Concordia e magari alla fine potresti pure uscirne vincitore!

P.S. Intanto i francesi, che non si fidano,  hanno mandato due navi militari con tanto di ministro dell’ecologia a bordo, a sorvegliare il mare intorno alla Corsica dove transiterà la Costa Concordia. Un minimo sversamento di inquinanti e nascerà un caso diplomatico! (fonte Corse Matin).