Pasqua a New York.

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Foto “neon cross” by sashamd – flickr

Cercavo un  testo da pubblicare in questo Venerdì Santo. Un testo che non fosse ne’ banale ne’ buonista… Mi sono imbattuto in questa poesia scritta nel 1912 dal poeta svizzero-francese Blaise Cendrars. E’ un po’ lunga ma è molto toccante. Buona lettura e Buona Pasqua!   …comunque se, fra i vari impegni ce la faccio, tornerò a farvi gli Auguri anche Domenica prossima.

Pasqua a New York

Oggi è il giorno del tuo Nome, Signore,
Ho letto in un vecchio libro le gesta della tua Passione,

E la tua angoscia e i tuoi travagli e le tue buone parole
Sono le lacrime di quel libro, dolcemente monotone.

Un monaco di un altro tempo mi parla della tua morte.
Tracciava la tua storia con lettere d’oro

In un messale posato sulle ginocchia.
Piamente lavorava ispirandosi a Te.

Seduto con la sua veste bianca, dietro l’altare,
Lentamente lavorava dal lunedì alla domenica.

Le ore si fermavano al limitare del suo eremo.
Chinato sulla tua immagine, lui si dimenticava di tutto.

A vespro, quando salmodiavano le campane,
Il buon frate non sapeva se era il suo amore

O se era il Tuo, Signore, o il Padre tuo
A bussare a gran colpi alle porte del monastero.

Sono come quel buon monaco, stasera, mi sento inquieto.
Nella stanza accanto, un essere triste e muto

Aspetta dietro la porta, aspetta che io lo chiami!
Sei Tu, è Dio, sono io – è l’Eterno.

Non Ti ho conosciuto allora – e neppure adesso.
Non ho mai pregato quando ero un bambino.

Ma stasera Ti penso con terrore.
La mia anima è una vedova in lutto ai piedi della tua Croce;
La mia anima è una vedova in nero – è tua Madre
Senza pianto e senza speranza, come l’ha dipinta Carrière.

Conosco tutti i tuoi quadri appesi nei musei;
Ma Tu stasera cammini, Signore, al mio fianco.

Scendo a gran passi verso i quartieri più miseri,
La schiena curva, il cuore teso, lo spirito febbrile.
Il tuo costato aperto è come un sole immenso
E le tue mani attorno palpitano di scintille.

I vetri delle case sono invasi di sangue
E, dietro, le donne sono fiori di sangue,
Strani fiori del male, avvizziti, orchidee,
Calici capovolti aperti sulle tue tre piaghe.

Il tuo sangue raccolto, non l’hanno mai bevuto.
Hanno labbra dipinte e sottovesti di pizzo.
I fiori della Passione sono bianchi, come ceri,
Sono i fiori più dolci nel Giardino della Vergine.

È a quest’ ora, Signore, è verso l’ora nona,
Che la tua Testa ricadde sul tuo Cuore.

Sono seduto in riva all’oceano
E mi ripeto un cantico tedesco,
Dove si dice con parole dolcissime, assai semplici e pure,
La bellezza del tuo Volto nella tortura.

In una chiesa, a Siena, in una cripta,
Ho visto lo stesso Volto, sul muro, dietro una tenda.
E in un romitaggio, a Burrie- Wladislasz,
E’ sbalzato a oro in un reliquiario.

Delle gemme opache sono al posto degli occhi
E dei contadini baciano inginocchiati i Tuoi occhi.

È impresso sul velo della Veronica
Perciò la Veronica è la Tua santa.

E’ la reliquia più efficace che si porti in giro nei campi,
Guarisce tutti i malati, tutti i malvagi.
Fa mille e mille altri miracoli,
Ma non ho mai assistito a queste scene.

Forse mi manca la fede, Signore, mi manca la bontà
Per vedere tale irradiare della tua Bellezza.

Eppure, Signore, ho compiuto un periglioso viaggio
Per contemplare in un berillo il rilievo della tua effigie.

Fa, Signore, che il mio volto premuto nelle due mani
Vi lasci cadere la maschera d’angoscia che mi serra.

Signore, fa che le mie due mani posate sulla bocca
Non conoscano la schiuma di una disperazione crudele.

Sono triste e ammalato. Forse per causa Tua,
Forse per causa di un altro. Forse per causa Tua.

Signore, la folla dei poveri per cui facesti il Sacrificio,
È qui, stipata come bestiame, negli ospizi.
Immense navi nere arrivano dagli orizzonti
E li sbarcano, a mucchi, sui pantani.

Vi sono Italiani, Greci, Spagnoli,
Russi, Bulgari, Mongoli, Persiani.
Sono bestie da circo che saltano i meridiani.
Si getta loro un pezzo di carne nera, come ai cani.

È tutta la loro felicità questo cibo immondo.
Signore, pietà per i popoli che soffrono.

ei ghetti, Signore, brulica la turba degli Ebrei
Vengono dalla Polonia e sono tutti rifugiati.

Certo che lo so,ti hanno processato;
Ma credimi non sono del tutto malvagi.

Stanno nelle loro botteghe sotto lampade di ottone,
Vendono abiti vecchi, libri usati, armi.

A Rembrandt piaceva dipingerli nelle loro zimarre.
lo, stasera, ho contrattato un microscopio.

Ahimè! Signore, T’u non ci sarai più, dopo Pasqua
Signore, pietà per gli Ebrei delle baracche.

Le umili donne, ignare, che ti accompagnarono al Golgota,
Stanno nascoste. In fondo ai tuguri, su immondi sofà,

Sono bruttate dalla miseria degli uomini.
Dei cani hanno rosicchiato le loro ossa, e nel rum

Nascondono il vizio incallito che va perdendo le squame.
Quando una di queste donne mi parla, Signore, io sto male.

Vorrei essere Te per amare le prostitute.
Pietà, Signore, per le povere prostitute.

Signore, sono nel quartiere dei bravi ladri,
Dei vagabondi, dei mendicanti, dei ricettatori.
Penso ai due ladroni che erano con te al Supplizio,
So che ti degni sorridere della loro miseria.

Signore, uno vorrebbe una corda con un nodo in cima,
Ma non è gratis, la corda, costa venti soldi.
Ragionava come un filosofo, quel vecchio bandito.
Gli ho dato un po’ d’oppio perché vada più svelto in paradiso.

Penso anche ai suonatori di strada,
Al violinista cieco, al monco che suona l’organetto,
A quella che canta col cappello di paglia a rose di carta;
So che sono loro che cantano nell’eternità.

Dà loro l’elemosina, Signore, non solo la luce dei fanali a gas,
Signore, fa loro la carità di un po’ di soldi in questa vita.

Quando moristi, Signore, la cortina si lacerò,
Ciò che si vide dietro, nessuno l’ha detto.

La strada è come una piaga nella notte,
Tutta oro e sangue, fuoco e immondizie.

Quelli che avevi cacciati dal tempio con la tua frusta,
Sferzano i passanti con una manciata di misfatti.

La Stella che sparì allora dal tabernacolo,
Brucia sui muri nella luce cruda degli spettacoli.

Signore, la Banca illuminata è come una cassaforte,
Dove,si è coagulato il Sangue della tua morte.

Le strade si fanno deserte, divengono più nere.
lo vacillo come un ubriaco sui marciapiedi.
Ho paura dei grandi lembi d’ombra che proiettano le case.
Ho paura. Qualcuno mi segue. Non ho il coraggio di voltarmi.

Un passo zoppicante saltella sempre più vicino.
Ho paura. Ho il capogiro. Mi fermo apposta.
Uno spaventoso mariolo mi ha lanciato un’occhiata
Acuta, poi è passato, sinistro, come un pugnale.

Signore, non è mutato nulla da quando non sei più Re.
Il Male si è fabbricato una gruccia con la tua Croce.

Scendo i gradini consunti di un caffè
Eccomi seduto dinanzi a un bicchiere di tè.

‘È Un locale di Cinesi, sorridono con la schiena,
Per questo si chinano, pieni di moine come macachi.

Il locale è piccolo, con un intonaco rosso,
E curiose fotografie dentro cornici di bambù.

Ho-Kousai ha dipinto i cento profili di una montagna,
Come sarebbe il tuo Volto dipinto da un Cinese?..

Quest’ultima idea, Signore, mi ha in principio fatto sorridere.
Ti vedevo di scorcio nel tuo martirio.

Ma tuttavia il pittore avrebbe dipinto il tuo, tormento
Con più crudeltà dei nostri pittori Occidentali.

Lame ondulate avrebbero segato le tue carni,
Pettini e pinze avrebbero striato i tuoi tendini,

Ti avrebbero fatto passare il collo in una gogna,
Ti avrebbero strappato le unghie e i denti,

Immensi dragoni neri si sarebbero gettati su di Te,
E ti avrebbero soffiato le loro fiamme nel collo,

Ti avrebbero strappato la lingua e gli occhi,
Ti avrebbero impalato su di una pertica.

Così, Signore, avresti sofferto ogni infamia,
Poiché non esiste posizione più crudele.
Poi, ti avrebbero gettato ai porci
Che ti avrebbero divorato il ventre e le viscere.

Adesso sono solo, gli altri sono usciti,
Mi sono disteso su un banco lungo il muro.
Avrei voluto entrare, Signore, in una chiesa;
Ma non esistono campane, Signore, in questa città.

Penso alle campane silenziose: – ma dove sono le antiche campane?
Dove sono le litanie e le dolcissime antifone?
Dove sono i lunghi uffizi e dove i bei cantici?
Dove sono le liturgie e dove le musiche?

Dove sono i tuoi fieri prelati, Signore, dove le tue religiose?
Dove il camice bianco, l’amitto dei Santi e delle Sante?

La gioia del Paradiso scompare nella polvere,
I mistici fuochi non rosseggiano più sulle vetrate

L’alba tarda a venire, e nello stretto tugurio
Delle ombre crocefisse agonizzano alle pareti.
È come un Golgota notturno in uno specchio
Dove lo si veda rossastro tremolare sul nero.

Sotto la lampada il fumo sembra un panno stinto
Che si avvolge attorcigliato attorno ai tuoi fianchi.
Al di sopra è sospesa la lampada fioca
Come la tua Testa, è triste esangue morta.

Degli strani riflessi palpitano ai vetri…
Ho paura, – e sono triste, Signore, d’essere così triste.

«Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»
- Tremare la luce, umile nel mattino.
«Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»
- Palpitare come mani biancori smarriti.

«Dic nobis, Maria, quid vidisti in via? »
- Trasalirmi nel seno il presagio di primavera.

Signore, l’alba è scivolata fredda come un sudario
E ha messo a nudo nell’aria i grattacieli.

Già un rumore immenso risuona sulla città.
Già balzano i treni, rombano e passano.
La metropolitana corre e rimbomba sottoterra.
I ponti vibrano al passare dei treni.

La città trema. Grida, fuoco, fumo,
Urlano rauche le sirene a vapore.
Una folla sudata per la febbre dell’oro
Si pigia e sprofonda in lunghi corridoi.

Offuscato, nell’intrico dei tetti fumanti,
Il sole, è il tuo Volto lordato dagli sputi.

Signore, rincaso stanco, solo, estremamente depresso…
La mia camera è spoglia come una tomba…
Signore, sono solo e ho la febbre…
Il mio letto è gelato come una bara…

Signore, chiudo gli occhi e batto i denti…
Sono troppo solo. Ho freddo. Ti chiamo…

Centomila trottole vorticano davanti ai miei occhi…
No, centomila donne… No, centomila violoncelli…

Penso, Signore, alle mie ore infelici…
Penso, Signore, alle mie ore per le strade…
Non penso più a Te. Non penso più a Te.

Blaise Cendrars, New York, aprile 1912

Buon Natale!

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Foto “presepe ai Cappuccini” by elisabetta2005 – flickr

Con questo post vorrei augurare un Sereno Natale a tutti i miei lettori e alle loro famiglie: quelli assidui e anche quelli che, per puro caso, si imbatteranno per la prima volta in questo blog.

Per una riflessione sul senso del Natale vi lascio con la trascrizione dell’omelia fatta nella messa di Mezzanotte del Natale 2012 dal futuro papa Jorge Bergoglio.

Qui c’è il testo in spagnolo, più in basso mi sono avventurato nella traduzione in italiano (scusate per qualche eventuale errore…ho cercato di fare del mio meglio).

Desgrabación de la homilía de cardenal Jorge Mario Bergoglio SJ, arzobispo de Buenos Aires, en la misa de Nochebuena (24 de diciembre de 2012)

En el anuncio del ángel le da a los pastores la contraseña para encontrar a este chico: “esto le servirá de señal, encontrarán a un niño, recién nacido, envuelto en pañales y recostado en un pesebre.” La sencillez, lo simple, lo evidente por sí mismo, ésa es la señal, y todo el relato de este pasaje del Evangelio tiene este ritmo de serenidad, de sencillez, de pacificación, este ritmo de mansedumbre; qué cosa con más mansedumbre que un chico recién nacido y recostado allí, en esa cuna, estaba muy cómodo, con buen pastito, era un buen colchón, ahí estaba, con serenidad y mansedumbre y llamando a esa actitud.

Es lo que vale y todos aquellos que son convocados, son convocados a esto: a participar de la paz que se entona en el cántico evangélico, a participar de la unidad y a participar de la mansedumbre, porque este chico después cuando se hizo hombre y predicaba le dirá a la gente: “Aprendan de mí que soy manso y humilde de corazón”. Un mensaje que después de veinte siglos sigue teniendo vigencia ante la petulancia, la prepotencia, la suficiencia, la agresión, el insulto, la crispación, la guerra, la desinformación que desorienta, la difamación y la calumnia. La mansedumbre y la unidad… es todo una coherencia que nace desde aquí, desde este primer signo. “Esto les servirá de señal”, esa es la contraseña que se nos viene a enseñar.

Otra cosa que llama la atención es que los que son convocados son aquellos que están en cierta marginalidad de la existencia. Los pastores que eran una barra difícil de aquella época, casi se podría decir una mafia, y todo el mundo les tenía miedo, no dejaban las cosas a mano de ellos porque tenían mala fama; no son los pastorcitos de película con la ovejita, estos se las traían, y ellos son invitados a la mansedumbre, son invitados a la unidad.

También unos intelectuales de Oriente, honestos y coherentes, son invitados y caminan desde lejos, desde muy lejos hasta llegar. Este niño, un poco más adelante, cuando predique, va a decir: “Vengan a mí todos los que están agobiados y afligidos, Yo los voy a aliviar”.

Desde el principio de su predicación va a invitar a aquellos que se sienten marginados. Pero la gran trampa que nos hará la propia suficiencia será llevarnos a creer que somos algo por nosotros mismos, la trampa de no sentir la propia marginalidad. Si no nos sentimos marginados desde nosotros mismos no somos invitados.

Este chico, después cuando sea grande, va a contar un cuento que dice que aquellos que se la creyeron y se dieron el lujo de rechazar la invitación a las bodas fueron después ignorados y la fiesta fue colmada por hombres y mujeres buscados y encontrados en los cruces de los caminos.

Éste es el signo, ésta es la contraseña, ésta es la señal: un chico recién nacido acostado en un pesebre que convoca a todo aquel que está marginado. Y nadie puede decir que no está marginado. Abrí tu corazón, mirá adentro y preguntate: ¿en qué estoy marginado yo, en qué me automarginé del amor, de la concordia, de la colaboración mutua, de la solidaridad, de sentirme un ser social?

Él nos convoca a la mansedumbre, a la paz, a la solidaridad, a la armonía; por eso a esta noche se la llama la noche de la armonía, la noche de la paz, la noche del amor.

Junto al pesebre, hacé dos cosas: primero, sentite invitado a la belleza de la humildad, de la mansedumbre, de la sencillez; segundo, buscá en tu corazón en qué punto estás en out side, en qué estás marginado y dejá que Jesús te convoque desde esa carencia tuya, desde ese límite tuyo, desde ese egoísmo tuyo. Dejate acariciar por Dios, y vas a entender más lo que es la sencillez, la mansedumbre y la unidad.

Card. Jorge M. Bergoglio SJ, arzobispo de Buenos Aires

 Traduzione:

Trascrizione dell’omelia del cardinale Jorge Mario Bergoglio sj, Arcivescovo di Buenos Aires, Messa della vigilia di Natale (24 dicembre 2012)

L’annuncio che l’angelo dà ai pastori è il contrassegno per trovare questo bambino : “Questo sarà un segno, troverete un bambino, appena nato, avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. La sincerità, la semplicità, l’evidenza per se stessa, questo è il segnale che tutta la narrazione di questo brano evangelico tiene questo ritmo di serenità, di semplicità, di pacificazione: questo tasso di mitezza. Cosa c’è di più mite e dolce di un neonato, sdraiato in quella culla, che stava comodo, con della buona erba che gli faceva da buon materasso ed era lì, con serenità e dolcezza e chiamando tutti a questo atteggiamento.

A questo atteggiamento sono inviati tutti coloro che sono chiamati: per partecipare alla pace che viene cantata nel brano evangelico, a partecipare all’unità e alla mitezza, perché questo bambino dopo, quando sarà diventato uomo, dirà la gente: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Un messaggio che, dopo venti secoli è ancora rilevante per la petulanza, l’arroganza, la sufficienza, l’aggressività, gli insulti, la tensione, la guerra, la disinformazione disorientante, la calunnia e la diffamazione. La mitezza e l’unità … la coerenza è tutto ciò che viene da qui, da questo primo segno. ” Questo sarà un segno ” che è il contrassegno che ci è venuto a insegnare .

Un’altra cosa che spicca è che coloro che sono chiamati sono coloro che stanno ai margini dell’esistenza. Pastori che erano una combriccola del tempo, si potrebbe quasi dire una mafia, e tutti avevano paura, non avrebbero lasciato niente in mano ai pastori perché erano considerati infami: non i pastorelli dei film con le pecore, ma traditori, che sono invitati alla mitezza e all’unità.

Anche alcuni intellettuali dell’Est, onesti e coerenti, sono stati invitati e han camminato a piedi da molto lontano per arrivare. Questo bambino, un po ‘più tardi, quando predicherà , dirà : “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.”

Fin dall’inizio della sua predicazione inviterà coloro che si sentono emarginati. Ma la grande trappola è la nostra autosufficienza che ci porta a credere che siamo tutto per noi stessi, la trappola di non riconoscere la nostra marginalità. Se non ci sentiamo emarginati non siamo invitati.

Questo bambino, poi quando sarà grande, racconterà una storia che dice che coloro che si sono presi il lusso di rifiutare l’invito al matrimonio, sono stati poi ignorati e il loro posto alla festa è stato riempito da uomini e donne cercati e trovati agli incroci delle strade.

Questo è il segno, questa è la parola d’ordine: un neonato che giace in una mangiatoia che chiama chi è emarginato. E nessuno può dire che non è emarginato. Aprite il vostro cuore e chiedetevi: in cosa mi sto emarginando? Mi sto autoemarginando dall’amore, dall’armonia, dalla cooperazione reciproca, dalla solidarietà, dal sentirmi un essere sociale ?

Egli ci chiama alla mitezza, alla pace, alla solidarietà, all’armonia, così che stasera è chiamata la notte dell’armonia, della pace, la notte d’amore .

Accanto al presepe, fai due cose. Primo, sentiti invitato alla bellezza dell’umiltà, della mitezza, della semplicità. Secondo: cerca nel tuo cuore il pezzo che è outside, il pezzo che è emarginato e lascia che Gesù ti chiami da queste tue carenze, limiti da cui origina l’egoismo. Lasciatevi accarezzare da Dio, e capirete di più ciò che sono la semplicità, l’umiltà e unità.

Jorge M. Bergoglio SJ, Arcivescovo di Buenos Aires 24 Dicembre 2012

Trova le 7 differenze…

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Foto ricevuta da un amico spagnolo via Internet

Un amico spagnolo mi ha mandato questa foto trovata su internet con questo giochino sullo stile della settimana enigmistica… Ho fatto una traduzione del suo messaggio…. Trovate le 7 differenze fra il papa tedesco e il papa argentino…

Il papa argentino…

  1. …ha cambiato il trono dorato con una più semplice sedia in legno, oggetto più appropriato per un discepolo di un falegname.
  2. …ha rinunciato alla stola rossa bordata in oro, eredità dell’impero romano e anche alla mozzetta rossa bordata di ermellino (con somma gioia per i poveri ermellini…)
  3. …usa le stesse scarpe nere vecchie di un tempo e non ha chiesto le scarpe rosse fatte a mano
  4. …usa la stessa croce di metallo che aveva da vescovo, senza rubini, diamanti e simili…
  5. …usa un anello papale in argento e non in oro.
  6. …porta sotto alla sottana bianca i pantaloni neri di sempre, per ricordarsi che prima di essere papa è ancora un sacerdote.
  7. Trovata l’ultima differenza? Ha fatto togliere il tappeto rosso per far vedere che non gli interessano gli onori e la fama.

Una cosa che non manca a questo papa è la coerenza con gli ideali evangelici… Dovremo imparare tutti da papa Francesco e magari dovrebbero farlo anche i nostri politici..

Tutta l’omelia di Papa Francesco a Lampedusa.

Sulla visita di papa Francesco a Lampedusa ho già scritto a caldo nel post dello scorso 8 Luglio “Migrante fra i migranti…” . Sulle reazioni dei nostri politici, che sono stati la principale causa dei 20.000 morti che giacciono in fondo al Mediterraneo, non vale nemmeno la pena di sprecare fiato… tanto ormai lo sappiamo che la loro bramosia di potere e di denaro ha cancellato e cancella ogni residuo di umanità dalle loro coscienze e dal loro operato… Basta vedere come votano tutti compatti a favore di quegli strumenti di morte che sono gli F35…

Rimane invece alto il grido di Papa Francesco e perciò ho cercato il video di tutta l’omelia. Andrebbe rivisto e riascoltato almeno una volta a settimana, per evitare che le nostre coscienze si riaddormentino nell’indifferenza.

Migrante fra i migranti…

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Foto “Relatório sobre as tendências de solicitantes de refúgio 2011″ by UNHCR/ACNUR Américas

Stamani papa Francesco è stato a Lampedusa in quello che è il suo primo viaggio ufficiale come Pontefice. Avrebbe potuto andare ovunque nel mondo: nella sua Argentina o in qualsiasi altra capitale straniera, dove sarebbe stato ricevuto da potenti capi di Stato.  Invece ha voluto dare un segno: è andato ad incontrare i migranti, in quell’isola che è la porta dell’Europa e ha voluto rendere omaggio ai 20.000 esseri umani  che, secondo alcune stime, giacciono sepolti in fondo al mare, uccisi dalla nostra indifferenza e da quei respingimenti di cui la Storia farà vergognare i nostri politici del recente passato e del presente.

Figlio di migranti che  nel 1928 partirono dal Piemonte alla volta dell’Argentina, il Papa ha voluto incontrare altri migranti che oggi dall’Africa sbarcano su quelle rive che non sono altro che le rive della nostra coscienza: di cittadini italiani, di europei, di esseri umani e (per chi lo è) anche di credenti…

Il messaggio di oggi di Papa Francesco  è come una sveglia che suona e che ci chiama al cambiamento: a noi cittadini spetta di accogliere e guardare con occhi e sentimenti diversi i migranti. Ai nostri politici spetta di chiudere definitivamente col passato, coi Centri di identificazione ed espulsione, coi respingimenti e con quei partiti politici che li hanno voluti e approvati.

Prima ancora che il Papa, ce lo chiede la Storia… Non sarebbe l’ora di abolire la legge Bossi-Fini? E anche di dare la cittadinanza ai figli dei migranti che nascono in Italia e che, fin dall’asilo, sono compagni di scuola dei nostri bambini?

Operazione di facciata.

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Foto “Paint” by Sam Agnew – Flickr

Papa Francesco predica il rinnovamento e la pulizia nella Chiesa (quella con la “C” maiuscola)… Il mio parroco l’ha davvero preso in parola! Ha appena fatto rimbiancare la facciata della chiesa (quella con la “c” minuscola”) che da un paio di giorni non è più bianca ma di un tenero giallo-crema!

Temo che purtroppo non sia proprio quello che intendeva Papa Francesco…

Ciao Don Gallo…

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Foto “Tanto di cappello” by Elena Torre – flickr

Ci sono pittori così geniali che con due righe di matita, invece di fare uno scarabocchio, creano un’opera d’arte. Penso che Roberto Benigni sia un pittore della lingua italiana e l’altro giorno, al funerale di Carlo Monni (qui il mio post), l’ha dimostrato facendo il ritratto dell’amico attore con due sole parole: “era un francescano marxista”. Credo che questa definizione sarebbe piaciuta parecchio anche a Don Gallo, uno che come San Francesco è rimasto nella Chiesa ma sempre in posizione ostinata e contraria.

Su Don Gallo hanno scritto e scriveranno in tanti: io mi limito a fare il copia incolla di un articolo pubblicato dalla Gazzetta di Mantova in occasione dell’intervento di Don Gallo al Festival della Letteratura del 2011.

Il manifesto del prete da marciapiede «Disubbidite, l’Italia sta affondando»

[...] Nell’aria c’è profumo di Festivaletteratura, erba tagliata e chiacchiere che si rincorrono sotto il tendone. Parla don Gallo e si zittiscono tutti. Parla don Gallo e viene spontaneo pensare che così dovrebbe essere un prete. Dalla parte degli ultimi e dei disubbidienti, ma senza retorica né vanità. Un po’ sboccato e tanto profondo.

Ruvido, allegro, schierato. Un prete da marciapiede, come si definisce lui. Con le tasche piene di aneddoti, memorie, ricordi e vuote di soldi. Un prete convinto con Norberto Bobbio che «la vera distinzione non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti». Tra sudditi e cittadini, consapevoli che «l’obbedienza non è una virtù, ma la più subdola delle tentazioni». È necessario che ognuno si senta responsabile di tutto, perché nessuno si salva da solo.

Gramsci, Don Milani, La Boétie, Mario Capanna, la comicità dissacrante di Paolo Rossi, la militanza di padre Alex Zanotelli, l’entusiasmo di Fernanda Pivano, la lezione di Fabrizio De André, la febbre d’amore dei suoi ragazzi, i tossici della comunità di San Benedetto al Porto, Genova. Don Gallo si appassiona a parlare, perde e ritrova il filo, inciampa nei suoi ricordi di studente, marinaio, partigiano. Di uomo che ha vissuto, pregando Dio «di non morire democristiano». Il pubblico lo applaude, lui lo lusinga: «Siete voi lo spettacolo, a Mantova c’è l’Italia che vorrei e che si sta realizzando. Il Paese affonda, ma siamo ancora in tempo».

 Il primo pensiero è per Vittorio Arrigoni, l’attivista ucciso a Gaza. La sua eredità è condensata in due parole, un appello così disarmante da suonare rivoluzionario. Restiamo umani. «Voglio essere più umano», ripete don Gallo al microfono, assicurando che il segreto è sapersi «discendenti da un unico ceppo ancestrale». Siamo tutti fratelli e sorelle. Il prete da marciapiede è anche uomo da palco, sa tenere l’attenzione e stemperare l’impegno nella risata, sempre puntuta. Risate come quando confessa di essere il consigliere segreto di Papa Ratzinger, «il pastore tedesco», e racconta di un loro colloquio recente. Del disorientamento di Benedetto XVI circa la condotta di Berlusconi, sempre aiutato, sostenuto, protetto («anche dal nostro predecessore»).

Vicinanza ideologica? Macché, 8 per mille e niente Ici. Ora, però, il boccone è troppo amaro da mandar giù. «Don Andrea, ma secondo te Berlusconi è uomo di fede?». Risposta, «no è Fede che è uomo di Berlusconi».

Impegno, come quando il filo del discorso s’infila nella cruna del G8, «se solo avessimo ascoltato i nostri giovani». I loro dubbi, la loro intelligenza. Possibile che l’unico mondo possibile sia questo? Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio. Mercato selvaggio. Un mondo dove l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne (che don Gallo storpia in «Minchioni») si permette di ricattare gli operai con un referendum che è come una pistola puntata alla tempia: se vincono i sì bene, altrimenti mi porto la fabbrica altrove.

Impegno, risate e colore. Il pubblico invitato ad alzarsi per intonare El pueblo unido jamas sera vencido e l’urlo di battaglia Se non ora, quando? È questa la speranza che grida più forte del male, come ha scritto sulla bacheca della comunità uno dei suoi ragazzi.

Colore e rabbia. C’è anche l’onore dell’ex marinaio a bussare alla coscienza di don Gallo, che denuncia: «Abbiamo accettato d’impacchettare i naufraghi per riconsegnarli a Gheddafi, baciandogli pure la mano».

«Il primato della coscienza personale è dottrina certa, chi dice il contrario è eretico» ruggisce ancora il prete da marciapiede, citando il Concilio Vaticano II. «Andarmene dalla Chiesa cattolica? No, è casa mia, semmai dovrebbe andarsene qualcun’altro. E stasera, quando tornerete a casa, date una carezza ai vostri bambini e dite loro che è la carezza di Papa Gallo». Amen.

Articolo pubblicato sulla Gazzetta di Mantova e ripreso dal sito web della Comunità San Benedetto al Porto di Genova

XXXVIII Festa della Pace a Collegalli (Fi)

Locandina XXXVIII Festa della Pace dal sito del Movimento Shalom.

Locandina XXXVIII Festa della Pace dal sito del Movimento Shalom.

Anche se, per altri impegni concomitanti non potrò partecipare,  è con molto piacere che pubblico il programma della XXXVIII Festa della Pace che il Movimento Shalom organizza nella giornata del 1 Maggio a  Collegalli – Montaione (Fi). Nella splendida località, tolamente immersa nella campagna toscana la festa si svolgerà dalla mattina alla sera con un sacco di eventi per adulti e bambini.

ore 9.30 Apertura stand: cultura, gastronomia e artigianato
ore 10.30 Adozioni internazionali “Educare mio figlio” Interventi di: Luca Martini (responsabile adozioni internazionali Shalom), Giada Tessitori (psicologa), Jospeh Masumu Nzimbala (referente Shalom R.D.Congo)
ore 12.00 Preghiera interreligiosa per la Pace
ore 13.00 Pranzo sociale
ore 15.00 conversazione sotto il tendone su tema “SCIENZA E PACE”

ore 17.00 “Il teatro dell’Alambicco” presenta “VOGLIA DI VOLARE” …viaggio musicale sulle note dei Musicals più famosi, di melodie evergreen, di ritmi latino-americani… e non solo!

Durante tutta la giornata funzionerà un Luna park gratuito per bambini con giochi gonfiabili, saltimbanchi, calcio balilla umano, mercatino artigianato, gastronomia e prodotti tipici

Parcheggi e bus navetta gratuiti da Corazzano (anche se dal parcheggio alla sede della festa potete andare e venire a piedi con una bella e non troppo lunga passeggiata).

Un video con un concerto del Teatro dell’Alambicco

p.s. (1) Per Margherita di Risonero.com… Ha visto che, nonostante tutto, non abbandono lo Shalom?

p.s. (2) Stasera alle ore 21 sull’emittente toscana 50 Canale nella trasmissione l’Impallato di Andrea Buscemi si parlerà del Movimento Shalom.

Dio c’è (…e lo Spirito Santo lavora pure bene!)

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Foto “Holy Spirit 35″ by Waiting For The Word – flickr

Per secoli, filosofi, teologi, scienziati, religiosi e uomini di cultura si sono posti il dubbio dell’esistenza di Dio. Oggi, alla luce degli ultimi fatti, possiamo dire senza alcun dubbio, che Dio c’è!

Pensate allo scorso 11 Febbraio 2013. Papa Benedetto XVI annunciava le sue dimissioni, gettando la Chiesa e milioni di fedeli nello sconforto, per un gesto che non si verificava da quasi 600 anni. Preparata in fretta e furia la Cappella Sistina, il 12 Marzo i cardinali si sono riuniti e dopo aver invocato lo Spirito Santo, hanno aperto il Conclave. Lo Spirito Santo è disceso ed è stato così celere e preciso che già il giorno dopo avevamo Papa Francesco, un papa che, a vedere dal primo mese di pontificato, sembra aver portato una ventata di umiltà, semplicità e rinnovamento che fa ben sperare per il futuro della Chiesa.

Sarà che lo Stato è laico ma a Montecitorio, con l’elezione del Presidente della Repubblica, invece è andata proprio male. Le dimissioni più prevedibili (arrivano ogni 7 anni e non ogni 600), ci hanno dato il risultato peggiore possibile… Non solo sull’aula non aleggiava lo Spirito Santo, ma nemmeno  il più banale buonsenso, neppure la più semplice “diligenza del buon padre di famiglia”, quella che ci insegnavano ad educazione civica e che dovrebbe caratterizzare tutti i dipendenti pubblici… dal netturbino all’onorevole.

Invece no, sull’elezione del Presidente della Repubblica non è volato nessun soffio rinnovatore… Anzi, i nostri politici si sono chiusi dentro al loro fortino ed hanno sigillato porte e finestre, proprio per impedire l’ingresso di un qualsiasi spiffero di novità. A due mesi dalle elezioni, pur di restare al potere, queste facce di bronzo ignorano il grido del  popolo fuori dal palazzo e non si rendono conto della puzza di marcio che invece esce dal bunker in cui si sono rinchiuse…

Sinceramente, prima di un Napolitano bis, avrei preferito qualsiasi altra soluzione: perfino il Papa-Re… Vieni Santo Spirito!

Buona Pasqua!

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Foto “Silence” by Mara ~earth light~ – flickr

Con questo post vorrei augurare una Serena Pasqua a tutti i miei lettori e alle loro famiglie. Vi lascio con una breve poesia sulla Pasqua di Don Tonino Bello.

SOLO QUANDO AVREMO TACIUTO

Solo quando avremo taciuto noi, Dio potrà parlare.

Comunicherà a noi solo sulle sabbie del deserto.

Nel silenzio maturano le grandi cose della vita: la conversione, l’amore, il sacrificio.

Quando il sole si eclissa pure per noi, e il Cielo non risponde al nostro grido,

E la terra rimbomba cava sotto i passi,e  la paura dell’abbandono rischia di farci disperare, Restaci accanto.

In quel momento, rompi pure il silenzio: per dirci parole d’amore.

E sentiremo i brividi della Pasqua!

Testo di Don Tonino Bello