8 Marzo: aiuta una bambina a diventare una donna.

Tratto dal Sito del Movimento Shalom.

Tratto dal Sito del Movimento Shalom.

Domani è la festa della donna e per questo 8 Marzo vorrei presentarvi la campagna che il Movimento Shalom ha lanciato per le adozioni a distanza delle bambine nel sud del Mondo. Mezzo caffè al giorno può trasformare una bambina povera in una donna istruita, sana  e consapevole dei propri diritti.

Solo alcuni dati per rendere tangibile la condizione femminile in Africa, in particolare in quella sub sahariana:

  • 16 milioni di bambine e adolescenti diventano madri prima che il loro corpo sia pronto alla maternità, con gravi problemi per se stesse e per i nascituri.
  • 3 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni muoiono annualmente per malnutrizione.
  • 125 milioni di bambine e donne nel mondo hanno subito una forma di mutilazione genitale, la maggioranza quando non aveva ancora compiuto 5 anni.
  • Dei 775 milioni di adulti completamente analfabeti i 2/3 sono donne.
  • Oltre 11 milioni di bambine lavorano come domestiche sfruttate in casa d’altri. Tra di loro, 7,5 milioni sono quelle costrette a lavorare in casa di estranei in condizioni inaccettabili, come vere e proprie schiave domestiche, sottoposte ad ogni tipo di abuso psicologico e fisico.

Questi sono alcuni dati raccapriccianti presi dal rapporto 2013 di Terre de Hommes, che tracciano un quadro veramente preoccupante della condizione delle bambine e delle future donne soprattutto in Africa.

Il Movimento Shalom da 40 anni lavora per la difesa delle bambine, per l’alfabetizzazione, per la difesa dei loro diritti, contro la terribile pratica della mutilazione genitale, per promuovere la loro dignità attraverso il microcredito e la loro formazione.  “Lanciamo questa campagna – dichiara don Andrea Cristiani fondatore di Shalom – proprio in occasione della festa della donna per promuovere il sostegno a distanza soprattutto delle bambine.”  In questi ultimi 20 anni attraverso Shalom oltre 18.000 bambini, hanno potuto avere accesso alla scuola, avere un sostegno alimentare ed essere curati.  “In fondo con 55 centesimi al giorno – continua don Andrea – si consente ad una bambina di diventare una donna dignitosa e cosciente dei propri diritti. Seppur in un momento di crisi come quello attuale della nostra società italiana cosa sono 55 centesimi: il costo di mezzo caffè, o di appena 2 sigarette”.

La festa della donna del prossimo 8 marzo potrebbe essere una bella occasione per ridare dignità e diritti a tante bambine del mondo. Dai nostri referenti in Congo, Etiopia, Eritrea, Burkina Faso, Pakistan, Uganda e India abbiamo ricevuto migliaia di richieste di sostegno a distanza.  Non sono casi generici, ma bambine con un volto, un nome e una storia sempre difficile, di povertà e di degrado. Aspettano solo di essere aiutate. Per fare questo sono sufficienti 55 centesimi al giorno.

Chi volesse fare qualcosa può sottoscrivere direttamente online la richiesta di adozione a distanza di una bambina cliccando qui , oppure telefonare a Shalom allo 0571-400462  Confermata la propria volontà di attivare il sostegno a distanza si riceverà la foto della bambina, la sua storia e si potrà conoscere periodicamente la sua situazione di vita. Chi lo vorrà potrà persino incontrarla di persona recandosi in questi paesi con i nostri viaggi per garantire la massima trasparenza e verificare con i propri occhi la concretezza dell’operato del Movimento Shalom.

testo tratto dalla presentazione della campagna per l’8 Marzo 2014 dal sito del Movimento Shalom.

p.s. tra i widget qui a lato e nella pagina apposita (qui) ho messo la versione pdf dell’ultimo numero del giornale di Shalom… Si, lo so il giornale è uscito lo scorso Novembre, ma io m’ero dimenticato di aggiornare la pagina… meglio tardi che mai…

Lettera di un professore di italiano ai suoi studenti indiani del Kerala.

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Foto “Fishermen” by Akshay Davis – flickr

Come sanno i miei lettori di più lungo corso la mia famiglia ha, da una decina di anni, un’adozione a distanza fatta col Movimento Shalom nello stato del Kerala (India), di una ragazzina, figlia di una povera famiglia di pescatori. In questi anni abbiamo imparato a conoscere questa realtà, fatta di persone povere ma piene di dignità come sicuramente lo erano Valentin Jalestine e Ajeesh Binki, i due pescatori assassinati dai marò italiani.

Su questa tristissima vicenda ho già scritto le mie idee in questo post dello scorso anno. Oggi vorrei condividere con voi una bellissima lettera che Alberto Prunetti, professore di italiano in India, ha inviato ai suoi studenti del Kerala e che è stata pubblicata sul sito di Carmillaonline.

“Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana” di Alberto Prunetti.

Care ragazze, cari ragazzi,

per svariati mesi sono stato il vostro insegnante di italiano tra Mumbai e Bangalore. La maggior parte di voi veniva dal Kerala. Alcuni dei vostri genitori erano pescatori. Ricordo i sacrifici dei vostri familiari, che speravano di regalarvi un futuro con una laurea in infermieristica e un corso di italiano. Ricordo che l’Italia e l’Europa rappresentavano ai vostri occhi la possibilità di una svolta nella vostra professione e nelle vostre vite.

Ricordo anche che, come tutti gli studenti, l’uso delle preposizioni italiane vi metteva in difficoltà.

Per presentarvi, dicevate: “Sono nato a Kerala”. Io allora spiegavo che la regola grammaticale vuole l’uso della proposizione “in + nome dello stato” e “a + nome di città. Per questo si dice “Sono nato in Italia” e “Sono nato a Roma”. Dato che il Kerala è uno stato (l’India è una confederazione di stati, come gli Usa per capirci) si deve dire: “Sono nato in Kerala, a Trivandrum”, come si dice “Sono nato in Colorado, a Boulder”.

Capirete il mio stupore e la mia tristezza, dopo l’assassinio dei due pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, colpiti da colpi d’arma da fuoco provenienti dalla petroliera Enrica Lexie (è un dato di fatto: le istituzioni italiane hanno già versato un indennizzo ai parenti delle vittime in un accordo extra-giudiziario di cui si parla poco nel bel paese). Dopo questo tragico episodio, all’improvviso gli italiani hanno scoperto l’esistenza del vostro mare e hanno cominciato a dire: “Il nostro ambasciatore” oppure “l’inviato del governo”… “è andato a Kerala”. L’hanno fatto tutti, da chi allora era a capo del governo, ai direttori dei più prestigiosi telegiornali.

 Hanno sbagliato, dimostrando la propria ignoranza di almeno una di queste realtà:

 _l’India;

_la grammatica italiana;

Probabilmente entrambe, direi.

Purtroppo però voi, ascoltando questi importanti opinionisti, potreste pensare che devo aver sbagliato io. Che non ero un buon insegnante. Perché io vi dico una cosa e quelli che contano mi contraddicono. E poi in fondo sono solo un insegnante di italiano – anzi, un ex insegnante – e probabilmente ho meno autorevolezza ai vostri occhi di un direttore di un Tg o di un capo del governo.

Ma la realtà, cari studenti, è che la ragione se la prende chi impugna un fucile o chi usa le parole come se fossero armi. Perché può raccontare le cose come più gli conviene. Come quei fatti di cronaca definiti eroici quando nella migliore delle ipotesi sono un tragico errore. Come le preposizioni usate a caso.

Io però qualche consiglio linguistico ve lo do lo stesso.

Su aggettivi e pronomi possessivi: diffidate da chi eccede nell’uso dei possessivi. “La nostra lingua”, “la nostra religione”, “i nostri marò”, “la nostra patria”. Servono a alimentare un immaginario condiviso, dietro costrutti identitari, per nascondere divisioni più importanti. Questa retorica della condivisione è sempre più diffusa, in italiano. Come del resto da voi. Ma prestate attenzione alla retorica. Guardate cosa c’è dietro. Si parla di “uomini di mare” con un termine-ombrello che ha una denotazione troppo ampia. Anche sul mare, non esistono solo “uomini di mare”. A un tiro di schioppo, sul vostro mare pieno di pesce e di reti cinesi, si sono trovati vicini inermi pescatori e soldati in funzione di contractor armati, che rivendicano il diritto di sparare a difesa del petrolio e delle merci occidentali. Quel petrolio maledetto che si paga in dollari e in vite umane. Quegli “uomini di mare” tanto diversi, in realtà sono stati per un istante uniti da una sola cosa: la traiettoria di un proiettile. Non si possono mettere sotto uno stesso termine, “uomini di mare”, chi difendeva le merci occidentali su rotte coloniali, guadagnando in un giorno quello che i vostri genitori guadagnano in un anno, e chi è morto per portare il pane e il pesce sulla tavola dei propri figli. Non fatevi ingannare dalla retorica degli “uomini di mare”. Voi conoscete l’opera di Jack London e sapete che un mozzo non è un capitano.

Un’altra parola controversa, che in classe non abbiamo mai usato, è questa: “terrorista”. Ne capite il significato ma non comprendete il campo di denotazione. Io sono più confuso di voi. Con buona ragione, le autorità italiane si stanno battendo perché l’accusa di terrorismo non cada sulle spalle dei due marò. Capisco il vostro stupore di fronte al fatto che in Val di Susa quattro giovani no tav sono stati accusati da una procura italiana dello stesso reato. Anche loro sono considerati terroristi, eppure non hanno ucciso dei pescatori, ma pare che siano accusati del danneggiamento di un compressore. Insomma, mi sembra che bisogna precisare meglio i campi di denotazione e la profondità semantica di alcuni termini appartenenti al lessico italiano, per non dare l’impressione che un compressore valga più della vita di due pescatori indiani.

Avrei tante cose da dirvi, ma tante altre dovrei dirle ai miei connazionali che si fanno bombardare da parole prive di idee nei telegiornali. Parole che fanno gonfiare il petto ma svuotano la testa. Informazione o propaganda? Comunicazione o rumore martellante che solletica le emozioni più viscerali degli italiani? Espressioni ben composte grammaticalmente che però rimandano a assurdità nel campo della referenza. L’espressione “Pirati in Kerala”, ad esempio, grammaticalmente ben formata, ha lo stesso valore delle “idee verdi senza colore che dormono furiosamente”, di cui parlava un altro professore, ben più importante di me: Noam Chomsky. Perché in Kerala i pirati compaiono solo sugli schermi dei vostri splendidi cinema. Ma qui si entra nel campo della logica e il vostro teacher preferisce non avventurarsi tanto al largo nel mare delle idee chiare e distinte. Non vorrei che prendessero per pirata anche me.

A proposito: degli effetti linguistici di quegli spari ne ho parlato sopra, di quelli pragmatici non ne vuole parlare nessuno. Jalestine e Binki sono morti, dopo quegli spari. Quanti italiani si ricordano i loro nomi? Se mai tornerò a farvi lezione, vi proporrò un’unità didattica con due canzoni dedicate ai pescatori, una cantata da Fabrizio De André e l’altra da Pierangelo Bertoli (lo so che vi annoiate con la musica italiana, ma che ci posso fare?). Meritano di essere didattizzate, innanzitutto perché si prestano per illustrare il modo imperativo e il tempo futuro, poi perché ogni volta che le ascolto mi viene in mente una banalità: che un soldato può diventare un eroe, ma un pescatore quando non torna a casa viene dimenticato.

Un ultimo punto. Quello della condanna. Che poi è linguaggio anche quella, è un atto linguistico sia l’imputazione che la sentenza, un atto linguistico con conseguenze pragmatiche. Qui si parla tanto di condanne e pene. Io credo che il carcere, come la bacchetta dei professori di un tempo, non serva a nulla e credo anche che le vite umane non si tolgono, né con la corda né con il fucile. Immagino però che da qualche parte, in quelle migliaia di pagine di epica e di leggende e nei film e nelle canzoni dei pescatori del Kerala che avete invano cercato di insegnarmi – che pessimo studente di malayalam sono stato… – ci deve essere la soluzione anche per questa cosa dei marò, per uscirne bene oltre quel polverone sollevato dai media e dalle retoriche nazionaliste, che rende tutto più avvilente e incomprensibile. Nei panni di chi ha sparato dal ponte della petroliera Enrika Lexie, chiederei di essere condannato a costruire asili per gli orfani del Kerala. E chiederei che invece di comprare costosi bombardieri F35, il ministero della difesa italiano usi una parte di quei soldi per costruire delle scuole in Kerala (non “a Kerala”, cari ministri). E che invece di spedire militari e diplomatici, l’Italia accolga degli infermieri del Kerala nei propri ospedali e li paghi correttamente. E che i due paesi attivino dei programmi di scambio tra studenti e delle borse di studio, pagati dal ministero italiano della difesa, visto che nel paese di Marco Polo anche gli opinionisti della televisione pensano che l’India sia un paese di fachiri (e io credo che voi in Kerala non abbiate mai visto un fachiro, giusto?). E che i fucilieri che hanno sparato contro i pescatori facciano la mattina il muratore e il pomeriggio l’insegnante di italiano in una scuola del Kerala, che forse a quel punto in omaggio ai “nostri insegnanti” il ministero si degnerà di riconoscere la professionalità degli insegnanti di italiano LS/L2. Poi la pena continuerebbe la sera: dopo aver mangiato un thali di riso sulle foglie di banano, che non c’è niente più sano e gustoso, i nuovi professori diventerebbero studenti per imparare la vostra lingua, il malayalam. Liberi di muoversi in Kerala e di ricevere visite, dovrebbero vivere come i pescatori e conoscere l’uso delle reti cinesi, che sorgono maestose a Kochi. Se vi sembra una pena leggera mettersi nei panni di un muratore o di un insegnante, pensate che un militare italiano in funzioni di contractor per un armatore privato sui vostri mari guadagna 467 euro al giorno, un insegnante di italiano all’estero su un progetto non ministeriale, a parità di latitudine, è pagato circa 40 euro al giorno, mentre un pescatore o un muratore indiani vivono sotto la soglia della povertà del vostro stesso paese, sudando per poche rupie dall’alba al tramonto.

La pena poi dovrebbe essere linguistica, ovvero condizionata alla scrittura di una canzone in malayalam che parli dei frutti del mango e del sorriso delle ragazze di Allepey. Una di quelle canzoni che, costretto da voi, ballavo con poca maestria. Un giorno allora, dopo aver imparato il malayalam al punto di saper scrivere una canzone con le parole della lingua di Jalestine e Binki, quel debito con la terra dell’acqua e del riso sarebbe estinto e chi ha sparato contro dei pescatori sulle acque del Malabar sarebbe libero di tornare nel paese dove è nato. O di rimanere, se fosse felice di quella nuova vita.

A patto di non cantare mai quella canzone a Sanremo.

Probabilmente queste mie parole risulteranno naif a voi e poco patriottiche alle orecchie dei miei connazionali. Ma io non sono un fuciliere né un diplomatico, non amo né le armi né le galere e leggo troppi libri. Dico solo che da insegnante io il caso Jalestine e Binki, che qui – ennesimo errore linguistico – chiamano “il caso marò”, l’avrei già risolto così, da tempo.

Forse le cose andranno in un altro modo.

In ogni caso vi abbraccia il vostro insegnante di italiano, vostro allievo di tante giornate indiane, che con queste righe si toglie un rospo dalla gola (è una metafora, non prendetela alla lettera) e vi ricorda per l’ennesima volta che non dovete alzarvi quando il prof entra in classe.

Alberto

tratto dall’articolo “Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana” di Alberto Prunetti e pubblicato su Carmilla on line.

Come passare il tempo da Terranova…

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Foto “DSCN4023″ by andrea.a flickr

Ricordate la grave tragedia dei lavoratori tessili in Bangladesh, per cui abbiamo firmato la petizione per la sicurezza dei lavoratori delle grandi marche, quella che ho pubblicizzato anche su questo blog (qui il primo post, qui il secondo)?

Proprio nelle stesse settimane ho dovuto accompagnare mia figlia ed un’amica che andavano a fare un po’ di spesa nella catena d’abbigliamento Terranova, dove dovevano comprare delle magliettine low cost da usare per uno spettacolo. Immaginate che noia per un uomo dover attendere due donne che fanno shopping in un negozio di abbigliamento, con code immense ai camerini-prova…

Insomma, io lì dentro dovevo ingannare il tempo e a parte la musica pop e dance a palla, non c’era altro da fare se non spulciare tutti quei vestiti. Ho così iniziato a controllare le etichette di tutti i capi che mi capitavano sottomano, per vedere dove erano stati prodotti: ho iniziato dal reparto uomo, ma visto che l’attesa continuava, ho fatto i miei controlli a campione anche nel reparto bambino, accessori, donna e perfino intimo e mare… Penso di aver attirato l’attenzione anche di qualche commesso ma poi, vedendo che ero in compagnia delle due pargole, credo che abbiano capito che stavo riempiendo il tempo dell’attesa…

Quello che credo che non abbiano capito è che nella mia mente stavo facendo una statistichina, del tutto personale ed opinabile, sulle etichette che stavo leggendo. Ebbene i paesi produttori che ho trovato su tutte le etichette erano soltanto 3 e secondo questi miei conti, fatti molto a braccio, posso dire di aver avuto la sensazione che più o meno le percentuali potevano essere queste: Made in Bangladesh CIRCA il 70% – Made in Cina CIRCA il 20% – Made in India CIRCA il 10% dei capi presenti in negozio…

Ripeto che si è trattato di un banale gioco fatto per riempire il tempo dell’attesa, che non ha niente di scientifico, che ho osservato molte etichette ma  non tutte, che le percentuali sono frutto di un calcolo improvvisato fatto a mente dal sottoscritto e che quindi potrebbero anche essere completamente sbagliate. L’unica cosa di cui sono sicuro è che nelle etichette che ho letto io non c’erano altre nazioni di produzione dei vestiti…

Cosa non si farebbe per sconfiggere la noia…

Giusto per ricordarlo…

Ajesh Binki e Jelestin Velentin erano due cattolici, come me e forse come diversi dei miei lettori. Se fossero ancora vivi forse questa settimana si sarebbero preparati a festeggiare la Santa Pasqua con le loro famiglie. Entrambi lavoravano su una barca che, per assurdo, aveva il nome di un santo a cui tanti italiani sono devoti: St. Anthony. Entrambi sono stati uccisi, da una raffica di colpi, mentre svolgevano il loro poverissimo lavoro di pescatori di tonno nel mare del Kerala.  Jelestin Velentin 48 anni ha lasciato la moglie Dora e due i figli adolescenti: Derrick, che oggi ha 18 anni e Jeen di 11. Ajesh Binki 25 anni, orfano di entrambi i genitori, era l’unico sostentamento per le due sorelle che adesso hanno 18 e 16 anni.

Come avete capito Ajesh Binki e Jelestin Velentin sono i nomi dei due poverissimi pescatori che sono stati uccisi dai marò italiani, per i quali adesso si sta consumando una crisi di governo con dimissioni dei nostri ministri e lotta fra le varie fazioni politiche. Ajesh fu colpito in pieno viso mentre era al timone del peschereccio mentre Velentin fu ucciso con un colpo al petto quando si alzò per soccorrere Ajesh.

Con tutto il rispetto per il dramma che i protagonisti di questa vicenda stanno vivendo e per amore per la giustizia è bene ricordare che i ruoli di questa storia sono ben distinti: ci sono due persone uccise e di conseguenza due assassini. E gli assassini rimangono tali anche se indossano una divisa del mio paese. Giusto per ricordarlo….

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Foto “Mattancherry fisherman, Kerala” by etsgoeverywhere – flickr

Un augurio dall’India… arrivato via Piemonte…

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Foto “Vande Mataram” by Orbitaldebris – flickr

Giusy del blog giusymar.wordpress.com, ha pubblicato un post bellissimo con gli auguri per il Nuovo Anno che ha ricevuto da un suo cliente indiano. Ci sono una serie di propositi per l’anno 2013 da condividere e cercare di mettere in pratica, che ho trovato bellissimi e che, nella loro semplicità,  fanno riflettere molto ed esprimono tutta la spiritualità dell’India.

Ho chiesto a Giusy il permesso per ripubblicarli e condividerli, con la speranza che diventino un passaparola, non solo di propositi, ma anche di piccole azioni concrete. Chissà, se ognuno di noi riuscisse a mettere in pratica anche uno solo di questi propositi, forse il mondo sarebbe migliore…

Dall’India i buoni propositi per il nuovo anno

  • Fai crescere e studiare un bambino povero e meritevole.
  • Lavora per il bene di un povero villaggio in qualsiasi parte del mondo.
  • Aiuta una persona malata che si merita di sopravvivere per prendersi cura della sua famiglia.
  • Identifica e denuncia almeno un ufficiale corrotto che agisce contro la società in generale.
  • Fornisci supporto per esaudire il desiderio di una persona morente.
  • Prenditi cura di una persona anziana lasciata sola dai suoi familiari.
  • Educa e consiglia almeno 3 giovani talentuosi e meritevoli con la tua conoscenza ed esperienza.
  • Fai almeno 6 viaggi nei boschi o sulle rive di un lago avventurandoti a ripulire le aree dai rifiuti in plastica.
  • Pianta e fai crescere almeno 5 alberi nell’anno 2013 nell’ambiente circostante.
  • Fai ridere almeno 5 persone che hanno dimenticato come si ride.
  • Salta almeno due pasti al mese per sentire  dentro di te il dolore della fame.
  • Condividi per iscritto le migliori esperienze della tua vita fra la gente in modo da educare gli altri.
  • Partecipa ai programmi per la conservazione dell’acqua e lo sviluppo delle energie sostenibili.

tratto dall’articolo “Dall’India i buoni propositi per il nuovo anno” pubblicato sul blog di Giusymar

Pasqua equa 2012…

Foto "Pasqua equa e solidale 2012 / Fair trade Easter 2012" by unpodimondo - flickr

Foto "Pasqua equa e solidale 2012 / Fair trade Easter 2012" by unpodimondo - flickr

Tra pochi giorni sarà Pasqua e nel rispetto delle nostre tradizioni, regaleremo e porteremo in tavola le consuete  uova di cioccolato e la Colomba. Io come tutti gli anni opto per le Uova di cioccolato e le colombe del Commercio equo e solidale perchè, mentre si portano in tavola dei prodotti simpatici e buonissimi (spesso anche biologici), si offre alle popolazioni del Sud del mondo un’opportunità per un’economia sana e uno sviluppo attento alle esigenze e alla dignità dei lavoratori, dei loro figli e delle loro comunità.

E così, dopo aver ordinato tramite il mio Gruppo d’Acquisto Solidale ed il negozio di Equobi, due piccole uova di cioccolata e una colomba di Altromercato, nello scorso fine settimana sono andato a fare un po’ di spesa fra le golosità di Equoland la fabbrica di cioccolato di Calenzano (Fi). Il bambinone che è in me ha comprato l’uovo di cioccolata della linea Ciocador nella foto, scegliendolo con  la carta dei bambini di tutto il mondo, più una serie di prodotti non necessariamente legati alla Pasqua: diverse tavolette di cioccolata, la mitica Estrella Primera (la crema da spalmare fondente che secondo me dal punto di vista del gusto surclassa notevolmente quella dell‘uomo più ricco d’Italia), alcune saponette indiane ajanta ed infine,  per smaltire gli eccessi cioccolatosi dei prossimi giorni (con relativi sensi di colpa che si materializzano una volta saliti sulla bilancia), alcune tisanine depuranti fra cui la Tulsi che mi dicono essere miracolosa…

E’ curioso ma leggendo le etichette delle tre uova e della Colomba si scopre che mi sono portato in casa veramente un bel pezzo di mondo: tra i produttori degli ingredienti alimentari, quelli delle carte per il confezionamento e quelli delle sorprese delle uova si può fare un bel giro del mondo….: Ecuador, Sri Lanka, Bangladesh, Indonesia, Repubblica Dominicana, Paraguay, Nepal, India, Palestina, Sud Africa, Costa Rica, Mauritius…

Se anche voi avete vicino a casa una Bottega del Commercio Equo e Solidale vi auguro di farci un salto per un… giro del mondo alimentar-pasquale!

 Foto "Pasqua equa e solidale 2012 / Fair trade Easter 2012" by unpodimondo - flickr

Foto "Pasqua equa e solidale 2012 / Fair trade Easter 2012" by unpodimondo - flickr

Aggiornamento delle 17.00 del 4/4/2012

Sono appena tornato dal Bottegotto di Equobi dove ero andato a cercare una seconda colomba di Altromercato per un pensierino improvviso… :-( Sigh! Non l’ho trovata… In tutta la bottega c’era un solo uovo di pasqua e una unica colomba senza colomba (voi come la chiamereste una colomba senza granella di zucchero e senza canditi?). Da una parte sono contento perchè significa che avete venduto tutto ma non trovare più niente ad ancora quattro giorni dalla Pasqua è un po’ desolante… quell’unico uovo e quella sola colomba, spersi nella vetrina, davano un senso di tristezza…

Un documentario: Hair India (2008)

In questi giorni su Rai 5 sta andando in onda un bellissimo documentario di Raffaele Brunetti e Marco Leopardi che si intitola “Hair India” e che mostra uno spaccato delle contraddizioni che offre l’India di questi anni, basandosi sulla storia di una ciocca di capelli.

Una poverissima famiglia induista va in pellegrinaggio al tempio e partecipa ad un rituale di purificazione per chiedere una grazia. Tutti i componenti di questa famiglia donano alle divinità l’unica cosa che hanno: i loro capelli. Come altre migliaia di pellegrini si fanno rasare completamente la testa e il documentario segue la rotta dei loro capelli… Messi all’asta dalle autorità del tempio induista vengono comprati da un’industria di Roma che li lavora e li trasforma in preziose extension che vanno a ruba fra le dive di Hollywood e Bollywood. Extension di capelli mai trattati e colorati, così preziose che arrivano a costare anche 4.000$ ad applicazione.

Nel documentario le ciocche tagliate al tempio e lavorate a Roma torneranno in India per essere applicate a Sangeeta una giornalista di moda che li userà per far colpo ad una sfilata….

Per vedere il documentario:

Un altro punto di vista…

Foto "Fishermen at beach near Alleppey Kerala 1" by Pondspider - flickr

Foto "Fishermen at beach near Alleppey Kerala 1" by Pondspider - flickr

In questi giorni sto seguendo la storia dei due pescatori indiani uccisi  in Kerala (forse) dai militari italiani (qui la cronaca). Non voglio prendere posizione in questa triste storia di morte che è diventata una questione diplomatica e giudiziaria fra Italia ed India e che, purtroppo sul web ha scatenato una guerra indegna fatta di offese da una parte all’altra (basta leggere qui). Aspetto perciò che  giustizia e la diplomazia facciano il loro corso per dirci come sono andate veramente le cose…

Vorrei però portare una piccola testimonianza che serva a correggere anche un po’ di inesattezze che leggo sulla stampa italiana. Come alcuni miei lettori già sanno dal 2006 abbiamo un’adozione a distanza (qui l’ultimo post) proprio in Kerala e proprio di una  ragazza che proviene da una famiglia di poveri pescatori che non dovrebbe essere molto diversa da quelle dei due che sono stati uccisi. Inutile dire che appena abbiamo letto la notizia ci siamo fiondati sulla stampa indiana per cercare i nomi dei pescatori uccisi (Valentine Jalastine di 45 anni e Ajeesh Pinku di 25). Dopo aver tirato un respiro di sollievo perchè il nome non corrisponde a quello del padre della nostra bimba, ci siamo chiesti come è possibile crivellare di colpi dei poveri e pacifici pescatori che cercano solo di portare a casa quel poco che  permetta la sussistenza delle loro famiglie.

Premetto che non sono mai stato in Kerala (mi piacerebbe molto andarci) ma conosco personalmente e sono in contatto diretto con persone del luogo e perciò vorrei raccontarvi due o tre cosette.

  • Il Kerala è uno stato in cui da secoli convivono pacificamente tre religioni: induismo, islam e cristianesimo. Addirittura, secondo le tradizioni,  il cristianesimo sarebbe stato portato in questo stato direttamente dall’apostolo  San Tommaso, per cui la convivenza pacifica con le altre religioni dura da quasi due millenni.
  • Il Kerala è lo stato indiano col maggiore tasso di alfabetizzazione di tutta l’India (oltre il 90%).
  • Il Kerala è considerato la  culla della medicina Ayurvedica.
  • Il Kerala è uno stato con bellissime aree naturali e alcune fra le spiagge e le lagune più belle del mondo, dove si sta sviluppando un turismo sia nazionale che internazionale.
  • Purtroppo nello stato rimangono grosse sacche di povertà rappresentate dai pescatori che praticano una pesca di sussistenza che è condizionata dal regime dei monsoni che per oltre 4 mesi l’anno impedisce tutte le attività di pesca. Nonostante tutto questo i pescatori vivono una povertà molto dignitosa che non impedisce loro di mandare i propri figli a scuola (spesso grazie alle adozioni a distanza). Cercate su internet le foto dei bambini del Kerala: non troverete mai un bimbo o una bimba, per quanto povero, che non sia pulito, curato e pettinato. Dai contatti che ho io si percepisce una povertà vissuta in modo semplice ed umile ma con molta gentilezza, serenità, dignità, rispetto dell’altro e fierezza delle proprie origini.

Detto questo, chi in Italia e sulla stampa volesse far passare l’equazione “poveri pescatori = pirati” oppure “abitanti del Kerala = incivili” sappia che si sta sbagliando di grosso. Mi auguro che la situazione tra Italia ed India si risolva al più presto e secondo giustizia, ma come si sarà capito, il mio affetto e il mio cordoglio va alle famiglie dei pescatori crivellati  da chi (forse) doveva proteggere un carico di petrolio…

…Il solito petrolio per cui in tante aree del mondo si uccidono e si bombardano intere popolazioni.

Il più bel regalo di Natale… (lo stesso, splendido regalo, tutti gli anni dal 2006 ad oggi).

Quest’anno il regalo di Natale che a casa mia troverà posto sotto l’albero sarà un iper-mega-super tv a Led da piazzare in sala, al posto del vecchio Panasonic che, dopo 21 anni di onorata carriera, ha deciso di tirare le cuoia… Insomma un auto-regalo obiettivamente molto gradito a tutta la famiglia ma, da un certo punto di vista, anche “imposto” dagli eventi.

Però, ad esser sinceri a casa mia, ormai dal lontano 2006, il regalo di Natale che più di tutti ci scalda il cuore e che aspettiamo sempre con maggiore trepidazione è sempre lo stesso: la letterina con gli auguri e le foto che ci arriva dall’India, dalla bimba che abbiamo adottato a distanza e che nel tempo è diventata una bravissima ragazza. Come ho scritto in altri post si tratta di una dei tre figli di una famiglia di pescatori del Kerala che vive sulla costa  e che frequenta una scuola nell’isoletta di Vypin. Da quando, grazie al Movimento Shalom, abbiamo fatto questa adozione a distanza ed abbiamo conosciuto la scuola e la comunità in cui vive Angel, la nostra vita è cambiata e sinceramente abbiamo ricevuto molto di più di quello che noi abbiamo dato a lei: abbiamo ricevuto tanto affetto, simpatia e amicizia da tante persone! Ci si apre  il cuore vedere le foto con i  sorrisi di Angel, sapere che lei sta bene e che a scuola ha ottimi voti. Ma lo sapete che in India, nelle scuole corrispondenti alle nostre medie, devono fare dure sessioni di esame tutti gli anni? (come un esame di terza media tutti gli anni e in più sessioni)…

Se vi manca questa bellissima esperienza, fate un’adozione a distanza, anche se siamo in tempi di crisi… Con un’inezia (nel caso di Shalom 0,55€ al giorno) farete felice un bimbo, lo aiuterete a nutrirsi, a vestirsi, a frequentare la  scuola e ad essere curato ma soprattutto vi farete nuovi amici e stabilirete un impagabile legame d’affetto e di amore con una famiglia, una scuola, una comunità…

Nella mia famiglia oltre ad Angel in India, mia suocera ha un’altra adozione a distanza (Laurentine in Burkina Faso) e anche lei è emozionatissima quando riceve le letterine i disegni e le foto della sua “piccina”. Ecco, se avete in famiglia un nonno/a, invece di regalargli le solite pantofole… regalategli un nuovo  nipotino/a che vive nel Sud del Mondo.

La nostra Angel, nella prima foto che abbiamo ricevuto e in una di oggi…

Mobili del commercio equo e solidale in offerta da Equoland!

Mobile indonesiano dalla pagina facebook di Equoland
Mobile indonesiano dalla pagina facebook di Equoland

Quando sentiamo parlare di Commercio equo e solidale le prime  cose che ci vengono  in mente  sono la cioccolata, il caffè, le banane: insomma generi alimentari. In realtà il commercio equo e solidale è anche molto altro: abbigliamento, accessori, cancelleria e artigianato proveniente da tutto il mondo. Basta recarsi in una bottega del mondo per capire quanti oggetti curiosi e interessanti si possono trovare…

Equoland, la bottega del commercio equo e solidale di Calenzano (nonchè fabbrica di cioccolato), dallo scorso 22 Ottobre 2011 ha iniziato una promozione sui mobili etnici con uno sconto del 30% sul prezzo di listino al quale viene aggiunto un ulteriore sconto del 5% se l’acquirente ritira e trasporta  il mobile con propri mezzi, il tutto fatto senza incidere sulla retribuzione equa e solidale dei piccoli produttori del Sud del mondo… Ma forse tutto ciò è spiegato meglio dalla lettera di presentazione di Rossana di Equoland

Cari Amici,

Vi comunichiamo che a partire da sabato 22 ottobre 2011 ci sarà una grande promozione sui mobili etnici di Equoland, con uno sconto del 30% sul prezzo di listino, al quale aggiungiamo un ulteriore 5% se pensate voi al ritiro, con i vostri mezzi.

E’ un’occasione da non perdere, perché si tratta di oggetti unici e di ottima qualità, prodotti artigianalmente da piccole associazioni equosolidali in Africa, India e Indonesia (di seguito potrete leggere una breve descrizione dei progetti e vedere le fotografie dei mobili).

Come già abbiamo avuto modo di precisare, il prezzo ridotto ha semplicemente lo scopo di incoraggiare l’acquisto di particolari prodotti del commercio equo e solidale che altrimenti resterebbero invenduti. In questo modo si favorisce l’accesso al mercato dei produttori del Sud del Mondo con nuove proposte.

La riduzione di prezzo a favore del “consumatore” non ha alcun impatto sulla retribuzione equa dei produttori, i quali, secondo i criteri del commercio equo, usufruiscono di pre-finanziamento. Il minor prezzo di vendita è ottenuto esclusivamente riducendo i margini della nostra cooperativa.

Abbiamo inserito sulla nostra pagina facebook quasi tutte le fotografie dei mobili che troverete a Equoland, e vi invitiamo a scriverci o a telefonarci per avere i prezzi o altre informazioni. Oppure venite a trovarci a Calenzano, i nostri mobili sono molto più belli “dal vivo” e potrete vederli e toccarli quanto vi pare! Noi vi aspettiamo!

Rossana

Equoland S.c.a.r.l.  Via delle Bartoline 41 Calenzano (FI) – Tel. 055/8878480 ; e-mail comunicazione@equoland.it

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 I mobili etnici di Equoland provengono dai seguenti progetti:

MYSHA ENTERPRISE – GHANA (AFRICA)

Mysha Enterprise è una cooperativa che ha lo scopo di promuovere e commercializzare l’artigianato del Ghana e dare un sostegno professionale e finanziario ai piccoli Produttori.  MYSHA dedica particolare attenzione ai problemi di impatto ambientale‚ promuovendo l’uso di legname ottenuto nel rispetto delle leggi di protezione forestale e l’utilizzo di materie prime locali e di coloranti atossici e non inquinanti. I prodotti arrivano da piccoli gruppi di artigiani‚ spesso formati solo da quattro o cinque persone‚ ai quali Mysha fornisce in anticipo il 50% del valore delle merci per acquistare le materie prime e fornisce sempre assistenza per migliorare i prodotti.

SURYA GROUP – INDONESIA

Il Gruppo Surya è nato nel 2002 come coordinamento delle attività di otto piccoli gruppi di artigiani del legno, organizzati a livello familiare, della città di Yogyakarta (Central Java –Indonesia) e nelle sue immediate vicinanze. Elemento fondante che ispira tutta l’azione dell’organizzazione è la salvaguardia dell’ambiente che si concretizza nell’utilizzo di materie prime riciclate (teak, mogano) o rinnovabili e nell’adozione di processi produttivi a basso impatto ambientale. Tutte le lavorazioni, dall’intaglio alla carteggiatura fino alla finitura, sono eseguite in modo artigianale e sono espressione delle capacità artistiche degli artigiani indonesiani.

TARA PROJECT – INDIA

L’organizzazione TARA Project è una rete di famiglie di produttori nata nel nord dell’India negli anni ’80, ed è composta per lo più da artigiani appartenenti alla casta degli intoccabili. La sua attività è strettamente legata alla causa e allo spirito per la quale è nata e cioè la difesa degli interessi dei produttori e dei più poveri. I progetti sviluppati da TARA hanno fatto crescere molti gruppi di artigiani e attualmente commercializza prodotti di molte associazioni di artigiani che lavorano gioielleria, legno, cotone, lana, ferro e vetro.  Negli ultimi anni TARA Project ha lavorato molto nell’accrescimento della consapevolezza dei piccoli produttori, nel protestare contro i proprietari delle fabbriche e i datori di lavoro che sfruttano la manodopera e la sottopongono a condizioni di lavoro molto rischiose, nella difesa dei diritti dell’infanzia e nell’assicurare ai bambini lavoratori il diritto all’educazione.

tratta dalla lettera di presentazione dell’iniziativa pubblicata sulla pagina facebook di Equoland.

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