Una buona notizia: le petizioni a favore dei lavoratori tessili del Bangladesh hanno avuto effetto!

Ricordate il post dello scorso 8 Maggio in cui vi invitavo a firmare la petizione di Avaaz a favore dei lavoratori tessili del Bangladesh? Ebbene, le petizioni sono state più di una, lanciate in tutto il mondo e sommandole tutte insieme  hanno già raggiunto più di un milione e mezzo di firme. La pressione di così tanti consumatori, tutti informati e critici, ha avuto effetto: molte delle multinazionali coinvolte hanno firmato l’accordo per la sicurezza dei lavoratori in Bangladesh. Vi copio-incollo l’articolo pubblicato oggi sul sito della Campagna Abiti Puliti  (membro italiano della campagna internazionale Clean Clothes Campaign). Questa vittoria contro la delocalizzazione selvaggia è importante perchè sui diritti dei lavoratori non ci sono differenze fra Nord e Sud del mondo: o si vince tutti insieme, o si perde tutti! Grazie a tutti!!!!!

(2013) Abbiamo vinto. Anche Benetton sigla l’accordo sulla sicurezza in Bangladesh

copertinasito_abbiamovintoLa pressione popolare coordinata dalla Campagna Abiti Puliti ha costretto anche Benetton a firmare l’accordo per la sicurezza e la prevenzione degli incendi in Bangladesh.

A poche ore della scadenza dell’ultimatum lanciato dalla CCC, l’azienda italiana ha deciso infatti di sottoscrivere l’accordo che prevede ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e l’obbligo di revisione strutturale degli edifici e obbligo per i marchi internazionali di sostenere i costi e interrompere le relazioni commerciali con le aziende che rifiuteranno di adeguarsi, per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori.

“Il cuore dell’accordo” spiega Deborah Lucchetti “è l’impegno delle imprese internazionali a pagare per la messa in sicurezza degli edifici, unitamente ad un ruolo centrale dei lavoratori e dei loro sindacati. Solo attraverso una diretta partecipazione dei lavoratori del Bangladesh sarà possibile costruire condizioni di lavoro sicure e mettere la parola fine a tragedie orribili come quella del Rana Plaza”.

La firma di Benetton arriva dopo aver negato a lungo il suo coinvolgimento con fornitori presenti al Rana Plaza e dopo che molti dei marchi impegnati nelle fabbriche bengalesi avevano già riconosciuto la propria responsabilità. H&M, Inditex, PVH, Tchibo, Primark, Tesco, C&A, Hess Natur sono alcuni dei primi firmatari dell’accordo.

Questo successo è frutto non solo della collaborazione straodinaria tra la Clean Clothes Campaign, il Workers Rights Consortium, la federazione dei sindacati internazionali IndustiAll e UNI Global Union, unitamente alle altre organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei lavoratori, tra cui citiamo International Labor Rights Forum (ILRF), United Students Against Sweatshops (USAS), Maquila Solidarity Network (MSN), War on Want, People and Planet, SumOfUs.org, Change.org, Credo Action, Avaaz e Causes, ma soprattutto della forza che i consumatori hanno saputo imprimere alla campagna decidendo di sottoscrivere la petizione che chiedeva ai marchi azioni concrete.

Dal 2005 più di 1700 lavoratori tessili in Bangladesh sono morti a causa della scarsa sicurezza degli edifici. Ora si apre una fase nuova, nella quale i marchi si sono impegnati ad essere parte attiva e collaborativa.

Tutti insieme siamo riusciti a creare un precedente storico di mobilitazione dal basso che difficilmente potrà essere ignorato d’ora in avanti.

Articolo “(2013) Abbiamo vinto. Anche Benetton sigla l’accordo sulla sicurezza in Bangladesh” pubblicato sul sito “Campagna Abiti Puliti”

Schiacciate per fabbricarci i vestiti: firmate la petizione di Avaaz.

Dopo aver firmato anch’io, copio e incollo dal sito di Avaaz…

Foto tratta dal sito di Avaaz

Foto tratta dal sito di Avaaz


Centinaia di donne in Bangladesh sono bruciate vive o rimaste seppellite mentre producevano i *nostri* vestiti! Tra pochi giorni, grandi aziende della moda potrebbero firmare un accordo che potrebbe rivelarsi un potente strumento per le norme sulla sicurezza o una campagna pubblicitaria di basso livello per risollevare l’immagine delle aziende. Se un milione di noi riuscirà a ottenere il sostegno degli amministratori delegati di H&M e GAP a favore di norme utili davvero a salvare delle vite, gli altri li seguiranno:


Firma la petizione

Cari amici,

Abbiamo visto tutti le orribili immagini di centinaia di donne innocenti bruciate o seppellite sotto il crollo delle fabbriche mentre producevano i nostri vestiti. Nei prossimi giorni possiamo fare in modo che le aziende si impegnino perché fatti come questi non accadano più.

Le grandi marche della moda appaltano i loro vestiti a centinaia di aziende in Bangladesh. Due aziende, tra cui Calvin Klein, hanno firmato un patto vincolante per la sicurezza degli edifici con adeguamenti antincendio. Altre, tra cui Wal-Mart o Benetton, stanno cercando di evitare di firmare, proponendo invece alternative deboli e utili solo all’immagine dell’azienda. L’ultima tragedia ha però dato vita a dei nuovi incontri per affrontare l’emergenza e ha generato forti pressioni perché il patto vincolante, in grado di salvare delle vite, venga firmato.

Le trattative finiranno a breve. H&M a GAP potrebbero essere le prime a sostenere un accordo vincolante e il modo migliore di fare pressione su di loro è rivolgersi direttamente agli amministratori delegati. Se un milione di noi farà appello proprio a loro tramite una petizione, attraverso le pagine Facebook, i tweet e altri annunci, tutti i loro amici e addirittura le loro famiglie lo verranno a sapere. Sapranno che la loro reputazione e quella delle loro aziende sono a rischio. Alcune persone sono obbligate a produrre i *nostri* vestiti in edifici pericolosi a un livello inaccettabile: firma perché siano resi sicuri e inoltra questa email a tutti quelli che puoi:

http://www.avaaz.org/it/crushed_to_make_our_clothes_loc/?bKNVvbb&v=24747

La tragedia di questi giorni rientra in uno schema preciso. Negli ultimi anni, incendi e disastri di vario tipo hanno tolto la vita a molte migliaia di persone e altre sono rimaste invalide e non possono più lavorare. Il governo bengalese ha chiuso un occhio davanti a condizioni tragiche, permettendo ai fornitori di tagliare i costi per produrre vestiti con ritmi e costi dettati dai giganti globali della moda. Le grandi marche dicono di fare dei controlli, ma i lavoratori affermano che le ispezioni delle aziende non sono affidabili.

L’accordo sulla sicurezza a sostegno dei lavoratori prevede ispezioni indipendenti, rapporti pubblici sulle condizioni delle fabbriche dei fornitori e provvedimenti obbligatori. Sarebbe applicabile persino per le corti di giustizia dei paesi d’origine delle aziende stesse! Non sono ancora noti i dettagli su quali aziende comprassero dalla fabbrica crollata poche settimane fa e non ci sono prove che H&M o GAP fossero tra queste. Ma molti operai sono morti in altre fabbriche di fornitori di H&M e GAP in Bangladesh e coinvolgere ora queste marche significherebbe fare in modo che altre aziende le seguano.

Le aziende stanno prendendo delle decisioni a riguardo proprio in queste ore. Facciamo appello agli amministratori delegati di H&M e GAP perché indichino la strada a tutto il settore, firmando il piano sulla sicurezza. Firma la petizione e poi condividi questa email quanto più puoi; una volta che avremo raggiunto un milione di firme attireremo così tanta attenzione che non potranno non notarci:

http://www.avaaz.org/it/crushed_to_make_our_clothes_loc/?bKNVvbb&v=24747

Molte volte i membri di Avaaz hanno unito le loro forze per combattere l’avidità delle aziende e sostenere i diritti umani. L’anno scorso abbiamo contribuito a fare in modo che 100 lavoratori indiani tornassero a casa sani e salvi quando un’azienda del Bahrein si era rifiutata di lasciarli andare. Ora prendiamo posizione per fermare la corsa mortale al ribasso nella sicurezza delle fabbriche.

Con speranza e determinazione,

Jamie, Jeremy, Alex, Ari, Diego, Marie, Maria-Paz, Ricken e tutto il team di Avaaz

ULTERIORI INFORMAZIONI:

Bangladesh, le vittime del crollo del Rana Plaza ricattate dai datori di lavoro (Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/esteri/13_aprile_26/bangladesh-marchi-moda-responsabilita_6b3c490a-ae81-11e2-b304-d44855913916.shtml

Rana Plaza, Bangladesh. Il capolinea del capitalismo globale (L’Huffington Post)
http://www.huffingtonpost.it/deborah-lucchetti/rana-plaza-bangladesh-il-capolinea-del-capitalismo-globale_b_3201364.html?utm_hp_ref=italy

In Bangladesh, Benetton e le altre aziende devono garantire sicurezza (Il Fatto Quotidiano)
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/bangladesh-benetton-e-altre-aziende-devono-garantire-sicurezza/578850/

Bangladesh, la strage di operai più grande della storia (Conquiste del Lavoro)
http://www.conquistedellavoro.it/cdl/it/Archivio_notizie/2013/Maggio/info1546183859.htm

Strage in Bangladesh. Quelle magliette low-cost che costano troppo sangue (Panorama)
http://news.panorama.it/esteri/Strage-in-Bangladesh-Quelle-magliette-low-cost-che-costano-troppo-sangue

Il messaggio di Alex Zanotelli per la Pasqua 2012.

Foto "Money and Religion" by World of Oddy - flickr

Foto "Money and Religion" by World of Oddy - flickr

Il blog augura a tutti i lettori e alle loro famiglie una serena Pasqua e vista la crisi imperante lo fa in modo provocatorio, postando il messaggio di Pasqua di Padre Alex Zanotelli. Nel rinnovarvi gli Auguri vi invito a leggerlo e a rifletterci un po’ su… Buona Pasqua!

LA DITTATURA DELLA FINANZA : abbiamo tradito il Vangelo? di P. Alex Zanotelli

In questo periodo quaresimale sento l’urgenza di condividere con voi una riflessione sulla ‘tempesta finanziaria’ che sta scuotendo l’Europa, rimettendo tutto in discussione: diritti, democrazia, lavoro… In più arricchendo sempre di più pochi a scapito dei molti impoveriti. Una tempesta che rivela finalmente il vero volto del nostro Sistema: la dittatura della finanza.

L’Europa come l’Italia è prigioniera di banche e banchieri. E’ il trionfo della finanza o meglio del Finanzcapitalismo come Luciano Gallino lo definisce :“Il finanzcapitalismo è una mega-macchina ,che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni, allo scopo di massimizzare e accumulare sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia del maggior numero di esseri umani sia degli eco-sistemi.” Estrarre valore è la parola chiave del Finanzcapitalismo che si contrappone al produrre valore del capitalismo industriale, che abbiamo conosciuto nel dopoguerra. E’ un cambiamento radicale del Sistema!
Il cuore del nuovo Sistema è il Denaro che produce Denaro e poi ancora Denaro. Un Sistema basato sull’azzardo morale, sull’irresponsabilità del capitale , sul debito che genera debito. E’ la cosidetta “Finanza creativa” , con i suoi ‘pacchetti tossici’ dai nomi più strani (sub-prime, derivati, futuri, hedge-funds…) che hanno portato a questa immensa bolla speculativa che si aggira, secondo gli esperti, sul milione di miliardi di dollari! Mentre il PIL mondiale si aggira sui sessantamila miliardi di dollari. Un abisso separa quei due mondi:il reale e lo speculativo. La finanza non corrisponde più all’economia reale. E’ la finanziarizzazione dell’economia.
Per di più le operazioni finanziarie sono ormai compiute non da esseri umani, ma da algoritmi, cioè da cervelloni elettronici che, nel giro di secondi, rispondono alle notizie dei mercati. Nel 2009 queste operazioni, che si concludono nel giro di pochi secondi, senza alcun rapporto con l’economia reale, sono aumentate del 60% del totale. L’import-export di beni e servizi nel mondo è stimato intorno ai 15.000 miliardi di dollari l’anno. Il mercato delle valute ha superato i 4.000 miliardi al giorno: circolano più soldi in quattro giorni sui mercati finanziari che in un anno nell’economia reale. E’ come dire che oltre il 90% degli scambi valutari è pura speculazione.

Penso che tutto questo cozza radicalmente con la tradizione delle scritture ebraiche radicalizzate da Gesù di Nazareth. Un insegnamento, quello di Gesù, che, uno dei nostri migliori moralisti,don Enrico Chiavacci, nel suo volume Teologia morale e vita economica , riassume in due comandamenti, validi per ogni discepolo: “Cerca di non arricchirti” e “Se hai, hai per condividere” Da questi due comandamenti , Chiavacci ricava due divieti etici: “divieto di ogni attività economica di tipo esclusivamente speculativo” come giocare in borsa con la variante della speculazione valutaria e “divieto di contratto aleatorio”. Questo ultimo Chiavacci lo spiega così: ”Ogni forma di azzardo e di rischio di una somma, con il solo scopo di vederla ritornare moltiplicata, senza che ciò implichi attività lavorativa, è pura ricerca di ricchezza ulteriore”. Ne consegue che la filiera del gioco, dal ‘gratta e vinci’ al casinò è immorale. Tutto questo, sostiene sempre Chiavacci “cozza contro tutta la cultura occidentale che è basata sull’avere di più. Nella cultura occidentale la struttura economica è tale che la ricchezza genera ricchezza”.

Noi cristiani d’Occidente dobbiamo chiederci cosa ne abbiamo fatto di questo insegnamento di Gesù in campo economico-finanziario. Forse ha ragione il gesuita p. John Haughey quando afferma :”Noi occidentali leggiamo il vangelo come se non avessimo soldi e usiamo i soldi come se non conoscessimo nulla del Vangelo.” Dobbiamo ammettere che come chiese abbiamo tradito il Vangelo, dimenticando la radicalità dell’insegnamento di Gesù :parole come ” Dio o Mammona,”o il comando al ricco:”Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri”. In un contesto storico come il nostro, dove Mammona è diventato il dio-mercato, le chiese, eredi di una parola forte di Gesù, devono iniziare a proclamarla senza paura e senza sconti nelle assemblee liturgiche come sulla pubblica piazza.
L’attuale crisi finanziaria “ha rivelato comportamenti di egoismo, di cupidigia collettiva e di accaparramento di beni su grande scala-così afferma il recente Documento del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace( Per una riforma del Sistema finanziario e monetario internazionale). Nessuno può rassegnarsi a vedere l’uomo vivere come ‘homo homini lupus’ ”.

Per questo è necessario passare, da parte delle comunità cristiane, dalle parole ai fatti, alle scelte concrete, alla prassi quotidiana: ”Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”(Matteo 7,21). Come Chiese,dobbiamo prima di tutto chiedere perdono per aver tradito il messaggio di Gesù in campo economico-finanziario, partecipando a questa bolla speculativa finanziaria (il grande Casinò mondiale). Ma pentirsi non è sufficiente, dobbiamo cambiare rotta, sia a livello istituzionale che personale.

A livello istituzionale (diocesi e parrocchie):
-promuovendo commissioni etiche per vigilare sulle operazioni bancarie ;
-invitando tutti al dovere morale di pagare le tasse;
-ritirando i propri soldi da tutte le banche commerciali dedite a fare profitto sui mercati internazionali;
- investendo i propri soldi in attività di utilità sociale e ambientale, rifiutandosi di fare soldi con i soldi;
- collocando invece i propri risparmi in cooperative locali o nelle banche di credito; cooperativo;
-privilegiando la Banca Etica, le MAG (Mutue auto-gestione) o le cooperative finanziarie;
-rifiutando le donazioni che provengono da speculazioni finanziarie, soprattutto sul cibo, come ha detto recentemente Benedetto XVI nel suo discorso alla FAO.

A livello personale ogni cristiano ha il dovere morale di controllare:
-in quale banca ha depositato i propri risparmi;
- se è una” banca armata”, cioè investe soldi in armi;
- se partecipa al grande casinò della speculazione finanziaria;
- se ha filiali in qualche paradiso fiscale;
- se ottiene i profitti da ‘derivati’ o altri ‘pacchetti tossici’.

Le banche, che dopo aver distrutto la nostra economia, sono tornate a fare affari- scrive il pastore americano Jim Wallis- devono ricevere un chiaro messaggio che noi troviamo la loro condotta inaccettabile. Rimuovere i nostri soldi può fare loro capire quel messaggio.”

Ha ragione don Enrico Chiavacci ad affermare: ”Questa logica dell’avere di più e della massimizzazione del profitto si mantiene attraverso le mille piccole scelte, frutto di un deliberato condizionamento. Le grandi modificazioni strutturali, assolutamente necessarie, non potranno mai nascere dal nulla: occorre una rivoluzione culturale capillare. Se è vero che l’annuncio cristiano portò all’abolizione della schiavitù, non si vede perché lo stesso annuncio non possa portare a una paragonabile modificazione di mentalità e quindi di strutture. Il dovere di testimonianza, per chi è in grado di sfuggire a una presa totale del condizionamento, è urgente”.

Buona Pasqua di Risurrezione a tutti!

Alex Zanotelli
Napoli,22 marzo 2012

tratto dall’articolo “LA DITTATURA DELLA FINANZA : abbiamo tradito il Vangelo? di P. Alex Zanotelli” pubblicato sul sito http://www.giovaniemissione.it

Analizziamo la crisi: “Da Karl Marx alla crisi globale. E’ la fine di un epoca.”

foto Marx by AlphaTangoBravo / Adam Baker - flickr

foto "Marx" by AlphaTangoBravo / Adam Baker - flickr

Nonostante che i mass media cerchino di tranquillizzarci, dicendo che il peggio della crisi è passato e che la ripresa è “dietro l’angolo”, i segnali di crisi profonda, che arrivano dalla cronaca delle nostre città sono molto inquietanti. Fabbriche che chiudono, tagli di personale, anche nel mondo  della scuola, e altre notizie simili riempiono le pagine dei giornali di operai, impiegati e professori che si incatenano, salgono sui tetti e fanno lo sciopero della fame per difendere il proprio posto di lavoro.  Decine di migliaia di persone che, non essendo più tutelate da nessuno (partiti di sinistra e sindacati in primo luogo), cercano di difendere il posto di lavoro con l’unica cosa che gli è rimasta: la forza della disperazione.

Per capire la gravità della crisi e cosa ci aspetterà nei prossimi mesi, il settimanale Carta ha pubblicato, nel mese di Agosto un numero speciale di 100 pagine chiamato “Carta Almanacco” che ha analizzato la crisi col contributo di alcuni studiosi. E’ stata una lettura interessante (anche se ha un po’ rovinato le ferie ai lettori, perché dipinge un futuro non proprio di “rose e fiori”) e perciò vi proporrò alcuni estratti degli articoli più significativi. Inizio con un sunto dell’articolo di Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università di Messina.

Da Karl Marx alla crisi globale. E’ la fine di un epoca.

[...] Marx ha vissuto in Inghilterra, la patria della società industriale, un periodo storico di crisi ricorrenti che si manifestavano, ogni 10 anni, quasi fossero determinate da una legge matematica. Abbiamo, infatti, la crisi finanziaria del 1837, seguita da quella del 1847 [in coincidenza col fallimento dell'azienda pubblica Robinson&Co.]. E ancora la crisi del 1857 che si tentò di spiegare con gli alti tassi d’interesse[10%], infine quella del 1866 che, secondo l’analisi di Engels, determinò una svolta nel peso della Borsa, e quindi della finanza, sull’economia reale.

Per Marx le crisi sono connaturate con il modo capitalistico di produzione. Le cause che lui rintraccia erano essenzialmente legate a due fattori: la caduta tendenziale del saggio del profitto e la sovrapproduzione/sottoconsumo rispetto ai bisogni di valorizzazione del capitale. Su entrambe queste cause, nella teoria marxiana, esiste una sterminata letteratura. Per quasi un secolo le diverse correnti del marxismo si sono divise su questi aspetti, intimamente legati al grande tema del “crollo del capitalismo”. [...] Ancor prima della caduta del Muro di Berlino questo acceso dibattito è venuto meno, sia per il rapido declino dell’influenza del pensiero marxista, sia perchè il capitalismo, soprattutto in occidente nei famosi “trente gloireuses” – gli anni dal 1951 al 1981 – aveva dimostrato di saper controllare i meccanismi del ciclo economico, anche grazie all’intervento dello Stato, previsto dalla teoria keynesiana in funzione anticiclica. Per trent’anni l’Occidente ha vissuto un periodo di prosperità, anche a scapito dei popoli del sud del mondo, in cui salari-occupazione-crescita economica andavano a braccetto, e il compromesso socialdemocratico garantiva una relativa pace sociale. E’ in questa fase storica che si è formata e cristallizzata la categoria della crescita economica infinita e la religione del Pil. [...]

Quella che stiamo attraversando è una crisi inedita, nella storia del capitalismo. Dal 1987 ad oggi abbiamo avuto sette crisi finanziarie, ma nessuna di questa portata e con questi effetti. Questa crisi è anche profondamente diversa da quella del ’29. Non solo per le sue cause – un eccesso di indebitamento ed una crescita esponenziale di masse di dollari senza contropartite – ma anche per la sua dimensione: è la prima crisi nell’era della globalizzazione, che non risparmia nessuno. Le crisi precedenti, compresa la Grande Depressione degli anni trenta, avevano soprattutto colpito il mondo occidentale, con relativamente scarsi effetti sul resto del pianeta. Oggi, la crisi fa il giro del mondo come un qualunque virus in pochi mesi.

Questa crisi globale sta producendo [e produrrà] effetti inaspettati sul piano socio-politico. Chi si illude che la ripresa “sempre dietro l’angolo”, riporterà le cose a prima del 2007, si sbaglia di grosso. Quando l’economia-mondo avrà trovato un altro punto di equilibrio, sia pure temporaneo, il pianeta si sveglierà  con un quadro geopolitico molto diverso. Questo Marx, sia pure con parole diverse, l’aveva intuito: ogni crisi economico-finanziaria del capitalismo è una crisi di un determinato sistema di potere di classe e di territori.

In primis, la fine dell’egemonia del dollaro porterà alla costituzione di una moneta “neutra” di riserva internazionale, una Moneta Globale che sarà il frutto di una media ponderata delle più importanti valute [dollaro, euro, yen, yuan]. Questo cambiamento segna simbolicamente e concretamente la fine dell’impero a stelle e strisce che aveva dominato il XX secolo. La quota di ricchezza mondiale, in termini di produzione, si sposterà sempre più verso l’Asia [e in parte verso Africa e America Latina], che continuerà a crescere, sia pure a tassi meno sostenuti di quelli dell’ultimo decennio. L’Occidente, viceversa, dovrà confrontarsi con una lunga recessione-stagnazione, come quella che ha colpito il Giappone dopo la crisi finanziaria del ’90. [...]

Emblematico è il caso del nostro paese. Con un pil che quest’anno cadrà di circa il 6 per cento, con un rapporto debito/pil che si sta avvicinando al 120 percento, gli spazi di manovra del governo [di qualunque governo] diventano ogni giorno più stretti. Ciò significa che il 10 percento dei disoccupati non verrà riassorbito, che migliaia di fabbriche non riapriranno più, ma che l’impoverimento della maggioranza della popolazione diventerà una realtà molto visibile, insieme al crollo della mobilità sociale: da ascendente, nel periodo 1951-1985, a stagnante, nella fase 1985-2005, a brutalmente discendente oggi. Alla democrazia parlamentare, al capitalismo socialmente temperato, verrà a mancare il mastice che ne aveva garantito la durata. Gli esiti sono imprevedibili. E i primi segnali che cogliamo sono veramente allarmanti. La perdita di status sociale, oltre che la perdita del lavoro, genera in tutte le classi sociali atteggiamenti rancorosi, che spingono ad attaccare i più deboli, gli ultimi della società. La decrescita viene vissuta come espropriazione di un benessere che si pensava di avere acquisito una volta per tutte, e questo può spingere il nostro paese, e l’insieme dell’Occidente, verso derive neonaziste, sicuramente razziste, e comunque estremamente pericolose. La decrescita non subìta, ma metabolizzata in forme sociali e politiche diverse, può diventare un’occasione per costruire un’altra società, più giusta, meno alienata e più rispettosa della natura e della vita in tutte le sue forme. Ma perché ciò avvenga bisogna che cresca un’altra economia che dia risposte concrete alle persone che questo sistema tratta come rifiuti.[...]

Dall’articolo “Da Karl Marx alla crisi globale. E’ la fine di un epoca.” di Tonino Perna pubblicato alle pagine 12 e 13 di “Carta Almanacco” Anno XI nr. 28 del 31 luglio 2009

Un film: Fight Club (1999)

Alcune settimane fa ho avuto l’occasione di rivedere lo splendido film di David Fincher del 1999 che ha fra i suoi protagonisti Brad Pitt, Helena Bonham Carter ed Edward Norton. Rimane intatto il mio giudizio positivo sulla regia, sui tempi del film e sull’ottima recitazione dei protagonisti ma devo dire che soprattutto, a quasi 10 anni dalla sua uscita,  il film mantiene tutta la sua attualità nella critica alla nostra società capitalistica,  consumistica e alienante che tratta gli esseri umani soltanto come ingranaggi del meccanismo nasci-produci-compra-crepa dove coloro che non si adattano a questo modello sono considerati dalla nostra società come rifiuti o come pericolosi eversori terroristi.

Avete notato che negli ultimi tempi chi si oppone alle scelte del potere (dalla TAV, agli inceneritori e alle basi militari USA) viene bollato dai media come un pericoloso estremista anche se si tratta di un tranquillo pensionato centenario che vorrebbe trascorrere in santa pace i suoi ultimi giorni?

Logicamente il film rimane un film e la realtà è un po’ diversa e nel mio caso, mentre condivido al 100% l’analisi della nostra società, non condivido per niente la via di uscita proposta dalla pellicola ovvero la violenza e la lotta. Personalmente preferisco il “non acquisto”, la “decrescita felice”, il commercio equo e solidale e altre soluzioni meno spettacolari e allo stesso tempo incisive.  D’altra parte un film e un romanzo sono un’opera d’arte e di fantasia e devono perciò anche essere spettacolari e avvincenti e in questo senso la scelta della violenza individuale come risposta alla violenza del sistema capitalistico-industriale serve al film ed è perciò giustificata dalla storia.

Vi lascio ad alcune frasi tratte dalla pellicola che vi faranno capire il senso del film (logicamente non vi svelerò la trama).

Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

Siamo consumatori. Siamo sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste. La televisione con 500 canali. Il nome di un tizio sulle mie mutande. I farmaci per capelli. Il viagra. O le calorie.

La pubblicità ci mette nell’invidiabile posizione di desiderare auto e vestiti, ma soprattutto possiamo ammazzarci in lavori che odiamo per poterci comprare idiozie che non ci servono affatto…

È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa.

Sa perché mettono le maschere di ossigeno sull’ aereo?
Per poter respirare…
L’ ossigeno ti fa sballare. In un’ emergenza catastrofica uno fa grandi respiri di paura. A un tratto diventi euforico. Docile. Accetti il tuo destino.

Infilarti le penne nel culo non fa di te una gallina!

“Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste” detto da Brad Pitt è veramente esilarante!!!