Matteo Renzi, vai a far la spesa alla Despar di Scandicci… ma sbrigati!

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Foto “simply, alone” by batintherain – flickr

La voce si è sparsa in città col passaparola: «Vai presto alla Despar di Scandicci a fare la spesa: stanno fallendo e questa settimana c’è lo sconto del 40% su tutto.» A me l’ha detto un collega d’ufficio: «E’ quasi finito tutto, vai a prendere le ultime cose scontate e porta la macchina fotografica: vedrai scene da Unione Sovietica degli anni ’70, quando i nostri connazionali andavano a “comprar” moglie con 3 paia di collant…».

Ieri sera con mia moglie siamo andati a fare un po’ di spesa: non credevo ai miei occhi. Scaffali vuoti e commessi che giravano come zombie. I reparti del fresco (macelleria, verdura, pesce, salumeria) erano desolatamente deserti e nel banco frigo, che fino a qualche settimana fa ospitava metri e metri di yogurt e latticini, restavano solo una decina di confezioni di strutto e tre o quattro di margarina. Nel reparto della pasta c’era solo la minestrina da brodo di una sola marca. Tutto quello che era durevole era già stato portato via da giorni: niente detersivi, niente carta igenica e da cucina, niente birre. Immaginate un supermercato di due piani con centinaia di metri di scaffali dove pochi articoli giacciono tristemente in qua e là alla rinfusa. Abbiamo preso delle marmellate biologiche, del tonno, del riso,  un po’ di alimenti per il cane, dei biscotti, del caffè, della cancelleria, la penultima scatola di corn flakes e dei surgelati. Chissà perchè i gelati erano l’unica cosa che era ancora disponibile in più varietà e più marche.

Non ho avuto il coraggio di tirar fuori la macchina fotografica: era troppo triste e mi sembrava di mancar di rispetto a quei commessi e a quelle famiglie che ancora non conoscono il loro futuro. Anzi, portando il carrello alla cassa, mi sono quasi vergognato e, come facevano altre persone, ho chiesto agli addetti alle casse della loro situazione. Stanno chiudendo 36 punti vendita di Despar fra Toscana, Umbria e Lazio con oltre 800 dipendenti che non sanno che fine faranno. Sembra che Conad rileverà circa 2/3 dei supermercati ma nessuno sa quali saranno, quanti dipendenti saranno riassunti e quanti verranno licenziati.

Matteo Renzi trova un po’ di tempo e fai un salto al Despar di Scandicci. Forse troverai ancora del tonno col 40% di sconto, ma sbrigati perchè quasi sicuramente tra oggi e Sabato prossimo tireranno giù la saracinesca. Definitivamente. Matteo, son queste le cose che ti chiedono gli italiani, non di riformare il Senato trasformandolo in un bivacco non elettivo per consiglieri regionali indagati… e per favore risparmiaci la balla che col nuovo Senato ripartirà l’economia!

Per approfondire:

Gloriosi Fallimenti.

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Foto “Costa Concordia” by ARPA Toscana – flickr

Oggi la Costa Concordia ha iniziato il suo viaggio verso Genova tra il tripudio e le dirette live di tutte le televisioni. Non so se c’era,  ma dietro a giornalisti tv, mancava solo la banda a fare zum-pa-pà per festeggiare l’evento. L’Italia è veramente un paese alla rovescia. Il simbolo di una tragedia nata da una smargiassata (l’inchino al Giglio) che causò 32 vittime, invece di essere rimosso in silenzio e con vergogna, viene accompagnato a Genova quasi in trionfo. D’altra parte il capitano Schettino, come riportano molti giornali (qui La Stampa), è stato immortalato abbronzatissimo in un esclusivo party vip sull’isola di Ischia. In tutti i paesi civili il responsabile di un tale disastro sarebbe come minimo dietro le sbarre, in Giappone forse averebbe fatto harakiri dalla vergogna. Da noi invece ci sono delle signore vipparole che si fanno fotografare accanto a Schettino come se  fosse una star del cinema.

Purtroppo noi italiani siamo così da secoli: abbiamo una tale faccia di bronzo da trasformare i nostri più vergognosi insuccessi nei più spettacolari trionfi. A Pisa, il fallimento di un campanile progettato male, l’abbiamo trasformato in un celebre monumento mondiale!

Forza Matteo, prendi esempio da Schettino! Se ti impegni, con le tue riforme potresti trasformare il Senato e tutta la democrazia italiana, in un relitto rugginoso come la Costa Concordia e magari alla fine potresti pure uscirne vincitore!

P.S. Intanto i francesi, che non si fidano,  hanno mandato due navi militari con tanto di ministro dell’ecologia a bordo, a sorvegliare il mare intorno alla Corsica dove transiterà la Costa Concordia. Un minimo sversamento di inquinanti e nascerà un caso diplomatico! (fonte Corse Matin).

Cacciucchino elettorale alla livornese!

Il cacciucco è la quintessenza dei livornesi: buono, saporito, spettacolare ma fondamentalmente bastardo dentro. E’ fatto con un mix di pesci di scarto: quelli poveri, che restano invenduti sulle barche e che se non li pulisci e non li passi bene son pieni di lische che ti rimangono di traverso, come di traverso son rimaste al PD queste elezioni nel capoluogo labronico… D’altra parte i livornesi son così: simpaticissimi, popolari e multietnici ma sempre incazzosi e pronti a rovesciare il banco. E stavolta il banco l’hanno rovesciato davvero (anzi, come dicono loro, “bartato” davvero).

A Livorno non ha vinto Beppe Grillo ma un popolo che non ne poteva più dell’amministrazione PD di una città in perenne e mai risolta crisi. Le analisi politiche le lascio ai giornaloni e vi racconto un aneddoto che la dice lunga sui livornesi e sui rapporti con la precedente amministrazione del Comune…

Nel quartiere Venezia, l’incrocio di via della Posta e Via dell’Angiolo era oggetto di frequenti incidenti d’auto tanto che gli esasperati cittadini, alcuni mesi fa decisero di autoorganizzarsi e di notte crearono uno STOP molto livornese. La segnaletica, pur stravagante, svolgeva egregiamente il suo compito fino a  quando l’Amministrazione Comunale ha cancellato la scritta in quanto non rispondente alla normativa, …senza però sostituirla con uno stop regolare. Inutile dire che dopo alcuni giorni sono ripresi gli incidenti, tanto che i cittadini hanno rimesso mano allo spray e lo “STOPPE” è diventato un “ARISTOPPE” come dimostrato dagli articoli apparsi sui siti di Controradio e Quilivorno e dai quali ho ripreso queste foto.

Foto tratta dal sito di

Foto tratta dal sito di “Controradio”

Foto tratta dal sito

Foto tratta dal sito “quilivorno.it”

Quindi, se i 5 Stelle hanno preso il Comune di Livorno ciò è dovuto all’esasperazione dei livornesi, che han voluto dare una lezione al PD ed è bene leggere le percentuali per capire da che parte dell’elettorato è partito il ceffone… Al primo turno le percentuali elettorali erano così divise…  Ruggeri (PD, IDV, SEL, Socialisti e Livorno Decide) 39,98%, Nogarin (5 STELLE) 19,01% e Raspanti (Buongiorno Livorno, Sinistra unita, Un’altra Livorno, Amiamo Livorno) 16,38% con a seguire gli altri candidati sindaco con percentuali ad una cifra soltanto…

Come è facilmente intuibile Buongiorno Livorno, Sinistra Unita, Un’altra Livorno e Amiamo Livorno sono liste della sinistra radicale: quella di base, dei movimenti e comitati cittadini che stanno molto più a sinistra del Pd e sono loro che hanno appoggiato Nogarin al secondo turno offrendogli su un piatto d’argento i voti per superare il 50% e scardinare 70 anni di governo cittadino di PCI-DS-PD… Una rivoluzione per la città, sintetizzata perfettamente dalle frasi di due livornesi apparse su Twitter: “Il pd che perde a Livorno è come se a Pisa gli si raddrizzasse la Torre” e “Livorno non vole morì democristiana”.

E’ bene che di questa base di sinistra, che gli ha fatto vincere a Livorno, se ne ricordi Beppe Grillo quando andrà a parlamentare con gli xenofobi inglesi dell’Ukip di Farage… Perchè i livornesi, dopo aver “bartato” il pd renziano, in futuro potrebbero “bartare” anche Grillo!

Per curiosità: saranno mica così le 5 Stelle livornesi?

Livorno a cinque stelle

Livorno a cinque stelle

Noi, che abbiamo viaggiato nel tempo e siamo appena tornati dal futuro…

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Foto “1966… Star Trek ‘Charlie X'” by – flickr.com

Noi, che fino a ieri ci sfottevate con “la Hoha Hola harda hon la hannuccia horta” e con “la mi’ hanina l’ha fatto sette hagnolini tutti e  sette senza hoda“. Noi, che quando usciamo dalla nostra regione ci dite tutti: «Bella Firenze, gli Uffizi, il Duomo, il lampredotto, i’Chianti, la bistecca!»… Ebbene, adesso levatevi i’cappello perchè noi a Firenze s’è battuto la Nasa, i russi,  l’Agenzia Spaziale Europea e perfino tutta la fantascienza cinematografica!

Noi Fiorentini siamo gli unici al mondo  che hanno viaggiato nel futuro: siamo partiti  con l’Enterprise di Star Trek e siamo tornati indietro con la DeLorean DMC-12 di Ritorno al Futuro e, come in Blade Runner, “abbiamo visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…”

Noi siamo gli unici in Italia che, nel 2014, han già attraversato la barriera spazio-temporale di 10 anni di governo Renziano. 5 anni come capitano della Galassia della Provincia e 5 anni come comandante supremo dell’Astronave di Palazzo Vecchio… Abbiamo visto cose che nelle altre galassie nessuno ha visto: ad esempio il 5 agosto 2011, una condanna in primo grado, insieme ad altre venti persone, dalla Corte dei conti della Toscana per danno erariale (fonte wikipedia).

Adesso che gli avete dato oltre il 40% di consenso elettorale ricordatevi che noi vi avevamo avvertito. Come dice il mio collega di ufficio, Mr. Spock:  «Cari italiani, noi ci s’ha 10 anni di anticorpi e voi no! Quindi, da ora in poi, son soprattutto… hazzi vostri

Domani si vota: USATE LE PREFERENZE.

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Foto “European Parlament 4, Bruxelles” by paola.farrera – flickr

Domani si vota: tutti quanti voteremo per le Elezioni Europee e molti voteranno anche per le amministrative (da me a Firenze si vota per il Comune e per i quartieri). Sono elezioni speciali perchè tutte e tre sono caratterizzate da un fatto ormai raro: si possono dare le preferenze e scegliere i candidati che vogliamo mandare a rappresentarci. Purtroppo è un diritto che nelle altre elezioni, come alle politiche e in Toscana anche alle regionali, ci hanno negato. Quindi, facciamo vedere ai partiti che alle preferenze ci teniamo, semplicemente esercitando questo diritto.

Indipendentemente dal partito che voterete, scorrete le liste e scegliete le persone che pensate possano rappresentare meglio il nostro paese. Cercate persone della società civile, non legate ai partiti, quelle che spesso sono messe nella parte bassa della lista… A volte sono personalità molto impegnate e serie che i partiti mettono per attirare i voti ma che in fondo sperano non siano elette… Facciamo in modo che questi outsider battano i candidati di partito e vadano a Bruxelles al loro posto. Informatevi, cercate sulla rete e scegliete bene…

Visto che sono cambiate le regole vi ricordo quelle che valgono per le preferenze:

  • Elezioni europee: si possono dare fino a 3 preferenze a patto che comprendano sia uomini che donne: quindi 2 donne e 1 uomo, oppure 1 donna e 2 uomini. Se mettete 3 preferenze per lo stesso sesso (3 uomini oppure 3 donne), il voto resterà valido ma l’ultima preferenza  verrà scartata. Potete anche mettere meno preferenze e in tal caso potete fare come volete.
  • Comunali e di quartiere: sono ammesse al massimo due preferenze e devono essere di sesso diverso, quindi 1 uomo e 1 donna. Se mettete 2 uomini oppure 2 donne, il voto resterà valido ma la seconda preferenza  verrà scartata.
  • In tutti i casi se mettete una preferenza sola non ci sono problemi di sesso…

Quindi andate a votare ed esprimete tutte le preferenze!!!!

Buon voto a tutti, sperando che Lunedì mattina l’Europa si svegli molto meno tedesca e molto più mediterranea!!!!!!

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La scuola secondo Francuccio Gesualdi (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Scuola di Barbiana” by pracucci – flickr.com

Con questo post concludo il breve ciclo degli articoli ribloggati dal sito di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/. Parlando di uno dei  protagonisti dell’esperienza di Barbiana non potevo che concludere con un post sulla scuola.

“La scuola secondo Francuccio Gesualdi ” di Francesco Gesualdi.

Don Lorenzo Milani cominciò a fare scuola perché aveva capito che l’ignoranza è la madre di tutte le miserie. Stando accanto agli operai e ai contadini aveva capito che la miseria è figlia dell’inganno e del raggiro – possibile fra chi non capisce la realtà – ed è figlia del senso di impotenza tipico di chi non sa esprimersi.

Per questo la sua era una scuola viva di conoscenza della realtà, di approfondimento dei nostri diritti, di ricerca della verità.

Ma soprattutto di arricchimento linguistico perché, come è scritto in “Lettera a una professoressa” «È solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli».

Anche i costituenti avevano chiaro che l’inferiorità culturale impedisce il pieno sviluppo della persona umana e all’Articolo 3 della Costituzione avevano stabilito che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ed ecco la scuola come uno degli strumenti fondamentali di realizzazione della democrazia e dell’uguaglianza. Non a caso Piero Calamandrei, da giurista qual’era, definiva la scuola «organo costituzionale» e chi la demolisce – come stanno facendo l’attuale governo e una lunga teoria di suoi predecessori -, andrebbe giudicato per attentato alla Costituzione.

Usando un linguaggio più semplice, il popolo definisce la scuola bene comune, intendendo – con questo termine – tutto ciò che svolge una funzione fondamentale a vantaggio di tutti. La lista dei beni comuni comincia con l’aria, l’acqua, il clima, le foreste, i mari, i suoli, ma prosegue con la sanità, la nettezza, i trasporti. E, ovviamente, con la scuola in quanto essa adempie a tre funzioni fondamentali: garantisce dignità, garantisce civiltà ma, soprattutto, garantisce democrazia.

La scuola garantisce dignità perché fornisce le conoscenze sui propri diritti. Chi non conosce i propri diritti politici è alla mercé dei potenti di turno. Chi non conosce i propri diritti sindacali è alla mercé dello sfruttamento padronale. Chi non conosce i propri diritti sociali è alla mercé dei burocrati. Solo chi ha la consapevolezza di cosa gli spetta come persona, come cittadino, come lavoratore, ha la capacità di difendere la propria dignità. Ecco perché la scuola – cui tocca fornire questo tipo di consapevolezza – è garanzia di dignità.

La scuola garantisce civiltà perché fornisce la consapevolezza dei propri doveri nei confronti della comunità e dei beni comuni. Se la dignità attiene a ciò che dobbiamo ricevere dalla comunità, la civiltà attiene a ciò che dobbiamo essere capaci di dare alla comunità. Sappiamo tutti che è più facile prendere che dare, perché il senso del dovere anziché nascere spontaneo, è un seme che germoglia solo se si è interiorizzata una serie di valori: il valore della solidarietà, il valore della responsabilità, il valore della legalità, il valore del bene comune. Questi e non altri, sono i valori su cui misurare il grado di avanzamento civile di una società; e poiché tocca alla scuola trasmetterli, per questo la scuola è garanzia di civiltà.

La scuola garantisce democrazia perché fornisce i saperi che mettono in condizione di partecipare. Per partecipare ci vogliono tre capacità: capire la realtà, saperla interpretare, saper formulare proposte di modifica. Il che implica capacità linguistica e conoscenze storiche, geografiche, politiche, economiche. Senza queste capacità la democrazia non si esercita: si è pupazzi nelle mani dei ciarlatani che posseggono i giornali e le televisioni. Non a caso, l’obiettivo perseguito da una certa destra autoritaria è la demolizione della scuola per poter esercitare l’autoritarismo dietro il paravento di una democrazia apparente.

Affinché la scuola possa assolvere a queste funzioni si devono verificare alcune condizioni sapientemente elencate in “Lettera a una professoressa”:

  • Deve essere universale, ossia deve essere aperta a tutti come sancisce l’Articolo 34 della Costituzione.

Quando i costituenti affermarono questo principio, probabilmente pensavano agli emarginati del loro tempo: i figli dei montanari, dei mezzadri, dei disoccupati. Oggi gli emarginati sono altri, principalmente gli immigrati. Pertanto se la scuola vuole essere in linea con la costituzione deve spalancare le porte a tutti, indipendentemente dal paese di origine, dalla lingua parlata in famiglia, dal colore della pelle, dal permesso di soggiorno dei genitori. Il diritto allo studio non può discriminare fra clandestini e regolari. Tutti i bambini hanno diritto a studiare per il solo fatto di esistere.

  • Deve essere accogliente, nel senso che deve permettere a tutti di sapere.

Oggi la scuola assomiglia più a un tribunale che a un luogo di apprendimento: è organizzata più per giudicare che per insegnare. Questa è la stortura di una scuola improntata pretestuosamente alla cosiddetta «meritocrazia». È tempo di affermare che a scuola si va per imparare e che il suo obiettivo deve essere quello di di mettere tutti in condizione di «sapere». La scuola deve entrare nell’ordine di idee che quando un ragazzo non riesce non va liquidato con un quattro: questa è la soluzione più comoda, quella che assolve la scuola e condanna i ragazzi. La scuola deve convincersi che se i ragazzi non sanno non è colpa loro, ma della scuola che non si è impegnata abbastanza. Rifarsela con i ragazzi perché non sanno è come prendersela con i malati perché non guariscono. La scuola deve chiedersi perché il ragazzo non riesce, deve chiedersi dove ha sbagliato, deve chiedersi quali iniziative particolari devono essere prese e non ha preso. Non deve darsi pace finché non ha recuperato anche l’ultimo della classe.

  • Deve essere motivante nel senso che deve dare la motivazione per studiare.

Non è insolito che la scuola dia come stimolo la prospettiva di lavoro e/o il tornaconto personale. Ma in verità, ciò non è opportuno perché l’egoismo non è patrimonio dei giovani. I giovani sono per loro stessa natura generosi e innocenti, i vecchi sono tendenzialmente smaliziati ed egoisti e pur di imporre questo sentimento, la loro scuola fa scattare il ricatto del voto: «se non studi ti metto quattro».

Chi sono i giovani? Tutti – insegnanti ed alunni – coloro che nella scuola si pongano domande e provino a trovare risposte. Chi sono i vecchi? Forse chi pretende di soffocare la fantasia, la creatività, il ragionamento o, più in generale, un’opinione… magari a mezzo di un freddo test a quiz – come ad esempio l’INVALSI – secondo una certa logica aziendalista?

A Barbiana la motivazione per studiare era la politica intesa nel senso più nobile del termine. Non politica come gestione del potere, ma politica come partecipazione per gestire tutti insieme l’organizzazione della polis, della città, della comunità. Recita “Lettera a una professoressa”: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia». La politica per uscire tutti insieme dalle situazioni che non vanno e costruire tutti insieme un mondo migliore: più equo, più pacifico, più pulito. Questa è la motivazione giusta per studiare!

  • Deve essere attuale nel senso che deve intrattenere sui temi del tempo presente, perché il suo scopo deve essere quello di formare dei cittadini sovrani.

Formare dei cittadini sovrani è un’arte difficile perché gli strumenti che deve fornire non sono i saperi, ma le capacità. Fra la trasmissione dei saperi e la costruzione delle capacità passa la stessa differenza che c’è fra dare un pesce e insegnare a pescare. Troppo spesso la scuola si attesta sui saperi perché è la soluzione più semplice. La grammatica, la matematica, la fisica, la chimica, la storia che si ferma a cinquanta anni fa non presentano dubbi di interpretazione o lati nuovi da scoprire. I saperi sono assodati, addirittura mummificati, non hanno bisogno di essere elaborati, ma solo trasmessi senza costringere gli insegnanti alla fatica di pensare, ricercare, mettere in mostra le proprie lacune e le proprie incertezze, come quando debbono aiutare i ragazzi ad esprimersi, ad argomentare, a capire, ad interpretare, a giudicare.

Una scuola concepita come palestra di approfondimento, di discussione, di partecipazione è faticosa perché non può fare ricorso a manuali o a libri di testo. Espone costantemente l’insegnante al nuovo, all’imprevisto e all’imprevedibile perché nessuno sa quale piega può prendere il confronto, quali argomentazioni emergeranno, quali obiezioni verranno avanzate, quali giudizi verranno espressi. Ne viene fuori una scuola dove i ruoli non esistono più, perché non c’è più un insegnante e degli allievi, ma un gruppo di persone con età diverse, esperienze diverse, sensibilità diverse, bagagli culturali diversi che si confrontano su temi, realtà e verità più grandi di ogni singolo partecipante. L’insegnante assume le vesti del fratello maggiore che in virtù della propria esperienza e delle proprie conoscenze, fornisce gli elementi di comprensione, insegna i segreti della ricerca, svela i tranelli della disinformazione, addestra all’elaborazione di pensiero, conduce il dibattito alla luce dei valori, aiuta a fare intravedere gli scenari futuri e le soluzioni possibili.

«Futuro»: ecco un’altra parola chiave della scuola democratica. La scuola dei saperi tiene la faccia rivolta al passato e spesso al passato remoto perché il suo obiettivo è il mantenimento dello status quo. La scuola della sovranità popolare, invece, la tiene rivolta al futuro, perché il suo scopo è formare dei ragazzi che sappiano individuare e risolvere i problemi del loro tempo. Per questo la scuola deve concentrarsi sull’attualità con tre obiettivi di fondo: fare capire le ragioni, gli interessi, le concezioni, i meccanismi che hanno portato alla situazione presente; le conseguenze possibili nel medio e lungo periodo le possibili soluzioni.

È triste constatare come a distanza di 40 anni, “Lettera a una professoressa” sia ancora più attuale di prima a proposito di una scuola che sta letteralmente tornando indietro, che sta nuovamente diventando classista, autoritaria e selettiva.

Solo la partecipazione può interrompere questo processo reazionario. Serve un’opposizione unita e tenace formata non solo da professori, genitori e studenti, ma di tutti i cittadini, perché la scuola è un fatto di tutti. Un bene comune da salvaguardare con cura perché la società del domani dipende dalla scuola di oggi.

Tratto dall’articolo “La scuola secondo Francuccio Gesualdi” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Il video non è relativo alla scuola ma è comunque interessante…

Quella svolta autoritaria decisa dalle banche (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Rich Uncle Pennybags” by Sean Davis – flickr.com

Continuo a ribloggare alcuni articoli  e video sul nostro paese tratti dal Blog di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/.

“Quella svolta autoritaria decisa dalle banche ” di Francesco Gesualdi.

In Italia è in atto una svolta autoritaria. Lo dimostra la nuova legge elettorale in costruzione. Lo dimostra la fretta con la quale si vuole chiudere il senato. Lo dimostra la manipolazione delle parole per trasformare un attacco alla democrazia in un’operazione di contenimento di costi.

E’ la tecnica dell’inganno tipica del marketing che tenta di piazzare il prodotto facendo leva su desideri, sogni, repulsioni. Una tecnica ben appresa da Renzi, che sfrutta i sentimenti di indignazione, paura, anelito di sicurezze, per estorcere il consenso popolare su riforme fatte passare come lotta alla casta mentre sono veri e propri attacchi alla democrazia.

E’ vero che Senato e Camera costano. Ma non per le loro funzioni, bensì per i privilegi che i loro componenti si sono assicurati. E l’abbattimento di costi era giusto ottenerlo non chiudendo un ramo del parlamento che è garanzia di democrazia, ma riducendo seriamente gli stipendi dei parlamentari al livello dei salari medi in vigore nel paese che ruotano attorno a 20mila euro l’anno. Con stipendi finalmente uguale a tutti gli altri, i parlamentari capirebbero i bisogni della gente e la smetterebbero di fare leggi sempre a favore dei ricchi contro i più deboli.

L’incrocio con la legge elettorale, che con un sbarramento all’8% negherà la rappresentanza a larghi strati della popolazione, mentre il premio di maggioranza a chi vincerà il ballottaggio assicurerà il governo a minoranze ristrette, rivela che l’obiettivo è concentrare il potere nelle mani di pochi che finalmente liberi da presenze scomode potranno decidere in fretta. Ma a favore di chi?

E qui la mente non può fare a meno di tornare ad un documento scritto nel maggio 2013 dal gruppo di ricerca economico interno a JP Morgan. Prima banca degli Stati Uniti, il suo patrimonio ammonta a oltre 2mila miliardi di dollari, l’equivalente del debito pubblico italiano. E benché pluricondannata per truffe (l’ultima in ordine di tempo quella del 19 novembre 2013 quando patteggiò una multa di 13 miliardi di dollari col dipartimento della giustizia statunitense) si permette di dare indicazioni alle nazioni rispetto a ciò che devono fare per recuperare quella solidità economica che per le banche è di fondamentale importanza per continuare ad incassare interessi da governi, famiglie ed imprese.

Il documento redatto da JP Morgan, dopo avere sottolineato l’esigenza che la zona euro torni a crescere secondo una logica di competitività, indica anche i passi che devono essere compiuti per raggiungere questo obiettivo. L’aspetto sorprendente è che un paragrafo è dedicato anche alla politica. Passaggio eloquente, che vale la pena leggere per intero: “All’inizio della crisi, era opinione diffusa che i problemi fossero solo di natura economica. Ma con l’evolvere della situazione è divenuto chiaro che ci sono anche profondi problemi politici ,soprattutto nei paesi europei di periferia. Problemi che a nostro avviso debbono essere risolti se l’unione monetaria vuole funzionare correttamente nel lungo periodo. I sistemi politici in vigore nei paesi europei periferici (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) sono stati strutturati all’insegna delle esperienze vissute sotto le dittature. Perciò le loro costituzioni hanno una forte impronta socialista derivante dalla forza che i partiti di sinistra avevano subito dopo la caduta dei regimi fascisti. Ne deriva che i sistemi politici in vigore in questi paesi sono caratterizzati da governi nazionali deboli, governi centrali incapaci di farsi valere nei confronti di quelli locali, diritti dei lavoratori garantiti per via costituzionale, sistemi di consenso che alimentano il clientelismo politico e per finire il diritto di protestare se sono apportati cambiamenti non graditi all’assetto esistente. La crisi ha messo in evidenza tutti i limiti di questo quadro politico. Lo dimostra il fatto che i governi nazionali dei paesi europei della periferia sono stati solo parzialmente capaci di introdurre le riforme fiscali ed economiche necessarie al consolidamento economico, perché contrastati dalle amministrazioni regionali e locali. Ma il cambiamento sta cominciando ad avere il sopravvento. La Spagna ha preso provvedimenti per affrontare alcune contraddizioni del periodo post-franchista, cominciando ad introdurre una legislazione che permette al governo centrale di avere maggiore controllo sulla gestione fiscale e di bilancio delle strutture regionali. Ma fuori dalla Spagna, fino ad ora è successo ben poco. Il banco di prova sarà l’Italia dove i prossimi governi dovranno dimostrare di sapere avviare riforme politiche significative.”

Riassumendo, l’ordine del sistema finanziario è: governi centrali più forti, capacità decisionale rapida senza oppositori, demolizione dei diritti dei lavoratori. Esattamente ciò che sta realizzando il governo Renzi con la nuova legge elettorale, con l’abolizione del Senato, con la riforma del capitolo V della Costituzione relativo a province, comuni, regioni, con le riforme sul mercato del lavoro.

La finanza ordina, la politica esegue. Entrambi d’accordo per prendersi gioco del popolo che acclama beato il pifferaio di turno.

Tratto dall’articolo “Quella svolta autoritaria decisa dalle banche” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Tony Wolf Pinocchio and other tales 1990 ill pg 16″ by janwillemsen – flickr

Come ho scritto nel post di ieri in questi giorni vorrei ribloggare alcuni articoli sulla nostra situazione democratica ed economica tratti dal Blog di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani e fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/.

“Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco” di Francesco Gesualdi.

In Francia la destra nazionalista avanza anticipando le tendenze delle prossime elezioni europee. Hollande cerca di correre ai ripari con un rimpasto di governo. Ma si tratta di pannicelli caldi. La sinistra non ha ancora capito che non è un problema di persone, ma di politica. Ha scelto il neoliberismo ed oggi ne raccoglie i frutti.

Cominciamo col precisare che in Europa non sta vincendo il nazionalismo xenofobo, ma la paura. La paura di sprofondare sempre più giù nella palude dell’insicurezza. In Europa il disagio sociale sta avanzando ovunque: sotto forma di miseria, disoccupazione, microcriminalità. I numeri sono impietosi: 27 milioni di lavoratori (11% della forza lavoro) cercano lavoro senza trovarlo, 125 milioni di persone sono risucchiati nella povertà, proliferano i neet, i giovani fra i 15 e i 29 anni che né lavorano né studiano. 94 milioni stando alla statistiche del 2011. Chi qualche sicurezza l’ha conservata, osserva attonito e si chiede “quanto tempo ancora prima che capiti anche a me la stessa sorte?”.

Quando soffia l’uragano non si perde tempo dietro a chi ci propina lezioni sul cambiamento climatico. Si dà ascolto a chi ti offre una soluzione semplice per metterti al riparo e se salta fuori quello che dice che la soluzione sta nel rinchiudersi in una grotta, gli si va dietro senza stare a guardare cosa c’è dentro. Ci si va e basta perché pare la proposta più di buon senso. Così sta vincendo la destra populista, perché indica nemici che si possono toccare con mano e prospetta delle soluzioni semplici. Poi fra venti anni la gente scoprirà che era tutto un inganno, ma sarà troppo tardi.

Noi sappiamo che la grotta prospettata dalla destra è infestata da scorpioni velenosi e che i nemici indicati sono solo dei diversivi. Ma per essere credibili dobbiamo distinguerci dalla sedicente sinistra che in questi anni ha avallato, sposato, protetto, tutti i meccanismi che hanno provocato l’uragano. Ha rinnegato il primato dell’economia pubblica per regalare i beni comuni e i servizi pubblici alle imprese private. Ha demolito il sistema di sicurezza sociale pazientemente costruito in 30 anni di socialdemocrazia per buttarci fra le braccia dei cacciatori di capitali da fare fruttare a vantaggio dei propri azionisti. Ha abolito le leggi che regolamentavano l’attività bancaria per consentire alla finanza speculativa di prendere il sopravvento su tutto. Ha permesso che in Europa valesse solo la legge della concorrenza, trasformando l’euro in mezzo di sopraffazione dei forti contro i deboli. Ha lasciato che la globalizzazione, in un mondo di disuguali, si trasformasse in una gigantesca guerra fra poveri. Ha permesso che i cittadini venissero depredati per permettere ai signori della finanza di vivere alle spalle della comunità in nome del debito. In una parola che si è totalmente prostrata al dio mercato ed ha lasciato che diventasse l’unica forza di governo del mondo. Ed oggi che le grandi multinazionali produttive, commerciali e finanziarie sono libere di scorrazzare per il mondo inseguendo solo la loro legge del profitto, dell’aumento di ricavi, della riduzione dei costi, noi, i cittadini, abbiamo fatto tutti la fine dei pesci nella rete di Mangiafuoco. Siamo presi per i piedi ed esaminati a testa in giù. Se Mangiafuoco valuta che possiamo servirgli per i suoi scopi di profitto ci lascia in vita, altrimenti non ci butta neanche nella padella. Ci getta semplicemente nel monte dell’immondizia ad arrampicarci sugli altri sventurati. Un verminaio umano tutti impegnati a cercare di risalire la superficie per prendere qualche boccata d’ossigeno mentre spingiamo gli altri sempre più giù.

In questo contesto, le manovre degli arrampicatori dell’ultim’ora, che cercano qualche anno di potere personale propinando alla gente altro populismo di sinistra, ossia piccoli contentini per nascondere il loro progetto di rafforzamento del mercato, fanno cascare letteralmente le braccia. E bene ha fatto la lista Tsipras a non voler inserire nel proprio logo il nome sinistra, ormai così fuorviante. Ma urge fare rinascere una cultura della solidarietà, di attenzione per i diritti, per i beni comuni, perché solo da qui si può ripartire per correggere le storture create dal liberismo selvaggio.

Tratto dall’articolo “Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Se Francesco (Francuccio) Gesualdi si candida alle elezioni…

Francesco (Francuccio) Gesualdi - Foto presa da Internet

Francesco (Francuccio) Gesualdi – Foto presa da Internet

Francesco Gesualdi   è un ex-allievo della Scuola di Barbiana (chiamato Francuccio negli scritti di Don Milani) che dagli anni ’70 ha fondato  e coordinato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo: un centro di documentazione e studio che, attualizzando gli insegnamenti di Don Milani, si occupa di consumo critico, sottosviluppo, lavoro minorile, diritti umani e dei lavoratori, ambiente e soprattutto del comportamento e del potere delle multinazionali. Dal prezioso lavoro del Centro sono nati moltissimi volumi sulle ingiustizie che derivano dalla nostra economia liberista e su quello che noi consumatori possiamo fare, nel nostro piccolo, per mettere a posto le cose: un esempio per tutti è la Guida al Consumo Critico, una sorta di “Bibbia” che passa in rassegna il comportamento di molti dei marchi che troviamo negli scaffali dei supermercati. Francesco Gesualdi   è stato, con Alex Zanotelli, il fondatore di Rete Lilliput, rete di associazioni e cittadini che combattono la disuguaglianza nel mondo.

Francesco Gesualdi  si candida alle prossime elezioni europee con la Lista Tsipras ed è una di quelle notizie che indicano la gravità della situazione economica e democratica attuale. Le varie anime della sinistra hanno sempre cercato di tirare per la giacchetta Gesualdi nelle elezioni e non ci sono mai riuscite. Francuccio ha sempre declinato l’invito, è rimasto indipendente e per una vita ha continuato a svolgere il suo lavoro di infermiere, fino a quando non è andato in pensione. Anche le attività del Centro Nuovo Modello di Sviluppo Gesualdi le ha svolte nel proprio tempo libero. Avrebbe potuto fare carriera in politica o nel sindacato, come ha fatto il fratello Michele e invece ne è rimasto sempre lontano.

Con queste premesse, se Gesualdi si è candidato alle elezioni europee vuol dire che:

  1. La situazione è talmente drammatica che non bastano più il consumo critico e i boicottaggi per incidere su questa economia che devasta le nostre vite.
  2. La Lista Tsipras è davvero diversa dagli altri partiti e forse è davvero pluralista, nata dal basso e senza padroni.

La candidatura di Francesco Gesualdi ha già prodotto un ottimo risultato: un blog pieno di interessanti articoli sulla situazione economica attuale e sulle prospettive per l’Europa. Si tratta di analisi e soluzioni in controtendenza con quelle degli economisti di “sistema”… Vale la pena leggerle, anche se la pensate diversamente da Francesco Gesualdi (e magari non lo voterete): giusto per sapere cosa potrebbe riservarci il futuro (in bene o male)…

Il blog di Francesco Gesualdi

p.s. molto probabilmente nei prossimi giorni vi posterò alcuni degli articoli più interessanti tratti da questo blog

Expo 2015 or not Expo 2015? That is the question…

Logo Giochi del mediterraneo 2013 - da wikipedia

Logo Giochi del mediterraneo 2013 – da wikipedia

Sicuramente vi chiederete cosa c’entra l’Expo 2015 di Milano con l’immagine qui accanto del logo  dei Giochi del Mediterraneo che nel 2013 si sono svolti a Mersin in Turchia. Mandiamo indietro l’orologio e torniamo al 2007: in quell’anno i giochi del Mediterraneo del 2013 furono assegnati alla città di Volos in Grecia. Poi la crisi del paese ellenico, la cronica mancanza di fondi, la corruzione, i tempi non rispettati dei lavori e altre amenità fecero si che il comitato organizzatore, in data 23 Febbraio 2011 e con una votazione urgente fatta per e-mail, tolse i Giochi del Mediterraneo 2013  alla  città greca di Volos e li assegnò alla turca Mersin (qui la storia).

Quella di Volos e Mersin non è stata ne’ la prima nell’ultima volta in cui una città ha rinunciato (o è stata costretta a rinunciare) a favore di un’altra per ospitare un evento di caratura mondiale. Lo scorso 9 Maggio un trafiletto pubblicato sull’edizione inglese del giornale Metro (qui il link) ha riportato l’indiscrezione che il Comitato Olimpico Internazionale starebbe pensando di togliere le Olimpiadi 2016 a Rio per riassegnarle a Londra visto che, sempre secondo le stesse indiscrezioni, a due anni dall’inizio dei giochi in Brasile solo il 10% delle infrastrutture è pronto (alle stesse scadenze Atene aveva completato il 40% e Londra il 60% delle opere necessarie alle olimpiadi).

Resta poi negli annali la storia dei giochi olimpici invernali del 1976, che furono inizialmente assegnati a Denver e  ai quali la città rinunciò quando gli elettori si accorsero che i costi  a carico delle casse pubbliche sarebbero aumentati del 300% e che ci sarebbero stati gravi problemi ambientali. Così i giochi del 1976 si svolsero a Innsbruck dopo che anche la città di Whistler in Canada rifiutò l’assegnazione (qui info).  Andando ancora più indietro perfino Roma rinunciò ai giochi nel 1908 quando decise di impiegare i fondi per le Olimpiadi per la ricostruzione di Napoli dopo l’eruzione del Vesuvio del 1906.

Tornando all’Expo del 2015, aldilà delle battute elettorali di Renzi: (“ci metto la faccia”) e di Grillo (“gli italiani ci mettono il culo”) (qui un link), restano evidenti preoccupazioni: i lavori sono molto indietro e la corruzione smascherata dai giudici è gravissima. A parte i reati, che saranno perseguiti dalla magistratura,  c’è il rischio di fare una figuraccia internazionale e di entrare in una crisi come quella greca, a cui hanno contribuito parecchio i debiti accumulati dalle Olimpiadi del 2004. Se il nostro paese non è in grado di fare un Expo come Iddio comanda, forse sarebbe più onorevole passare la mano scusandosi col mondo intero, per non essere in grado di costruire nella legalità un evento internazionale.

Shangai, Yeosu, Saragozza, Aichi, Hannover… siete pronte per accollarvi l’Expo del 2015? (*)

(*) Queste sono le città che hanno ospitato le Expo Universali e tematiche dal 2000 a oggi