Cartellino rosso contro il lavoro minorile.

Oggi iniziano i campionati del mondo di calcio ma il 12 Giugno è anche la Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile indetta dall’International Labour Organization, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del lavoro. Questa concomitanza ha dato il titolo alla Giornata del 2014: “Red Card to Child Labour” ovvero, Cartellino Rosso al lavoro minorile.

Anche se stanno diminuendo, sono ancora troppi i bambini che lavorano: l’International Labour Organization stima che oggi siano 168.000.000 (nel 2000 erano 246.000.000). Nel solo Brasile, nazione che ospita i mondiali di calcio, si stimano 2.200.000 bambini lavoratori tra i 5 e i 14 anni.

Se volete dare un contributo simbolico aderendo a questa giornata, potete collegarvi al sito della Campagna e dopo la registrazione, scaricare il file mp3  della canzone “Til Everyone Can See”scritta e interpretata per l’occasione dal chitarrista degli  Incubus Mike Einziger e dalla la violinista Ann Marie Simpson con la partecipazione di Travis Barker, Minh Dang, Dominic Lewis, LIZ, Pharrell Williams, e Hans Zimmer.

Se poi volete fare qualcosa di ancora più concreto, vi consiglio di pensare ad un’adozione a distanza per garantire ad un bimbo un’infanzia serena e in salute, fatta soltanto di scuola e di giochi: io l’ho fatta col Movimento Shalom  e garantisco che è un’esperienza splendida.

Vi lascio con questa breve testimonianza trovata proprio sulla pagina della Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile .

My eyes sting all of the time. That’s because of the salt. Everyone goes to harvest salt because it’s the only way to make money to buy clothes and school supplies. My parents can’t manage otherwise.”
Awa (Senegal), 9-year-old girl

I miei occhi mi pungono tutto il tempo. E’ a causa del sale. Tutti vanno a raccogliere il sale perchè è l’unico modo per fare dei soldi per comprare i vestiti e il materiale scolastico. I miei genitori non possono fare in altro modo.

Awa (Senegal), ragazzina di 9 anni.

Testimonianza tratta dal sito dell’ILO

La scuola secondo Francuccio Gesualdi (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Scuola di Barbiana” by pracucci – flickr.com

Con questo post concludo il breve ciclo degli articoli ribloggati dal sito di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/. Parlando di uno dei  protagonisti dell’esperienza di Barbiana non potevo che concludere con un post sulla scuola.

“La scuola secondo Francuccio Gesualdi ” di Francesco Gesualdi.

Don Lorenzo Milani cominciò a fare scuola perché aveva capito che l’ignoranza è la madre di tutte le miserie. Stando accanto agli operai e ai contadini aveva capito che la miseria è figlia dell’inganno e del raggiro – possibile fra chi non capisce la realtà – ed è figlia del senso di impotenza tipico di chi non sa esprimersi.

Per questo la sua era una scuola viva di conoscenza della realtà, di approfondimento dei nostri diritti, di ricerca della verità.

Ma soprattutto di arricchimento linguistico perché, come è scritto in “Lettera a una professoressa” «È solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli».

Anche i costituenti avevano chiaro che l’inferiorità culturale impedisce il pieno sviluppo della persona umana e all’Articolo 3 della Costituzione avevano stabilito che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ed ecco la scuola come uno degli strumenti fondamentali di realizzazione della democrazia e dell’uguaglianza. Non a caso Piero Calamandrei, da giurista qual’era, definiva la scuola «organo costituzionale» e chi la demolisce – come stanno facendo l’attuale governo e una lunga teoria di suoi predecessori -, andrebbe giudicato per attentato alla Costituzione.

Usando un linguaggio più semplice, il popolo definisce la scuola bene comune, intendendo – con questo termine – tutto ciò che svolge una funzione fondamentale a vantaggio di tutti. La lista dei beni comuni comincia con l’aria, l’acqua, il clima, le foreste, i mari, i suoli, ma prosegue con la sanità, la nettezza, i trasporti. E, ovviamente, con la scuola in quanto essa adempie a tre funzioni fondamentali: garantisce dignità, garantisce civiltà ma, soprattutto, garantisce democrazia.

La scuola garantisce dignità perché fornisce le conoscenze sui propri diritti. Chi non conosce i propri diritti politici è alla mercé dei potenti di turno. Chi non conosce i propri diritti sindacali è alla mercé dello sfruttamento padronale. Chi non conosce i propri diritti sociali è alla mercé dei burocrati. Solo chi ha la consapevolezza di cosa gli spetta come persona, come cittadino, come lavoratore, ha la capacità di difendere la propria dignità. Ecco perché la scuola – cui tocca fornire questo tipo di consapevolezza – è garanzia di dignità.

La scuola garantisce civiltà perché fornisce la consapevolezza dei propri doveri nei confronti della comunità e dei beni comuni. Se la dignità attiene a ciò che dobbiamo ricevere dalla comunità, la civiltà attiene a ciò che dobbiamo essere capaci di dare alla comunità. Sappiamo tutti che è più facile prendere che dare, perché il senso del dovere anziché nascere spontaneo, è un seme che germoglia solo se si è interiorizzata una serie di valori: il valore della solidarietà, il valore della responsabilità, il valore della legalità, il valore del bene comune. Questi e non altri, sono i valori su cui misurare il grado di avanzamento civile di una società; e poiché tocca alla scuola trasmetterli, per questo la scuola è garanzia di civiltà.

La scuola garantisce democrazia perché fornisce i saperi che mettono in condizione di partecipare. Per partecipare ci vogliono tre capacità: capire la realtà, saperla interpretare, saper formulare proposte di modifica. Il che implica capacità linguistica e conoscenze storiche, geografiche, politiche, economiche. Senza queste capacità la democrazia non si esercita: si è pupazzi nelle mani dei ciarlatani che posseggono i giornali e le televisioni. Non a caso, l’obiettivo perseguito da una certa destra autoritaria è la demolizione della scuola per poter esercitare l’autoritarismo dietro il paravento di una democrazia apparente.

Affinché la scuola possa assolvere a queste funzioni si devono verificare alcune condizioni sapientemente elencate in “Lettera a una professoressa”:

  • Deve essere universale, ossia deve essere aperta a tutti come sancisce l’Articolo 34 della Costituzione.

Quando i costituenti affermarono questo principio, probabilmente pensavano agli emarginati del loro tempo: i figli dei montanari, dei mezzadri, dei disoccupati. Oggi gli emarginati sono altri, principalmente gli immigrati. Pertanto se la scuola vuole essere in linea con la costituzione deve spalancare le porte a tutti, indipendentemente dal paese di origine, dalla lingua parlata in famiglia, dal colore della pelle, dal permesso di soggiorno dei genitori. Il diritto allo studio non può discriminare fra clandestini e regolari. Tutti i bambini hanno diritto a studiare per il solo fatto di esistere.

  • Deve essere accogliente, nel senso che deve permettere a tutti di sapere.

Oggi la scuola assomiglia più a un tribunale che a un luogo di apprendimento: è organizzata più per giudicare che per insegnare. Questa è la stortura di una scuola improntata pretestuosamente alla cosiddetta «meritocrazia». È tempo di affermare che a scuola si va per imparare e che il suo obiettivo deve essere quello di di mettere tutti in condizione di «sapere». La scuola deve entrare nell’ordine di idee che quando un ragazzo non riesce non va liquidato con un quattro: questa è la soluzione più comoda, quella che assolve la scuola e condanna i ragazzi. La scuola deve convincersi che se i ragazzi non sanno non è colpa loro, ma della scuola che non si è impegnata abbastanza. Rifarsela con i ragazzi perché non sanno è come prendersela con i malati perché non guariscono. La scuola deve chiedersi perché il ragazzo non riesce, deve chiedersi dove ha sbagliato, deve chiedersi quali iniziative particolari devono essere prese e non ha preso. Non deve darsi pace finché non ha recuperato anche l’ultimo della classe.

  • Deve essere motivante nel senso che deve dare la motivazione per studiare.

Non è insolito che la scuola dia come stimolo la prospettiva di lavoro e/o il tornaconto personale. Ma in verità, ciò non è opportuno perché l’egoismo non è patrimonio dei giovani. I giovani sono per loro stessa natura generosi e innocenti, i vecchi sono tendenzialmente smaliziati ed egoisti e pur di imporre questo sentimento, la loro scuola fa scattare il ricatto del voto: «se non studi ti metto quattro».

Chi sono i giovani? Tutti – insegnanti ed alunni – coloro che nella scuola si pongano domande e provino a trovare risposte. Chi sono i vecchi? Forse chi pretende di soffocare la fantasia, la creatività, il ragionamento o, più in generale, un’opinione… magari a mezzo di un freddo test a quiz – come ad esempio l’INVALSI – secondo una certa logica aziendalista?

A Barbiana la motivazione per studiare era la politica intesa nel senso più nobile del termine. Non politica come gestione del potere, ma politica come partecipazione per gestire tutti insieme l’organizzazione della polis, della città, della comunità. Recita “Lettera a una professoressa”: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia». La politica per uscire tutti insieme dalle situazioni che non vanno e costruire tutti insieme un mondo migliore: più equo, più pacifico, più pulito. Questa è la motivazione giusta per studiare!

  • Deve essere attuale nel senso che deve intrattenere sui temi del tempo presente, perché il suo scopo deve essere quello di formare dei cittadini sovrani.

Formare dei cittadini sovrani è un’arte difficile perché gli strumenti che deve fornire non sono i saperi, ma le capacità. Fra la trasmissione dei saperi e la costruzione delle capacità passa la stessa differenza che c’è fra dare un pesce e insegnare a pescare. Troppo spesso la scuola si attesta sui saperi perché è la soluzione più semplice. La grammatica, la matematica, la fisica, la chimica, la storia che si ferma a cinquanta anni fa non presentano dubbi di interpretazione o lati nuovi da scoprire. I saperi sono assodati, addirittura mummificati, non hanno bisogno di essere elaborati, ma solo trasmessi senza costringere gli insegnanti alla fatica di pensare, ricercare, mettere in mostra le proprie lacune e le proprie incertezze, come quando debbono aiutare i ragazzi ad esprimersi, ad argomentare, a capire, ad interpretare, a giudicare.

Una scuola concepita come palestra di approfondimento, di discussione, di partecipazione è faticosa perché non può fare ricorso a manuali o a libri di testo. Espone costantemente l’insegnante al nuovo, all’imprevisto e all’imprevedibile perché nessuno sa quale piega può prendere il confronto, quali argomentazioni emergeranno, quali obiezioni verranno avanzate, quali giudizi verranno espressi. Ne viene fuori una scuola dove i ruoli non esistono più, perché non c’è più un insegnante e degli allievi, ma un gruppo di persone con età diverse, esperienze diverse, sensibilità diverse, bagagli culturali diversi che si confrontano su temi, realtà e verità più grandi di ogni singolo partecipante. L’insegnante assume le vesti del fratello maggiore che in virtù della propria esperienza e delle proprie conoscenze, fornisce gli elementi di comprensione, insegna i segreti della ricerca, svela i tranelli della disinformazione, addestra all’elaborazione di pensiero, conduce il dibattito alla luce dei valori, aiuta a fare intravedere gli scenari futuri e le soluzioni possibili.

«Futuro»: ecco un’altra parola chiave della scuola democratica. La scuola dei saperi tiene la faccia rivolta al passato e spesso al passato remoto perché il suo obiettivo è il mantenimento dello status quo. La scuola della sovranità popolare, invece, la tiene rivolta al futuro, perché il suo scopo è formare dei ragazzi che sappiano individuare e risolvere i problemi del loro tempo. Per questo la scuola deve concentrarsi sull’attualità con tre obiettivi di fondo: fare capire le ragioni, gli interessi, le concezioni, i meccanismi che hanno portato alla situazione presente; le conseguenze possibili nel medio e lungo periodo le possibili soluzioni.

È triste constatare come a distanza di 40 anni, “Lettera a una professoressa” sia ancora più attuale di prima a proposito di una scuola che sta letteralmente tornando indietro, che sta nuovamente diventando classista, autoritaria e selettiva.

Solo la partecipazione può interrompere questo processo reazionario. Serve un’opposizione unita e tenace formata non solo da professori, genitori e studenti, ma di tutti i cittadini, perché la scuola è un fatto di tutti. Un bene comune da salvaguardare con cura perché la società del domani dipende dalla scuola di oggi.

Tratto dall’articolo “La scuola secondo Francuccio Gesualdi” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Il video non è relativo alla scuola ma è comunque interessante…

Quella svolta autoritaria decisa dalle banche (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Rich Uncle Pennybags” by Sean Davis – flickr.com

Continuo a ribloggare alcuni articoli  e video sul nostro paese tratti dal Blog di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/.

“Quella svolta autoritaria decisa dalle banche ” di Francesco Gesualdi.

In Italia è in atto una svolta autoritaria. Lo dimostra la nuova legge elettorale in costruzione. Lo dimostra la fretta con la quale si vuole chiudere il senato. Lo dimostra la manipolazione delle parole per trasformare un attacco alla democrazia in un’operazione di contenimento di costi.

E’ la tecnica dell’inganno tipica del marketing che tenta di piazzare il prodotto facendo leva su desideri, sogni, repulsioni. Una tecnica ben appresa da Renzi, che sfrutta i sentimenti di indignazione, paura, anelito di sicurezze, per estorcere il consenso popolare su riforme fatte passare come lotta alla casta mentre sono veri e propri attacchi alla democrazia.

E’ vero che Senato e Camera costano. Ma non per le loro funzioni, bensì per i privilegi che i loro componenti si sono assicurati. E l’abbattimento di costi era giusto ottenerlo non chiudendo un ramo del parlamento che è garanzia di democrazia, ma riducendo seriamente gli stipendi dei parlamentari al livello dei salari medi in vigore nel paese che ruotano attorno a 20mila euro l’anno. Con stipendi finalmente uguale a tutti gli altri, i parlamentari capirebbero i bisogni della gente e la smetterebbero di fare leggi sempre a favore dei ricchi contro i più deboli.

L’incrocio con la legge elettorale, che con un sbarramento all’8% negherà la rappresentanza a larghi strati della popolazione, mentre il premio di maggioranza a chi vincerà il ballottaggio assicurerà il governo a minoranze ristrette, rivela che l’obiettivo è concentrare il potere nelle mani di pochi che finalmente liberi da presenze scomode potranno decidere in fretta. Ma a favore di chi?

E qui la mente non può fare a meno di tornare ad un documento scritto nel maggio 2013 dal gruppo di ricerca economico interno a JP Morgan. Prima banca degli Stati Uniti, il suo patrimonio ammonta a oltre 2mila miliardi di dollari, l’equivalente del debito pubblico italiano. E benché pluricondannata per truffe (l’ultima in ordine di tempo quella del 19 novembre 2013 quando patteggiò una multa di 13 miliardi di dollari col dipartimento della giustizia statunitense) si permette di dare indicazioni alle nazioni rispetto a ciò che devono fare per recuperare quella solidità economica che per le banche è di fondamentale importanza per continuare ad incassare interessi da governi, famiglie ed imprese.

Il documento redatto da JP Morgan, dopo avere sottolineato l’esigenza che la zona euro torni a crescere secondo una logica di competitività, indica anche i passi che devono essere compiuti per raggiungere questo obiettivo. L’aspetto sorprendente è che un paragrafo è dedicato anche alla politica. Passaggio eloquente, che vale la pena leggere per intero: “All’inizio della crisi, era opinione diffusa che i problemi fossero solo di natura economica. Ma con l’evolvere della situazione è divenuto chiaro che ci sono anche profondi problemi politici ,soprattutto nei paesi europei di periferia. Problemi che a nostro avviso debbono essere risolti se l’unione monetaria vuole funzionare correttamente nel lungo periodo. I sistemi politici in vigore nei paesi europei periferici (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) sono stati strutturati all’insegna delle esperienze vissute sotto le dittature. Perciò le loro costituzioni hanno una forte impronta socialista derivante dalla forza che i partiti di sinistra avevano subito dopo la caduta dei regimi fascisti. Ne deriva che i sistemi politici in vigore in questi paesi sono caratterizzati da governi nazionali deboli, governi centrali incapaci di farsi valere nei confronti di quelli locali, diritti dei lavoratori garantiti per via costituzionale, sistemi di consenso che alimentano il clientelismo politico e per finire il diritto di protestare se sono apportati cambiamenti non graditi all’assetto esistente. La crisi ha messo in evidenza tutti i limiti di questo quadro politico. Lo dimostra il fatto che i governi nazionali dei paesi europei della periferia sono stati solo parzialmente capaci di introdurre le riforme fiscali ed economiche necessarie al consolidamento economico, perché contrastati dalle amministrazioni regionali e locali. Ma il cambiamento sta cominciando ad avere il sopravvento. La Spagna ha preso provvedimenti per affrontare alcune contraddizioni del periodo post-franchista, cominciando ad introdurre una legislazione che permette al governo centrale di avere maggiore controllo sulla gestione fiscale e di bilancio delle strutture regionali. Ma fuori dalla Spagna, fino ad ora è successo ben poco. Il banco di prova sarà l’Italia dove i prossimi governi dovranno dimostrare di sapere avviare riforme politiche significative.”

Riassumendo, l’ordine del sistema finanziario è: governi centrali più forti, capacità decisionale rapida senza oppositori, demolizione dei diritti dei lavoratori. Esattamente ciò che sta realizzando il governo Renzi con la nuova legge elettorale, con l’abolizione del Senato, con la riforma del capitolo V della Costituzione relativo a province, comuni, regioni, con le riforme sul mercato del lavoro.

La finanza ordina, la politica esegue. Entrambi d’accordo per prendersi gioco del popolo che acclama beato il pifferaio di turno.

Tratto dall’articolo “Quella svolta autoritaria decisa dalle banche” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco (di Francesco Gesualdi)

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Foto “Tony Wolf Pinocchio and other tales 1990 ill pg 16″ by janwillemsen – flickr

Come ho scritto nel post di ieri in questi giorni vorrei ribloggare alcuni articoli sulla nostra situazione democratica ed economica tratti dal Blog di Francesco Gesualdi: ex allievo di Don Milani e fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pi) e attualmente candidato alle elezioni europee nella circoscrizione Centro per la Lista Tsipras. Potete leggere altri articoli sul suo blog all’indirizzo http://blog.francescogesualdi.eu/.

“Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco” di Francesco Gesualdi.

In Francia la destra nazionalista avanza anticipando le tendenze delle prossime elezioni europee. Hollande cerca di correre ai ripari con un rimpasto di governo. Ma si tratta di pannicelli caldi. La sinistra non ha ancora capito che non è un problema di persone, ma di politica. Ha scelto il neoliberismo ed oggi ne raccoglie i frutti.

Cominciamo col precisare che in Europa non sta vincendo il nazionalismo xenofobo, ma la paura. La paura di sprofondare sempre più giù nella palude dell’insicurezza. In Europa il disagio sociale sta avanzando ovunque: sotto forma di miseria, disoccupazione, microcriminalità. I numeri sono impietosi: 27 milioni di lavoratori (11% della forza lavoro) cercano lavoro senza trovarlo, 125 milioni di persone sono risucchiati nella povertà, proliferano i neet, i giovani fra i 15 e i 29 anni che né lavorano né studiano. 94 milioni stando alla statistiche del 2011. Chi qualche sicurezza l’ha conservata, osserva attonito e si chiede “quanto tempo ancora prima che capiti anche a me la stessa sorte?”.

Quando soffia l’uragano non si perde tempo dietro a chi ci propina lezioni sul cambiamento climatico. Si dà ascolto a chi ti offre una soluzione semplice per metterti al riparo e se salta fuori quello che dice che la soluzione sta nel rinchiudersi in una grotta, gli si va dietro senza stare a guardare cosa c’è dentro. Ci si va e basta perché pare la proposta più di buon senso. Così sta vincendo la destra populista, perché indica nemici che si possono toccare con mano e prospetta delle soluzioni semplici. Poi fra venti anni la gente scoprirà che era tutto un inganno, ma sarà troppo tardi.

Noi sappiamo che la grotta prospettata dalla destra è infestata da scorpioni velenosi e che i nemici indicati sono solo dei diversivi. Ma per essere credibili dobbiamo distinguerci dalla sedicente sinistra che in questi anni ha avallato, sposato, protetto, tutti i meccanismi che hanno provocato l’uragano. Ha rinnegato il primato dell’economia pubblica per regalare i beni comuni e i servizi pubblici alle imprese private. Ha demolito il sistema di sicurezza sociale pazientemente costruito in 30 anni di socialdemocrazia per buttarci fra le braccia dei cacciatori di capitali da fare fruttare a vantaggio dei propri azionisti. Ha abolito le leggi che regolamentavano l’attività bancaria per consentire alla finanza speculativa di prendere il sopravvento su tutto. Ha permesso che in Europa valesse solo la legge della concorrenza, trasformando l’euro in mezzo di sopraffazione dei forti contro i deboli. Ha lasciato che la globalizzazione, in un mondo di disuguali, si trasformasse in una gigantesca guerra fra poveri. Ha permesso che i cittadini venissero depredati per permettere ai signori della finanza di vivere alle spalle della comunità in nome del debito. In una parola che si è totalmente prostrata al dio mercato ed ha lasciato che diventasse l’unica forza di governo del mondo. Ed oggi che le grandi multinazionali produttive, commerciali e finanziarie sono libere di scorrazzare per il mondo inseguendo solo la loro legge del profitto, dell’aumento di ricavi, della riduzione dei costi, noi, i cittadini, abbiamo fatto tutti la fine dei pesci nella rete di Mangiafuoco. Siamo presi per i piedi ed esaminati a testa in giù. Se Mangiafuoco valuta che possiamo servirgli per i suoi scopi di profitto ci lascia in vita, altrimenti non ci butta neanche nella padella. Ci getta semplicemente nel monte dell’immondizia ad arrampicarci sugli altri sventurati. Un verminaio umano tutti impegnati a cercare di risalire la superficie per prendere qualche boccata d’ossigeno mentre spingiamo gli altri sempre più giù.

In questo contesto, le manovre degli arrampicatori dell’ultim’ora, che cercano qualche anno di potere personale propinando alla gente altro populismo di sinistra, ossia piccoli contentini per nascondere il loro progetto di rafforzamento del mercato, fanno cascare letteralmente le braccia. E bene ha fatto la lista Tsipras a non voler inserire nel proprio logo il nome sinistra, ormai così fuorviante. Ma urge fare rinascere una cultura della solidarietà, di attenzione per i diritti, per i beni comuni, perché solo da qui si può ripartire per correggere le storture create dal liberismo selvaggio.

Tratto dall’articolo “Se la sinistra non si separa da Mangiafuoco” pubblicato sul blog di Francesco Gesualdi.

Crollo del Rana Plaza ad un anno di distanza: Benetton paghi il risarcimento alle vittime.

Foto tratta dal sito dell'ILRF - International Labor Rights Forum

Foto tratta dal sito dell’ILRF – International Labor Rights Forum

Un anno fa il crollo del Rana Plaza in Bangladesh causò la morte di 1.138 lavoratrici che producevano capi di abbigliamento per molte catene di moda occidentali. Ad oggi queste multinazionali non hanno ancora risarcito i parenti delle vittime: vi lascio con quanto scritto dai promotori della campagna Abiti puliti e vi prego di leggere e firmare, più in basso la petizione lanciata dall’International Labor Rights Forum da inviare a Benetton. Domani in Italia festeggeremo il 25 Aprile pensando a tutti coloro che hanno liberato la nostra nazione dalla dittatura fascista. Credo che adesso sia l’ora di mouversi per liberarci dalla nuova dittatura liberista delle multinazionali che, in nome della finanza e del profitto ad ogni costo, schiavizzano, precarizzano e uccidono milioni di esseri umani.

Rana Plaza, un anno dopo. Azioni in Italia e nel mondo per chiedere i risarcimenti delle vittime (tratto dal sito di Abitipuliti.org)

Un anno dopo il crollo del Rana Plaza i marchi che si rifornivano presso le aziende ospitate da quel palazzo non sono ancora riuscite a predisporre adeguati finanziamenti per risarcire le vittime e i familiari dei 1.138 morti.

Nonostante sia stato siglato un accordo innovativo tra marchi, governo del Bangladesh, lavoratori, sindacati nazionali e internazionali e ONG, supervisionato dall’ILO, per predisporre un programma di risarcimento delle vittime del Rana Plaza inclusivo e trasparente, conosciuto come l’Arrangement, il Donor Trust Fund volontario istituito per raccogliere le donazioni è ad oggi tristemente sotto finanziato. Un anno dopo il crollo i marchi e i distributori hanno contribuito con soli 15 milioni di dollari, appena un terzo dei 40 milioni necessari.

“I grandi marchi internazionali della moda hanno nuovamente fallito nel garantire il rispetto dei lavoratori che producevano per loro.” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, “Oggi, violando il diritto dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime del Rana Plaza a ricevere il giusto risarcimento per un disastro che poteva e doveva essere evitato, i marchi europei e nord americani infliggono a migliaia di persone una sofferenza continua, ingiusta e intollerabile. Se poi guardiamo ai profitti realizzati dalla Famiglia Benetton nel 2012” continua Lucchetti “constatiamo che la richiesta di 5 milioni di dollari per il Fondo di risarcimento equivale appena all’1,4% degli utili realizzati da gruppo, una percentuale davvero marginale per un’azienda che deve il suo successo economico anche al lavoro sottopagato e rischioso dei lavoratori bangladesi. Non ci sono scuse per non pagare, le imprese coinvolte devono assumersi le proprie responsabilità, è una questione di diritti e di civiltà.

Per celebrare il primo anniversario dal crollo, attivisti, cittadini e cittadine in tutto il mondo entreranno in azione al fianco dei familiari delle vittime. In Italia, fra le iniziative di pressione verso le imprese italiane Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee in favore della costituzione del Fondo di risarcimento, il 24 aprile saranno organizzati:

Firenze | ore 12: Flash mob in Piazza Santa Trinità a cura di EU-ROPA progetto artistico della Compagnia Insomnia dedicato al tema dei diritti umani nell’industria dell’abbigliamento in collaborazione con Filctem-CGIL, Mani Tese Firenze, ACU Toscana e Villaggio dei Popoli
Milano | ore 15: Flash mob in Piazza Duomo a cura di Price is Rice in occasione del Fashion Revolution Day e in collaborazione con Abiti Puliti
Treviso | h.10-19: Palazzo dei 300, mostra L’arte del lavoro a cura Ass. culturale Pulperia in cui saranno ospitati immagini e materiali sul Rana Plaza.

Saranno inoltre organizzate iniziative di sensibilizzazione e raccolta firme a sostegno della petizione internazionale verso Benetton in diverse Botteghe del Commercio Equo e solidale.

A Dhaka, lavoratori e sindacalisti ricorderanno con una serie di eventi tutti coloro che hanno perso la vita quel giorno: tra i vari eventi si potrà assistere al racconto delle vittime presso il Worker Solidarity Center a Dhaka e ad una catena umana sul luogo del crollo.

A livello internazionale, l’Asia Floor Wage Alliance, la Clean Clothes Campaign, l’International Labor Rights Forum (ILRF), il Maquila Solidarity Network e il Worker Rights Consortium organizzeranno eventi commemorativi nelle strade dello shopping e in spazi pubblici.

La richiesta di tutti sarà che i marchi che continuano a rifiutarsi di contribuire al Donor Trust Fund facciano dei versamenti significativi e in tempi rapidi. Tra questi le aziende italiane Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee. E poi Adler Modermarkte, Ascena Retail, Auchan, Carrefour, Cato Fashions, Grabalok, Gueldenpfennig, Iconix (Lee Cooper), J C Penney, Kids for Fashion, Matalan, NKD e PWT (Texman), tutte aziende che avevano produzioni al Rana Plaza durante il crollo e poco prima.

Liana Foxvog dell’ILRF aggiunge: “Children’s Place, il cui CEO ha guadagnato 17 milioni di dollari lo scorso anno, ha pagato una cifra pari a soli 200 dollari per famiglia. L’azienda considera davvero la vita delle persone così a buon mercato? Devono pagare di più. I bambini rimasti orfani, i lavoratori rimasti senza arti, le famiglie che hanno perso chi portava l’unico reddito, contano su un risarcimento adeguato ai loro bisogni fondamentali

Il Donor Trust Fund è aperto a donazioni volontarie ed è supervisionato dall’ILO come attore neutrale. “Per raggiungere l’obiettivo dei 40 milioni di dollari è anche necessario che il Governo e gli industriali del Bangladesh aumentino i loro contributi. Parallelamente anche i governi Usa e Ue devono fare passi immediati e concreti per assicurarsi che le aziende dei loro paesi paghino quanto è necessario: esattamente quanto abbiamo chiesto al Governo e alle istituzioni italiane durante il tour con Shila Begum, sopravvissuta del Rana Plaza, lo scorso 1 di aprile durante le audizioni con il sottosegretario al lavoro Teresa Bellanova, la Vice Presidente del Senato Valeria Fedeli, la Presidente della Camera Laura Boldrini e il Presidente della Commissione Diritti Umani Luigi Manconi” ha dichiarato ancora Deborah Lucchetti.

Dal 24 marzo scorso il processo di risarcimento è iniziato e si sta lavorando perché tutti coloro che hanno perso un famigliare o sono rimasti intrappolati nella fabbrica ricevano adeguato risarcimento. “Se mancano i fondi, allora non saremo in grado di fare un buon servizio a queste persone e la situazione si farà molto difficile” ha concluso il Dott. Mojtaba Kazaki, il Commissario Esecutivo dell’Arrangement.

Tratto dall’articolo “Rana Plaza, un anno dopo. Azioni in Italia e nel mondo per chiedere i risarcimenti delle vittime” pubblicato sul sito di Abitipuliti.org

Articolo che accompagna la petizione da inviare a Benetton, (tratto dal sito dell’ILRF – International Labor Rights Forum)

Foto tratta dal sito dell'ILRF - International Labor Rights Forum

Foto tratta dal sito dell’ILRF – International Labor Rights Forum

Benetton è stata di nuovo colta in fallo. Un’inchiesta giornalistica ha scoperto che non aveva rispettato gli obblighi previsti dall’Accordo sulla sicurezza e la prevenzione degli incendi, dopo che due imprese sue fornitrici non erano state riscontrate nella lista pubblica presente sul sito dell’Accordo. Una verifica condotta dal team dell’Accordo ha dimostrato che Benetton ha atteso almeno quattro mesi prima di rendere pubbliche queste aziende agli ispettori, poco prima che la trasmissione andasse in onda. Tutti i marchi sono vincolati a sottoporre gli indirizzi dei nuovi fornitori entro un mese dall’avvio della produzione.

Benetton sembra abituata a non prendersi responsabilità. Dopo che prodotti a marchio Benetton sono stati ritrovati tra le macerie del Rana Plaza, il palazzo crollato dove almeno 1.138 persone hanno perso la vita lo scorso 24 aprile 2013, l’azienda ha negato di avere rapporti con la fabbrica fino a quando fotografie con prodotti a marchio trovati tra le macerie hanno fatto il giro del mondo. Per più di sei mesi Benetton ha rifiutato di assumere qualunque responsabilità per il risarcimento, fino a settembre, quando ha deciso di unirsi al comitato internazionale istituito per la definizione e l’erogazione dei risarcimenti ai lavoratori. Due mesi dopo ha lasciato il negoziato e oggi rifiuta di dare risposte concrete ai lavoratori.

Adesso, quasi un anno dopo l’orribile disastro del Rana Plaza, Benetton non ha ancora messo un centesimo nel Rana Plaza Trust Fund che sta raccogliendo i fondi per il risarcimento dei lavoratori feriti e delle famiglie dei deceduti.

Benetton deve cambiare attitudine. Scrivi a Benetton che la vita dei lavoratori vale e chiedigli di fare un versamento immediato di 5 milioni di dollari nel Rana Plaza Donors Trust Fund.

Foto e testo tratti dalla pagina della petizione da inviare a Benetton sul sito dell’ILRF – International Labor Rights Forum

Purtroppo il flash mob a Firenze, ormai già passato,  è stato fatto ad un orario impossibile per chi lavora. Peccato ci sarei andato volentieri…

Sotto le slides… niente!

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Foto “Dressed in Paris” by Chiara Cremaschi – flickr

Oltre 26 anni di lavoro come informatico mi hanno insegnato a non fidarmi mai delle cosiddette Presentazioni in Powerpoint, soprattutto se sono infarcite da decine di slides e sono spiegate da uno in giacca e cravatta. Piuttosto che sorbirmi  noiose proiezioni di slides che magnificano la bellezza dei vari software preferisco andare sul campo e parlare con gli impiegati che già usano tutti i giorni quel software, per capirne vantaggi e criticità…

Ricordo che una quindicina di anni fa andai alla presentazione di un software di contabilità per le Aziende Sanitarie: salone affrescato, relatore belloccio e incravattato, slides accattivanti e rinfresco d’ordinanza… Peccato che il software che ci stavano presentando non esisteva! Per strade traverse io e i miei colleghi avevamo saputo che tutti i programmi erano completamente da sviluppare e che sarebbero stati sviluppati in seguito, solo se la ditta avesse vinto l’appalto… Andò a finire che la ditta vinse, i programmi furono sviluppati in fretta e furia e risultarono pieni di bugs: per noi che dovevamo far partire e funzionare quel software fu un vero e proprio bagno di sangue.

Ricordate che sotto le slides, non solo per il software ma anche in altri ambiti, spesso non c’è niente. Ad esempio, se qualcuno deve presentarvi un libro e invece di mettervi sotto il naso il volume già stampato vi fa vedere delle slides, è molto probabile che il libro debba ancora esser scritto…

Quindi, prima di spendere gli 80 euri al mese che Renzi ieri ha promesso agli italiani, andate a verificare se (e quando) dietro le slides apparirà e verrà approvato un più concreto decreto legge o disegno di legge… Altrimenti, una volta spento il videoproiettore (cioè dopo le elezioni europee e amministrative), c’è il rischio che sotto le slides rimanga la solita parete bianca…

[Era una volta] Venghino Signori a FiRenz(i)e…

Fino a stasera (20 Dicembre 2013) in questa pagina c’era un articolo, pubblicato il 3/12/2013, dedicato a Matteo Renzi e ai suoi 10 anni di governo del territorio dove abito (5 come presidente della Provincia di Firenze e 5 come Sindaco). Purtroppo una persona che si è qualificata come Marilda C. mi ha inviato una mail dove ha minacciato di querelarmi per diffamazione se non avessi cancellato il post.
Pur non temendo niente, ho deciso di togliere tutto il testo con quelle che erano le mie opinioni (del tutto personali e quindi molto opinabili). Mi permetto però di lasciare i link ai siti internet e agli articoli di stampa richiamati nel testo cancellato.

Link richiamati nel post originale cancellato….

Raggi di sole, ovvero piccolissime soddisfazioni…

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Foto “Rays of sunshine” by -JosephB- – flickr

Da oggi ho un collega nuovo, che però arriva da un luogo di lavoro vecchio… un posto dove ho lavorato dal 1988 al 2002. Col collega nuovo non ci conoscevamo perchè lui è entrato laggiù nel 2006, quando ormai io ero già andato via da quattro anni. Però abbiamo delle conoscenze comuni, persone con cui abbiamo lavorato entrambi…

E’ stato con immenso piacere che mi ha portato i saluti e gli auguri dei miei ex colleghi (quasi tutta la bassa forza), compresi quelli un po’ sui generis di un collega burbero e leggermente misantropo con cui ho diviso l’ufficio per alcuni anni e che, sotto una scorza dura, aveva un cuore grande…

Se dopo 11 anni ancora si ricordano di me, mi viene da pensare che nel periodo in cui sono stato laggiù, forse dovrei aver lasciato una buona impressione… Sarà vero? Non lo so, però ricevere quei saluti è stata una piccola soddisfazione… come un raggio di sole!

p.s. Anche non ricevere i saluti della mia ex-dirigenza è stata una soddisfazione…

Storia di P. che vorrebbe diventare ostetrica e dello Stato che non la vuole.

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Foto “L’ Emblema della Repubblica Italiana [ hd]” by καρλο [ AKA Gilyo] – flickr

P. è la figlia di una coppia di nostri amici. Una brava ragazza, con ottimi voti che avrebbe un sogno: quello di diventare ostetrica. Purtroppo lo Stato, col numero chiuso nelle Università, sta uccidendo il sogno di P. e sta privandosi di quella che potrebbe diventare un’ottima ostetrica.

P. è il secondo anno che fa gli esami per entrare all’Università per diventare ostetrica; come ripiego è il secondo anno che fa anche l’esame per entrare a infermieristica. Lo scorso anno non è riuscita ad entrare e per non perdere un anno di studi si è iscritta a Ingegneria ma, nonostante gli studi fatti e gli esami conseguiti, è un settore per cui non si sente proprio portata.

Adesso P. è in attesa dell’esito del test di ammissione e spera di farcela. Il padre mi ha detto che, se stavolta non riuscirà ad entrare, P. quasi sicuramente  rinuncerà agli studi. Se l’esame andasse male P. non ha voglia di restare parcheggiata in standby un altro anno, in attesa di una nuova lotteria dove tentare di  “vincere” il diritto di studiare ostetricia. Allo stesso modo, se P. fosse idonea ma i posti disponibili fossero in università lontane, la famiglia non sarebbe in grado di pagare il trasferimento fuori sede per permettere a P. di studiare.

Che Stato è quello che non permette ad una sua ragazza di studiare quello per cui si sente portata? Dov’è finito il diritto allo Studio? Ma soprattutto, che interesse ha lo Stato a che i suoi figli non debbano laurearsi e diventare dei buoni professionisti? Cosa c’è dietro a tutto ciò? A chi giovano meno laureati in Italia?

A queste domande non ho risposte da offrire ma forse ho un piccolo sospetto… Non è che questa Europa unita spinga ad avere meno laureati nel Sud perchè, magari in futuro, questi diventino manodopera a basso prezzo per i ricchi paesi del Nord? Già nel 1946 l’Italia fece un tragico scambio: il protocollo Italo-belga, che mandava 50.000 connazionali nelle miniere del Belgio in cambio di carbone. Da lì scaturì il  disastro di Marcinelle

Indigente Marocchino consegna alla Polizia di Firenze un portafoglio con denaro e documenti.

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Foto “Le Maroc” by pietroizzo – flickr

Se L’Italia non fosse uno stato dove tutto va alla rovescia questa notizia non sarebbe una notizia. Invece, in uno stato dove un italiano miliardario, corruttore, evasore e frodatore del fisco pretende l’impunità e tiene in ostaggio l’intera repubblica, è encomiabile il gesto di un indigente marocchino che ha restituito alla polizia un portafoglio integro, perso da una turista americana in visita a Firenze.

Ecco il comunicato stampa della Questura di Firenze. Berlusca, leggi e impara!

Nella serata di ieri [Giovedì 26/09/2013], un cittadino marocchino di 38 anni, regolare sul territorio nazionale, dedito a lavori precari ed in difficoltà economiche, ha riconsegnato agli agenti del Commissariato San Giovanni di Firenze un portafogli contenente denaro e documenti, di proprietà di una cittadina americana, dalla stessa smarrito nei pressi di Piazza Santa Croce.

Gli uomini del Commissariato, diretti dal Primo Dirigente Dr. Solimene Giuseppe, dopo avere ringraziato lo straniero per la condotta ineccepibile tenuta, hanno rintracciato immediatamente la turista, in viaggio per Venezia. Il denaro, circa 160 euro e 20 dollari, ed i documenti sono stati messi a disposizione del Consolato Usa a Firenze che provvederà alla riconsegna alla legittima proprietaria.

27/09/2013 15.12 Questura di Firenze

tratto dal comunicato stampa della Questura di Firenze