Fantocci… ci riscrivi…

Ho scritto una mail al servizio abbonamenti di una rivista per sapere se un mio abbonamento è stato attivato oppure no… Leggete la risposta.

Gentilissimo,
il suo abbonamento è attivo e decorre dal numero di Ottobre.
La copia le dovrebbe arrivare a breve perché è in spedizione in questi giorni. Se non le dovesse arrivare niente, ci riscrivi che provvederemo a rimandare la sua copia.

Cordiali saluti

M.

Si avete letto bene, come in un notissimo film… ” Se non le dovesse arrivare niente, ci riscrivi… Mi scusi M. ma chi sono io per lei, Fantozzi? E lei per caso di cognome fa … signorina Silvani? O forse… contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare?

E meno male che sono il servizio abbonamenti di un noto mensile culturale… Evviva la grammatica!

Fotogramma dal film "Fantozzi" tratto da Wikipedia

Fotogramma dal film "Fantozzi" tratto da Wikipedia

Il pane di Domani.

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Credo che alcuni testi a volte ci vengano a cercare e  quasi per caso,  si fanno trovare nel momento più opportuno… Stavo per buttare via la lettera che il nostro parroco ci porta per la benedizione delle famiglie quando, fra le varie richieste di offerte, ho trovato questo bel testo sulla situazione attuale del nostro paese. Ho fatto una ricerca sulla rete ed ho scoperto che è stato pubblicato sul quotidiano “La Stampa” del 31/12/2008… Pur non essendo attualissimo credo che possa essere comunque adottato come un invito alla speranza per il futuro, sia per la ricostruzione delle zone terremotate che più in generale per un ripensamento delle nostre vite… Buona lettura!

Con cosa possiamo impastare il pane di domani? Quali ingredienti ci lasciano e quali ci consigliano gli eventi dell’anno che si conclude? C’è un lievito cui possiamo affidarci per il cibo solido che nutrirà i giorni dell’anno che viene? Sono domande spontanee a ogni volgere di calendario, ma forse ancor più cogenti al termine di un anno che pare identificarsi con il termine crisi, non solo in campo economico. Per il nostro impasto potremmo cominciare da un sano ripensamento sugli errori commessi.

Il presidente uscente degli Stati Uniti ha ammesso che la guerra in Iraq è stata un errore: del resto non è quello che si dice dopo ogni guerra? La si intraprende sempre facendola apparire come il male minore, il ristabilimento di un diritto infranto, la via per giungere a un nuovo equilibrio più giusto. Poi, una volta avviata, è la logica stessa della guerra a prevalere su ogni altra logica: il diritto, la giustizia, la solidarietà, la libertà, tutto viene messo tra parentesi, soffocato in attesa della fine delle ostilità. Ma dalle macerie fumanti sale solo nuovo odio, nuova violenza, nuovi pretesti per ricominciare un’altra guerra, anch’essa “giusta”, naturalmente. Ora, tra i potenti che hanno dato fuoco alla polveriera in Iraq vi è chi ha chiesto scusa, chi ha affermato di essere stato ingannato, eppure nessuno di quanti nel nostro paese avevano sostenuto a spada tratta la giustezza di quell’errore si sono sentiti in dovere di riconoscerlo come tale, di fare ammenda del loro soffiare sul fuoco, del loro disprezzo verso gli “impavidi”, da loro giudicati nemici degli USA e dell’occidente, che mettevano in guardia contro il vicolo cieco cui conduce ogni guerra. Senza riconoscimento degli errori come possiamo pensare che il futuro non ce ne riservi di analoghi e di più gravi? E i bagliori di fuoco e di morte che si sprigionano da Gaza in questi giorni sono una tragica conferma di quanto sia nefasto affidarsi alla forza delle armi per sanare le controversie.

Anche in campo economico non emerge con chiarezza un riconoscimento degli errori: sembra anzi che si preferisca rincarare la dose di anfetamine invece di trarre lezione dall’abuso di mercato senza regole. Invitare al consumo anche se non se ne hanno i mezzi né tanto meno la necessità, creare bisogni indotti sempre più slegati da un sano vivere quotidiano, spingere verso un tenore di vita costantemente superiore alle proprie possibilità, oltre a condurre verso un precipizio ancor più profondo, cancella ogni senso del limite, eccita e inebria con il mito della crescita inarrestabile infinita, come fosse un diritto acquisito. Non è solo questione di ritrovare una certa sobrietà nel vivere e una maggiore solidarietà nel condividere bensì, a un livello ancor più radicale, di aderire alla realtà, di prendere coscienza che noi stessi, la nostra terra, abbiamo dei limiti: il tenerne conto non significa tarparci le ali ma, al contrario, irrobustirci per affrontare le sfide che il futuro ci riserva.

Ecco allora un ingrediente fondamentale per il pane quotidiano di domani: ridestare nella società, a cominciare dai giovani, la cultura dei valori. Anche qui dobbiamo interrogarci su cosa siamo stati e siamo capaci di trasmettere, quali modelli culturali veicoliamo con i nostri comportamenti e le nostre scelte, quali miti dominanti, quali aspirazioni sollecitiamo nelle nuove generazioni. A cosa aneliamo, in cosa crediamo, c’è qualcosa per cui vale la pena spendere ed eventualmente dare la vita? Se non siamo capaci di narrarlo con le nostre vite, se lasciamo che sia percepito come “reale” quanto di più artificiale si può creare nei “laboratori” di ogni tipo, non possiamo poi stupirci se la “connessione” sociale si rivela fragile quanto un segnale digitale. Ripartire da alcuni principi fondamentali che le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo trasmetterci – anche grazie alla loro capacità di ripensare agli orrori di due guerre mondiali – è condizione indispensabile per ridare futuro al nostro presente. La Carta universale dei Diritti dell’uomo, i principi fondamentali della nostra Costituzione, le regole basilari della convivenza civile devono diventare elementi “vitali” delle nostre società: elementi cioè capaci di ridare vita perché vissuti nel quotidiano.

Sì, occorre una grande consapevolezza degli errori commessi, ma anche delle enormi potenzialità nascoste nel cuore e nell’agire di ciascuno. Occorre per domani il lievito della fiducia nell’umanità: credere nell’uomo, nella sua grandezza, credere che possiamo umanizzare e rendere migliore la nostra convivenza, se solo accettiamo di guardare oltre il nostro interesse immediato, di tendere lo sguardo verso un orizzonte comune, verso una speranza che è tale solo se giunge a essere condivisa. Il pane di domani sarà allora ancor più gustoso perché intriso del sapore di ieri.

Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose (tratto da “La Stampa” del 31/12/2008)

Trovo molto curioso che un’analisi così attenta, saggia  e precisa della nostra società non venga da un giornalista o da un politico o da un economista, ma da un monaco e che, nonostante la provenienza dell’autore, sia un’analisi talmente laica  e  razionale che nel testo non c’è nessun accenno alla religione…

*** foto Fête du pain sur le parvis de Notre dame de Paris by Neno° – flickr