Di corsa, controvoglia…

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Foto “New Running shoes” by aaipodpics – flickr

Dopo un 2013 passato tra fisioterapisti, ortopedici, radiografie, tecar e massaggi ho ricominciato a correre. Oddio, correre è una parola grossa… diciamo che dall’inizio dell’anno ho ricominciato ad allenarmi. A chi mi incontra per strada sembrerà di vedere un ciccione tipo Papà Pig che arranca con ritmi da lumaca, perlopiù sbuffando come una vecchia locomotiva a vapore. Comunque ho già perso 2 kg degli oltre 20 che dovrei smaltire per tornare al mio peso ideale, riesco a correre per oltre un’ora e ho un autonomia di circa 12 o 13 km a seduta, anche se la velocità è veramente da bradipo in letargo. Riguardando sul pc mi sono accorto che in Febbraio sono riuscito a macinare fino a 40km di corsa a settimana, anche se certi doloretti mi stanno avvisando di procedere gradualmente e non tirare troppo la corda… Comunque, preso da una botta di ottimismo, sono andato anche a comprare un paio di scarpe da corsa nuove e, visto che mi sono imbattuto in un’offerta strepitosa, ne ho prese due paia, uguali a quelle nella foto e di cui vi avevo parlato in questo post… Roba, che se continuo con questa lentezza, ho in ripostiglio le scarpe per correre fino al 2016…

Domenica scorsa i miei colleghi di ufficio mi hanno tirato dentro ad una gara non competitiva per beneficenza a favore di Libera. Non ho potuto dire di no e così sono rientrato per qualche ora nel mondo del podismo: quello fatto di gare, di squadre, di traguardi, di ristori, di sfottò. Un mondo  che a fine 2012 avevo abbandonato completamente per i miei problemi fisici. Dopo averci passato oltre 9 anni, aver partecipato a gare più o meno lunghe tutte le settimane, essermi allenato in compagnia di tante persone per 3 o 4 volte a settimana, ho mollato totalmente perchè andare alle gare e non poter correre era una sofferenza. Mi sentivo come un bambino diabetico che viene portato in pasticceria la Domenica mattina a vedere gli altri che si abbuffano di brioches, bigné, millefoglie…

Un anno completamente lontano dall’ambiente delle corse è stato molto istruttivo perchè mi ha consentito di distinguere gli amici veri da quelli che non lo erano… Nel momento dello sconforto c’è stato chi s’è fatto sentire, anche solo per chiedere come andava, in mille modi: per telefono, e-mail, per SMS, su Facebook . Alcuni si sono perfino offerti per accompagnarmi nei miei allenamenti da lumaca. Qualcun altro invece ha tirato diritto per la sua strada e in un anno non s’è fatto mai sentire per niente. Tranne Andrea, sulla cui amicizia avrei messo e metterei la mano sul fuoco, il resto degli “amici” è stato davvero una sorpresa… Chi conoscevo e frequentavo da meno tempo si è dimostrato molto più vicino di chi conoscevo da dieci anni. Persone con cui avevo meno confidenza si sono dimostrate più attente alle mie condizioni di chi, per trascorsi passati,  ruoli di gruppo o amicizia, avrei pensato che mi fosse più vicino. D’altra parte, nel mondo della corsa, ogni runner ha i suoi obiettivi: c’è chi vive il podismo come attività socializzante e quindi si ricorda di te e poi c’è chi ti dimentica in fretta, perché invece sta correndo veloce verso altri intere$$i…

Con questi sentimenti Domenica scorsa mi sono riaffacciato nel rutilante mondo delle garette… Farlo con i colleghi d’ufficio, con cui quotidianamente facciamo tutt’altre cose, è stato divertente e senza di loro non l’avrei fatto. Dalle prossime domeniche tornerò ai miei allenamenti solitari nella natura. Per ora,  di tornare nel circo colorato delle gare, non ho proprio voglia… di beccarmi nuove delusioni da amici vecchi, ancora meno…

Ciao Oretta…

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Foto “Angel Statue” by Sebastian Niedlich (Grabthar) – flickr

Oretta e Luciano li ho conosciuti una decina di anni fa, quando ho iniziato a fare podismo… Nonostante la differenza di età ci univa il fatto di gareggiare con la maglia della stessa squadra e di arrivare sempre nelle retrovie… All’epoca (in pratica come sarei adesso) ero molto sovrappeso, arrancavo e arrivavo sempre con gli ultimi, che di solito sono i novellini obesi, gli atleti maturi e quelli che, noncuranti dell’agonismo,  amano godersi i  percorsi panoramici in campagna… Insomma, un piccolo mondo, tenero e simpatico, in quell’universo più grande dell’atletica leggera…

Oretta e Luciano, così uniti nella vita, erano diversissimi nel podismo. Luciano partiva mezz’ora prima del via ufficiale, camminava, chiacchierava con tutti e spesso tagliava il traguardo con in mano qualcosa che trovava nel bosco, a seconda della stagione: un mazzo di asparagi selvatici al Corri alla Romola… dei fichi e dell’uva alle gare autunnali a Pontassieve…

Oretta invece no: lei era competitiva: senza voler essere offensivo, direi che  lei si sentiva competitiva a bestia! A volte le capitava di gareggiare in categoria unica con atlete molto più giovani di lei, oppure in gare strapaesane dove nella sua categoria erano solo in due o tre o addirittura si trovava da sola. In tutti i casi l’ho sempre vista tirare la gara al massimo dello sforzo, per onorare la maglia e perchè lo spirito era quello della combattente che doveva sempre tagliare il traguardo avendo dato tutto. Secondo me Oretta era “teneramente e ostinatamente competitiva”!

Alcuni anni fa, quando io avevo già cambiato squadra e correvo benino, ti trovai ad una gara a Bivigliano. Mi chiedesti, una volta tagliato il traguardo, di tornare indietro sul percorso per correre un po’ con te perchè temevi di perderti… Ricordo che anch’io avevo dato tutto ed ero stanchissimo… bevvi un bicchiere d’acqua, tornai a prenderti e facemmo insieme l’ultimo chilometro, dove sorpassammo una tua diretta avversaria… Ecco, io vorrei ricordarti così: competitiva e combattente come mi dicono che sei stata anche nella malattia. Purtroppo, come nelle corse, anche stavolta sono arrivato in ritardo… ho appreso della tua dipartita da facebook quando ormai non potevo più venire a salutarti…

Ti auguro di correre in cielo fra gli angeli e che ci siano anche delle salite, perchè altrimenti non c’è gusto. Manda a Luciano un po’ di consolazione perchè non si spengano il suo sorriso e la sua goliardia… E a me, se proprio ti avanza, mandami un briciolo della tua grinta e competitività, perchè tu non lo sai, ma da quando mi sono infortunato, io ho mollato, cavoli se ho mollato: hanno mollato le gambe e soprattutto la testa…

Ciao Oretta!

Quando persi un amico per colpa di questi spioni di americani…

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Foto “BrickArms Spy Carbine prototype” by Andrew Becraft – flickr

In questo periodo le pagine dei giornali sono piene di articoli dedicati allo scandalo del Datagate (qui uno de “Il fatto quotidiano”) con gli americani che ci stanno spiando tutti. Gli 007 Usa stanno leggendo la nostra posta, ascoltando le nostre telefonate e magari pure curiosando nei nostri blog… Mi immagino che ci ascoltino anche quando telefoniamo a casa per dire:  «Sto arrivando, …butta la pasta!»

Come informatico dovrei darvi consigli su come preservare la vostra privacy in rete, ma oggi come blogger voglio raccontarvi una storiella curiosa di come il cittadino medio americano vive questa raccolta mastodontica di dati che poi, secondo me, alla fine sono anche inservibili, perchè cercare un terrorista fra miliardi di e-mail e telefonate è come cercare un ago in un pagliaio…

Eravamo alla fine degli anni ’90 e conobbi in internet un mio coetaneo statunitense col quale nacque una simpatica amicizia: si chiamava Brian, era nato a New Orleans da genitori italo-americani e viveva a San Antonio, dove era sposato con un’infermiera di nome Cynthia. Brian aveva due figlie coetanee della mia, faceva il mio stesso lavoro di informatico e voleva rinfrescare il suo italiano… mentre io invece volevo tener vivo il mio inglese. Iniziammo a scriverci via e-mail, ogni tanto chattavamo e due o tre volte ci siamo scambiati pacchi di giornali, libri e gadgets italiani e statunitensi… (ho ancora in casa alcuni gadgets del Carnevale di New Orleans). Dopo alcuni anni Brian cambiò lavoro ed andò a fare il programmatore nell’aviazione militare statunitense: non era un militarista ma, semplicemente, alcuni anni in aviazione gli avrebbero garantito una pensione più alta e più veloce, rispetto a lavorare nel privato. Per un po’ di tempo continuammo a scriverci fino a quando lui mi chiese: «Scusa ma fra il tuo nome e cognome c’è un qualche suffisso?» E io: «Cosa vuoi dire, tipo il Mc che mettono gli scozzesi o il von dei tedeschi?» «Si, esatto». La domanda mi insospettì non poco e quindi gli chiesi: «Ma a che cosa ti serve?» e lui, genericamente: «Devo riempire un modulo…» La cosa si fece ancora più sospetta e così gli chiesi maggiori informazioni… «Faccio parte di un progetto dell’aviazione per le basi europee e devo riempire dei moduli sui miei familiari e sulle persone che conosco e frequento, soprattutto su quelle non residenti negli USA» Insomma, stavo per essere schedato dall’aviazione USA e, se non fosse stato per quel dubbio sul suffisso, forse non lo avrei mai saputo… Mi incazzai non poco, dissi a Brian che non volevo assolutamente essere schedato anche perchè la cosa mi sembrava palesemente assurda. Lui cadde dalle nuvole perchè non si aspettava una mia reazione di questo tipo e cominciò a dire: «Non ti preoccupare, sono fogli che finiranno in uno scatolone che sarà dimenticato in qualche angolo di qualche base aerea.» E io: «Proprio per questo non voglio finirci, chissà che fine faranno i miei dati e quelli della mia famiglia… Senti, fai così: riempi tutti i fogli tranne il mio e se poi ti fanno storie puoi dire che ti sei dimenticato o che in fondo mica ci conosciamo davvero, visto che non ci siamo mai incontrati di persona…». Insomma io cercavo di salvare l’amicizia e allo stesso tempo di non essere schedato. Lui invece aveva un atteggiamento ambiguo: da una parte capiva che la situazione era assurda, mentre dall’altra non vedeva così strana questa “schedatura”. Con un’idea un po’ da filmetto western, per lui essere schedato dai “buoni” era  quasi come un merito,  una specie di certificazione che attestasse di stare dalla parte di quelli “giusti”… Alla fine io chiesi di non essere schedato e lasciai a lui ogni decisone, perchè ne andava del suo lavoro… Dopo alcuni giorni mi arrivò una mail di risposta, in stile quasi burocratico: «Mi dispiace, ma visto che non vuoi che riempia il modulo riguardante tu e la tua famiglia, da oggi non ci riscriveremo più, almeno fino a quando non andrò in pensione. Scusami, ma lo devo fare per la mia nazione…» E così da allora non ho più sue notizie…

Ah… ‘sti ammericani….

Lettera di Fiona Apple ai fan in Sudamerica.

Un paio di sere fa, mentre andavo a riprendere mia figlia dalle sue prove di ballo, ho ascoltato su Controradio la lettera che la cantautrice americana Fiona Apple ha mandato ai suoi fan per annunciare l’annullamento del suo tour previsto in Sudamerica. L’ho ricercata su Internet e ve la posto integralmente da quanto è commuovente.

Sono le sei del pomeriggio e sto scrivendo a poche migliaia di amici che non ho ancora incontrato. Sto scrivendo per chiedere loro di cambiare i nostri piani e incontrarci un po’ più tardi. Il motivo è questo.

Ho un cane, Janet, è malata da quasi due anni a causa di un tumore latente nel suo petto, che è cresciuto lentamente. Ha quasi 14 anni. Ce l’ho da quando aveva quattro mesi. All’epoca avevo 21 anni, ero ufficialmente adulta, e lei era la mia bambina.

È un pitbull, è stata trovata a Echo Park con una corda al collo e morsi sulle orecchie e la faccia. Era usata nei combattimenti tra cani per dare fiducia agli avversari. Ha quasi 14 anni e non l’ho mai vista iniziare una lotta, mordere qualcuno o persino ringhiare, e posso capire perché è stata scelta per quel ruolo. È una pacifista.

Janet è stato il legame più duraturo della mia vita adulta, è un dato di fatto. Abbiamo vissuto in molte case e siamo entrate a far parte di alcune famiglie, ma in realtà siamo sempre state io e lei. Lei ha dormito nel mio letto, la sua testa sul mio cuscino, e ha accolto la mia faccia in lacrime isteriche sul suo petto, circondandomi con le zampe, ogni volta che il mio cuore si è spezzato, il mio spirito fiaccato o soltanto perso, e col passare del tempo sono diventata io la figlia, mentre mi addormentavo con il suo mento appoggiato sulla mia testa.

Stava sotto il pianoforte mentre scrivevo canzoni, abbaiava ogni volta che cercavo di registrare qualcosa ed è stata in studio con me tutto il tempo mentre registravamo l’ultimo disco. L’ultima volta che sono tornata dalla fine di un tour era vivace come sempre, è abituata a me che me ne vado per poche settimane ogni sei o sette anni.

Janet Ha il morbo di Addison: per lei viaggiare è pericoloso perché ha bisogno di iniezioni regolari di cortisolo, perché reagisce allo stress e all’eccitazione senza gli strumenti psicologici che trattengono molti di noi dall’andare letteralmente nel panico. Nonostante tutto questo, è spontaneamente gioiosa e giocherellona e ha smesso di comportarsi come un cucciolo soltanto tre anni fa.

È la mia migliore amica, mia madre, mia figlia, la mia benefattrice ed è lei che mi ha insegnato cos’è l’amore. Non posso venire in Sudamerica. Non adesso. Quando sono tornata dopo l’ultima parte del tour americano, è stato molto molto diverso. Non aveva neanche più voglia di camminare. Lo so che non è triste per la vecchiaia o la morte. Gli animali hanno l’istinto di sopravvivenza, ma non hanno il senso della mortalità e della vanità delle cose. Per questo sono molto più presenti delle persone.

Ma so che si sta avvicinando al punto in cui smetterà di essere un cane e diventerà, invece, parte del tutto. Sarà nel vento, nella terra, nella neve e dentro di me, in qualunque posto vada. Non posso lasciarla proprio adesso, cercate di capire. Se me ne vado di nuovo, ho paura che morirà e non avrò l’onore di cantare fino a farla addormentare, di accompagnarla mentre se ne va.

Qualche volta impiego venti minuti per scegliere quali calzini indossare a letto. Ma questa decisione è stata istantanea. Ci sono scelte che facciamo, che ci definiscono. Non sarò la donna che mette la sua carriera davanti all’amore e all’amicizia. Sono la donna che sta a casa e cucina per la sua amica più vecchia e cara. E la aiuta a stare bene, la conforta, la fa sentire al sicuro e importante.

Molti di noi temono la morte di una persona cara. È la triste verità della vita, che ci fa sentire impauriti e soli. Vorrei che potessimo anche apprezzare il tempo che c’è prima della fine del tempo. So che sentirò la più travolgente conoscenza di lei e della sua vita e del mio amore per lei, negli ultimi momenti. Ho bisogno di fare l’impossibile per trovarmi lì per questo. Perché sarà l’esperienza di vita più bella, intensa, arricchente che ho vissuto finora. Quando morirà.

Così resterò a casa e la ascolterò russare e respirare pesantemente, a godermi il respiro più puzzolente e più brutto che sia mai provenuto da un angelo.

Vi chiedo la vostra benedizione.

Ci vediamo,

Con affetto,

Fiona

traduzione del messaggio postato dalla cantante Fiona Apple su facebook e ridiffuso da vari siti internet.

Un augurio dalla Spagna per un Buon 2012…

Foto "sevilla's night" by -Dreamflow- - flickr

Foto "sevilla's night" by -Dreamflow- - flickr

Prima di aprire questo blog e di fare il podista, dedicavo una discreta parte del mio tempo libero allo studio delle lingue e al collezionismo di pins. L’unione di questi due hobbies mi ha portato a conoscere diversi amici in tutto il mondo. Uno di questi, Jorge Antonio,  mi ha inviato da Sevilla un bel messaggio di Auguri per l’Anno Nuovo che vorrei condividere con tutti voi…

BUON 2012 A TUTTI !!!

Sonríe. Si las cosas vienen mal, sonríe. Si la tormenta aprieta, sonríe. Si no me encuentras, sonríe y apareceré. La amistad es un tesoro que resiste a cualquier prima de riesgo y que los amigos nunca recortan. No olvides para 2012 que el truco es convivir y respetar ideas diferentes a las tuyas. No seamos hooligans de la razón y enriquécete de las opiniones de los demás. La solidaridad entre nosotros hará magia en un tiempo que han querido recortar nuestros hechizos. Imagina, comparte, crea, vive y sobre todo sonríe, recuerda que es nuestra contraseña. Yo estaré ahí, devolviéndote la sonrisa y levantando por ti mi copa.

Por un 2012 juntos.

SALUD!!!!

messaggio ricevuto via Facebook da Jorge Antonio – Sevilla – España

p.s. Se nel prossimo anno noterete una diminuzione di post nel blog… almeno sapete a quali altri passatempi mi sto dedicando…

Made in Cesvi.org: un regalo solidale on line.

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Natale: tempo di regali e di scambio di doni fra amici e parenti. E cosa c’è di più bello di un regalo che, nel momento in cui fa felice una persona che vi sta a cuore, offre calore e amicizia anche a qualcuno più lontano e sfortunato noi, magari all’altro capo del mondo?

E’ con questa idea che è nata da poco la piattaforma online www.madeincesvi.org, un sito di e-commerce di prodotti solidali organizzato dal Cesvi (Cooperazione E SVIluppo), l’organizzazione umanitaria bergamasca attiva da 25 anni e che opera in più di 30 paesi di Africa, Asia, America Latina, Balcani e Medio Oriente. I progetti portati avanti dal Cesvi si occupano di  infanzia, salute, sviluppo sostenibile, accesso alle risorse idriche e igiene ambientale, aiuti umanitari e imprese sociali. Solo nel 2009 sono state aiutate 2.721.583 persone attraverso 140 progetti di sviluppo in tutto il mondo.

Un regalo comprato su www.madeincesvi.org è uno dei tanti modi per finanziare i progetti del Cesvi: donate  ad un  amico un bonsai,  un calendario, una bottiglia di vino, un libro o una t-shirt e magicamente questi diventano cibo, acqua, istruzione, per tanti bambini a cui viene garantito un futuro migliore. E poi i regali non si esauriscono solo con le feste natalizie: www.madeincesvi.org ha tante idee carine e graziose anche per le vostre cerimonie: battesimi, matrimoni, comunioni, lauree, cresime, anniversari di matrimonio e compleanni… C’è sempre un’occasione per festeggiare e far felici tanti amici in tutto il mondo!

Un film: Il castello errante di Howl (2004)

Scenes from Howl's Moving Castle

foto "Scenes from Howl's Moving Castle" by 7_70 - flickr

Bellissimo, da vedere assolutamente, punto e a capo.

Mi verrebbe da scrivere solo questa riga per presentare questo splendido film di animazione del regista giapponese Hayao Miyazaki, ispirato dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones (che presto mi piacerebbe leggere).

Da che parte iniziare? Innanzitutto dall’animazione, dai colori e dalla cura dei particolari che rendono queste immagini come un caleidoscopico sogno ad occhi aperti! Bellissima anche l’ambientazione in questo strano paese che ricorda, con molta fantasia, le atmosfere ottocentesche del centro Europa.

Infine passiamo alla storia che è una favola e che come tutte le favole può essere “letta” su vari livelli, dai più semplici ai più impegnativi… Sophie è una ragazzina che lavora nella cappelleria di famiglia e che dopo aver incontrato Howl viene colpita da un incantesimo fattole da una strega invidiosa e viene trasformata in un’anziana novantenne. Questa “nonnina” intraprende allora un viaggio alla ricerca del mago Howl e del suo castello errante dove spera che possa essere sciolto il suo incantesimo… Da qui inizia un’avventura fatta di maghi, streghe, spiriti, incantesimi, guerre, maledizioni e intrighi… ma che  nel suo svolgersi parla soprattutto di bellezza, amicizia, amore, non violenza e  di altri nobili sentimenti…

Secondo voi  è troppo esagerato parlare di poesia, parlando di un film di animazione?

Un libro: “Il cacciatore di aquiloni”

Il cacciatore di aquiloni

foto "Il cacciatore di aquiloni" by carla.alleoni - flickr

Sono ormai più di trenta anni che l’Afghanistan è presente tutte le sere nei nostri telegiornali… Dall’invasione sovietica del 1978 (uno dei miei primi ricordi di questa vicenda fu il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca 1980)  questo popolo è vissuto in una perenne guerra dovuta prima ai sovietici, poi ai talebani e infine agli invasori occidentali che, con strumenti di guerra e morte, vorrebbero portare la pace in questa terra martoriata…

In tutti questi anni di cronache abbiamo avuto notizie di sparatorie, morti, bombe, attentati e così via, ma nessuno ci ha mai parlato degli afgani: di come vivono, delle loro storie, della loro cultura e delle loro tradizioni.  Per assurdo, abbiamo l’Afghanistan tutti i giorni in tv,  ma il popolo e la gente afgana rimangono sfumati,  sullo sfondo degli ormai quotidiani bollettini di guerra.

Khaled Hosseini, in questo bellissimo romanzo,  ci racconta gli afgani partendo dalla storia di due bambini nell’Afghanistan pre-sovietico del 1975 per poi seguire le tristi e drammatiche vite di questi ragazzi fino ad arrivare ai giorni nostri. Amir è un ragazzo afghano di etnia Pashtun, figlio Baba, un ricco uomo d’affari, mentre Hassan, suo coetaneo, è povero, analfabeta e di etnia Hazara. I due ragazzi crescono insieme perchè  Ali, padre di Hassan, presta servizio nella villa di Amir. I due amici sono molto bravi nelle battaglie di aquiloni che si tengono annualmente a Kabul, dove il vincitore deve abbattere tutti gli aquiloni avversari e recuperare l’ultimo aquilone caduto a terra.  La coppia è perfetta:  Amir è abile nel combattere con l’aquilone mentre Hassan è imbattibile nel recupero degli aquiloni caduti. Purtroppo quando arriva la tanto agognata vittoria della coppia, è Hassan che paga un prezzo troppo alto per recuperare l’aquilone abbattuto: viene violentato e Amir non ha il coraggio di difendere l’amico. Questo episodio segnerà per sempre la vita di Amir, anche dopo l’invasione  sovietica, quando i destini dei due ragazzi si separeranno: Amir fuggirà negli Stati Uniti, mentre Hassan resterà nell’inferno afgano.  Dopo decenni sarà una telefonata a richiamare Amir in Afghanistan per farlo tornare sulle tracce dell’amico d’infanzia…

Il libro è bellissimo, scorre velocemente e si legge tutto d’un fiato… Più di una sera ho fatto le ore piccole per sapere come andava a finire, perchè non riuscivo a staccarmi dalle pagine. La storia è drammatica ma allo stesso tempo commuovente e  toccante. Al termine della lettura, nonostante le emozioni forti e le vicende tristi, il romanzo si conclude con un flebile filo di speranza, che appare come un piccolo raggio di sole che si fa largo in un orizzonte di pressanti nubi nere.

Il libro può piacere o non piacere, ma alla fine  ha un suo effetto: apre uno squarcio su un paese lontano da noi e offre una visione dell’Afghanistan diversa da quella dei TG… Da leggere per capire (e far capire ) quanto possono essere difficili l’infanzia e l’adolescenza se non sei nato nel ricco Occidente…

La tristezza dell’amico con la scatola di cioccolatini.

"疑似" 金沙 的東西

foto "疑似" 金沙 的東西 by Liv,福 - flickr

Come alcuni lettori sanno, il mio lavoro è quello di informatico (alcuni consigli li ho messi anche su questo sito). Quando le persone o le associazioni che frequento scoprono che di lavoro faccio l’informatico hanno improvvisamente  tutti qualche problema da risolvere: devono rimuovere un virus, installare una periferica, gestire un sito… Inutile dire che dopo una giornata lavorativa trascorsa a fare queste stesse cose,  preferirei occupare il mio tempo libero facendo  qualcosa di molto differente, ma talvolta (quando soprattutto si tratta di  amici) è impossibile dire di no e così prendo tutto l’occorrente  e  molto volentieri cerco di dare una mano a chi me la chiede.

A onor del vero devo dire che in molti casi si tratta di problemi abbastanza semplici per il sottoscritto ma che angosciano e mettono in apprensione l’amico o l’associazione a cui do una mano, per cui il mio intervento in genere è banale, ma molto gradito. Mentre cerco di risolvere questi problemetti faccio 4 chiacchiere col mio interlocutore e tutto sommato passo qualche minuto / ora / serata piacevole, sapendo di aver fatto una buona azione…

Il mio scopo principale è dare una mano ad un amico e non chiedo mai niente  in cambio, anzi non mi interessa proprio ricevere niente in cambio. Lo faccio solo per fare un favore, nella speranza che il mio amico a sua volta faccia un analogo favore a qualcun altro (non necessariamente al sottoscritto) creando così un’onda di aiuti che si propaga nella società e che, prima o poi, in un modo o nell’altro, sono sicuro  ritornerà anche verso di me o verso la mia famiglia… Può sembrare utopico ma credo che aiutarsi gratuitamente  sia uno dei metodi più semplici e pratici per… cambiare il mondo.

Purtroppo la maggior parte delle persone è talmente inquadrata nelle logiche del mercato, del dare e avere, del comprare e vendere, del profitto, dell’interesse personale, dello sdebitarsi e così via che non concepisce le logiche dell’aiutarsi gratis e del non voler niente in cambio… Ecco così una serie di reazioni e di categorie di persone che ho incontrato in queste mie esperienze collaborative…

1. L’approfittatore…

L’approfittatore è colui che ha scoperto uno che lo può aiutare e che, senza remore, ti chiama in continuazione. Per lui devi essere sempre a disposizione, per lui è tutto dovuto e non ti ringrazia mai, ma soprattutto non segue mai i tuoi consigli. Lo togli da un casino, gli spieghi cosa fare per non ricaderci, ma lui il giorno dopo ha fatto di nuovo le stupidaggini da cui lo avevi messo in guardia e ti richiama nuovamente. In genere l’approfittatore  si ritiene un furbo che ha trovato un “pollo” da spennare… ci vai una volta, due, tre poi decidi che è un irrecuperabile senza speranza e lo abbandoni definitivamente al suo destino… E’ semplicemente una persona che non vede aldilà del proprio naso… cercherà un altro pollo, poi un altro e un altro ancora… fino a quando non crescerà o non batterà forte il muso nei suoi problemi… In fondo non è nemmeno il tipo peggiore… va solamente compatito o ignorato…

Esempio di approfittatore: a me e ad un’altra persona viene chiesto di occuparci gratuitamente del sito web di un gruppo di persone… Montiamo un sito professionale, diamo le password al responsabile e pensiamo di aver finito il lavoro. In realtà ci viene chiesto anche di gestirlo, per cui passiamo un anno ad inserire articoli, foto, eventi, appuntamenti etc… per ritrovarci alla fine con un pugno di mosche in mano… Sapete perchè? Perchè il nostro “approfittatore”, nonostante le nostre pressanti richieste e inviti, è così maldestro che  si dimentica di pagare il rinnovo del sito… morale della favola la ditta di hosting (giustamente) non ricevendo il pagamento dell’abbonamento, cancella tutto il sito internet…

2. Lo sdebitatore maldestro.

Quello che chiamo lo “sdebitatore maldestro” è un amico che ti chiama, apprezza il tuo lavoro, ti ringrazia ma si sente in obbligo di ricompensarti in qualche modo… come si dice dalle mie parti si deve “sdebitare”.  Purtroppo nella maggior parte dei casi si sdebita in un modo talmente triste e umiliante da diventare imbarazzante… Tu gli dedichi una o più ore del tuo tempo libero, delle tue conoscenze e della tua passione e lui cosa fa? Va in un supermercato, in meno di due minuti compra una scatola di cioccolatini e te la rigira come forma di “sdebitamento”. Trovo che si tratti di una cosa tristissima e alquanto umiliante… Di solito con una scusa (tipo “sono a dieta”) declino l’offerta e invito gentilmente l’amico a mangiarsi i cioccolatini alla mia salute.

Caro amico, per il mio aiuto  io non voglio niente in cambio, ma se proprio mi vuoi ricambiare in qualche modo, fallo con qualcosa di “tuo”, di fatto con le tue mani, dedicami anche tu un’ora del tuo tempo… Non te la puoi sbrigare in 2 minuti con una squallida  ed impersonale scatola di cioccolatini… Sarebbe stata molto meglio una crostata (anche sbruciacchiata) fatta da te oppure un vasino con una pianticella (anche morente e giallognola), ma frutto del tuo pollice verde…

Esempio di sdebitatore maldestro: vado da un amico e gli ripulisco un portatile in condizioni disastrose, gli installo una serie di software opensource che gli consentono di risparmiare un sacco di soldi in licenze e di avere un computer in regola con la “legge”. Alla fine il portatile è di nuovo fiammante… In cambio l’amico si presenta il giorno dopo con la solita confezione di cioccolatini… Peccato che, quando gli riparavo il pc, lui avesse sulla scrivania  una pila di libretti che aveva scritto narrando le sue gesta sportive… Non era più elegante darmi uno dei tuoi libretti, con magari anche una piccola dedica?

Conclusioni: l’amico che vorrei

  • non si vergogna a chiamarmi (anche ripetutamente) se ha un problema, però sa pazientare se per motivi personali non posso arrivare subito e risolvere tutto in fretta.
  • quando gli riparo un pc o gli faccio qualche altro lavoretto, si interessa al mio intervento, scambia 4 chiacchiere con me e soprattutto segue i consigli che gli lascio a fine operazione…
  • capisce che il lavoro che ho fatto non è solo rimuovere un virus ma dedicargli serenamente una o più ore del mio tempo libero, in virtù della nostra amicizia.
  • capisce che non voglio niente in cambio, ma che lui potrebbe fare qualcosa di analogo per qualcun altro: un’ora di volontariato in un’associazione, dare una mano alla vecchietta del piano di sotto, aiutare con i compiti il figlio del vicino. Alla fine questo gesto mi ripagherebbe più di ogni ricompensa…
  • se proprio vuole sdebitarsi con la mia persona, mi ringrazia con un oggetto che testimonia che anche lui mi ha dedicato  un’ora della sua vita: una zucchina del suo orto, un piccolo oggetto artigianale  fabbricato da lui stesso, una fetta di torta fatta in casa da lui.
  • se proprio deve presentarsi con la triste e umiliante scatola di cioccolatini, che almeno si vergogni un po’…

Piccola storia (vera) di Natale.

Book Christmas Tree

foto "Book Christmas Tree" by quiltingmick / michelle - flickr

In questi giorni di festa accendiamo la tv e troviamo film con storie dedicate al Natale, tenere, commuoventi e (talvolta) piene di melassa. Quest’anno, proprio la Vigilia di Natale, ho appreso una storia vera molto commuovente che si è svolta in classe di mia figlia e che vorrei condividere con tutti voi. Logicamente i nomi sono stati sostituiti con nomi di fantasia ma giuro che la storia è realmente vera…

Firenze, ultimo giorno di scuola prima delle vacanze natalizie in una classe seconda di una scuola superiore; la professoressa di italiano sta dettando i compiti per le vacanze e tutti gli studenti prendono nota, pregando che l’insegnante finisca presto e che la lista delle lezioni sia la più corta possibile. Chiara alza la mano e tra il brusio dei compagni chiede: «Scusi professoressa, ma  non ci dà un libro  da leggere durante queste vacanze di Natale?» I compagni borbottano e protestano con Chiara dicendo: «Potevi stare zitta!», mentre la docente è presa alla sprovvista perché al libro non ci aveva pensato e su due piedi non sa cosa consigliare. Chiara riprende la parola e candidamente confida: «Sa professoressa, se lei non ci obbliga a leggere qualcosa, i miei genitori non mi comprano mai nessun libro.»

L’affermazione è stata sconvolgente e disarmante allo stesso tempo. Ne abbiamo parlato in famiglia con mia figlia e ci siamo chiesti se si tratta di miseria economica (mancanza di soldi) oppure, quasi sicuramente,  di miseria culturale. Magari in casa di Chiara considerano la lettura come una perdita di tempo e i romanzi  e i libri in genere come una spesa inutile.

Non conosciamo la famiglia e non sta a noi giudicare, però mia figlia, che aveva comprato a Chiara un regalino di Natale (un accessorio moda)  è uscita di casa in fretta, è corsa in libreria e ha fatto appena in tempo a comprare un bel romanzo per Chiara!