Prezzi differenziati per sesso: in Francia la tassa sulle donne.

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Foto “Monoprix, après l’averse” by Damien Roué – flickr

Su change.org ho trovato una petizione francese che ha destato la mia curiosità. La storia parte dalla catena di supermercati Monoprix e in particolare dai rasoietti bilama in plastica da gettare. In questo supermercato sono in vendita gli stessi rasoi, fatti dalla stessa ditta, ma differenti per colore: azzurro per lo sbarbamento dei maschietti e rosa per la depilazione delle femminucce. I sacchetti dei rasoi costano rispettivamente 1,72€ quello azzurro e 1,80€ quello rosa, ma c’è una piccola differenza: nel sacchetto dei maschi ci sono 10 rasoi mentre in quello delle femmine ce ne sono soltanto 5 e perciò le signore pagano il doppio per lo stesso rasoietto di plastica, solo per averlo di color rosa.

Il collettivo femminista Georgette Sand ha fatto due conti e ha verificato su molti oggetti una differenza di prezzo basata sul sesso: dal gel per la rasatura ai deodoranti, dai saponi agli shampoo per finire con i giocattoli. La situazione è subdola perchè i prodotti spesso non sono affiancati ma in scaffali e reparti separati per cui è difficile fare il confronto. In media i prodotti femminili costano di più di quelli maschili e alla fine dell’anno le signore spenderebbero circa 1.130€ in più dei maschi nonostante anche in Francia gli stipendi delle signore siano più bassi di quelli dei signori.

A questa differenza di prezzo il collettivo Georgette Sand ha dato il nome di Womantax e ha aperto il blog http://womantax.tumblr.com/ dove raccoglie tutte le foto e dove potete confrontare le differenze di prezzo fra articoli maschili e femminili. Ci trovate veramente di tutto: perfino gli ovetti kinder!

La catena Monoprix si è giustificata dicendo che le differenze di prezzo non dipenderebbero dal sesso ma dai volumi di vendita e perciò i maschi spenderebbero meno perchè si radono di più e consumano più rasoi…

A questo link potete firmare  la petizione su change.org

Foto tratta dal Blog http://womantax.tumblr.com/

Foto tratta dal Blog http://womantax.tumblr.com/

Ancora sull’acqua all’amianto in Toscana.

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Foto “Che sete!” by Lara – flickr

Dopo il post della scorsa settimana (qui) torno nuovamente sul tema dell’acqua all’amianto in Toscana postando un’intervista di Panorama.it alla professoressa Ginevra Lombardi, docente di Economia ed Estimo Rurale presso il Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa dell’Università di Firenze che per prima ha diffuso i dati sulla rete di tubi in eternit e cemento-amianto nelle Province di Firenze, Arezzo, Prato e Pistoia.

Nell’insicurezza dovuta alla totale mancanza di informazioni da parte delle istituzioni ai cittadini, io e la mia famiglia abbiamo deciso (con molto rammarico) di ricominciare a bere la minerale in bottiglia. Purtroppo vicino a dove abitiamo noi le mappe segnano sia tubi in eternit che in cemento-amianto e non sapendo che strada che fa l’acqua per arrivare a casa nostra, siamo abbastanza preoccupati. Non che mi fidi dell’acqua in bottiglia ma almeno variamo un po’ il menù degl’inquinanti che beviamo…

“Acqua cancerogena? Una denuncia fa tremare la Toscana. Nella regione ci sono 225 chilometri di tubature di eternit e cemento-amianto. Per il gestore dell’acquedotto però non esistono rischi” di Nadia Francalacci – Panorama.it

In Toscana l’eternit finisce a tavola. L’acqua di Firenze, Pistoia e Prato scorre in tubazioni di eternit e cemento amianto. Non si tratta di acqua destinata all’irrigazione dei campi bensì di quella che finisce nei bicchieri, nelle pentole e nei bagni del capoluogo toscano e di due province limitrofe.

L’area interessata è servita da una rete idrica lunga 225 chilometri realizzata interamente con tubazioni di eternit o cemento-amianto. Il 36% di queste condotte sono rami principali, ovvero tubi che portano l’acqua dagli impianti di prelievo ai rami secondari.
E il gestore toscano che cosa intende fare? Ha un piano di sostituzione? Publiacqua, l’azienda che gestisce l’acquedotto, ha dichiarato di non avere nessun piano di sostituzione delle condotte in amianto e che interverrà su di esse solamente quando si verificheranno perdite di acqua. E al tempo stesso tranquillizza i cittadini toscani serviti dai propri acquedotti.

A portare alla luce i chilometri e chilometri di tubazioni “cancerogene” è stata una denuncia effettuata da una professoressa dell’Università di Firenze, Ginevra Virginia Lombardi sulla rivista online “Città invisibile”, dove ha pubblicato non solo la mappa dei tubi da sostituire ma anche tutti i quartieri delle città interessate e tutti gli studi sulla pericolosità per la salute dei cittadini che quell’acqua cono costretti ad usarla e a pagarla cifre astronomiche.

“Publiacqua, che fa pagare una delle bollette più care d’Italia, ha le reti peggiori della Toscana e perde il 51% dell’acqua che immette in rete – spiega Lombardi a Panorama.it – inoltre gli interventi di manutenzione sulla rete non garantiscono una gestione efficiente del problema delle perdite di acqua e sembrano assolutamente inadeguati ad affrontare e risolvere il problema delle condotte in amianto”.
Publiacqua fino al 2014 avrebbe riscosso dalle bollette dei cittadini toscani, 69 milioni di euro per investimenti che pare non ha mai realizzato.

Ginevra Virginia Lombardi, docente e membro del Forum dell’acqua, secondo quanto dichiarato Publiacqua non esistono pericoli per la salute di chi beve l’acqua che arriva gli in casa da tubazioni in eternit o cemento amianto. È possibile?

Il parlamento Europeo nel marzo 2013 ha approvato una risoluzione che riconosce tra le cause di tumore dovute all’amianto anche quello causato da ingestione di fibre. Al punto 37 tale risoluzione recita testualmente:
“Si sottolinea che tutti i tipi di malattie legate all’amianto, come il tumore al polmone e il mesotelioma pleurico – causati dall’inalazione di fibre di amianto in sospensione, abbastanza sottili da raggiungere gli alveoli e abbastanza lunghe da superare la dimensione dei macrofagi, ma anche diversi tipi di tumori causati non soltanto dall’inalazione di fibre trasportate nell’aria, ma anche dall’ingestione di acqua contenente tali fibre, proveniente da tubature in amianto, sono stati riconosciuti come un rischio per la salute e possono insorgere dopo alcuni decenni, e in alcuni casi addirittura dopo oltre”.
Questo punto della risoluzione recepisce integralmente il parere della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza del Parlamento Europeo, organo in cui la componente politica si confronta con aspetti tecnico-scientifici acquisendo documenti e ascoltando esperti. Se l’amianto ingerito non rappresentasse un rischio per la salute, perché il parlamento europeo avrebbe evidenziato tale rischio nella risoluzione?
Va ricordato inoltre che nel 2005 viene pubblicato il risultato di una ricerca norvegese, che conclude riconoscendo una correlazione fra ingestione di amianto attraverso acqua contaminata dalla rete e incremento del rischio di tumori gastrointestinali e specificatamente allo stomaco .
Se non esistono ancora indicazioni da parte OMS in merito alla pericolosità dell’amianto ingerito, a livello Europeo l’attenzione su questo problema sta progressivamente crescendo ed il Parlamento Europeo, con la risoluzione, invita gli stati membri a considerare fra i rischi per la salute anche quello da amianto ingerito. Non ci sono dubbi che in casi come questo il principio di precauzione dovrebbe essere applicato con la massima convinzione. In questi territori l’acqua produce un utile lordo sul fatturato che oscilla tra il 20 e il 25%, con questi risultati economici non deve essere impossibile programmare un piano di sostituzione che elimini tutto l’amianto nei Comuni serviti da Publiacqua.

Secondo la sua ricerca Publiacqua preleva 167 milioni di metri cubi presenti sul territorio per fatturarne solo 85 milioni. Esattamente il 51%. Perché? Che cosa sospetta?

Non abbiamo dati accessibili che dettaglino questo enorme impatto sulla risorsa idrica, certo sappiamo che il 51% dell’acqua pompata non arriva agli utenti e viene persa lungo la rete. Sarebbe interessante che ci venisse spiegato, con dati certi ed oggettivi, il perché di questa enorme spreco.

Publiacqua ha dichiarato che è estremamente oneroso sostituire le tubazioni “cancerogene”. Ma, secondo una sua ricerca, sembra che i conti non tornino…

Publiacqua ha dichiarato pubblicamente su un giornale locale che la sostituzione dei 225 km di tubature sarebbe costata all’azienda 20 miliardi di euro, in una successiva dichiarazione la stessa Publiacqua ha indicato in 200 milioni di euro l’importo da stanziare per la sostituzione. Sarebbe necessario avere maggiore chiarezza ed attendibilità sul costo di un piano di sostituzione, per poterne valutare la fattibilità reale.
Allo stato attuale non abbiamo una cifra di riferimento soprattutto se consideriamo che a Carpi viene quantificata una spesa ancora diversa e non confrontabile con quelle indicate da Publiacqua: AIMAG, azienda multiutility di Carpi, indica in 60 milioni di euro il costo della sostituzione di circa 290 km di condotte in amianto.
Il problema diventa di difficile risoluzione dato che il piano degli investimenti 2014-2021, non riporta nessun intervento sulle condotte in amianto. Dei 500 milioni di euro che l’azienda incassa dalle nostre bollette per effettuare investimenti niente viene destinato ad un eventuale piano di sostituzione, mentre circa il 20% del totale (quasi 100 milioni di euro) viene destinato alla macchina aziendale.
Le cifre, e sono solamente alcune, forse possono rendere meglio l’idea…Ad esempio, 20 milioni di euro per software; 16 milioni per il Sistema informatico territoriale (mappe); 4.750.000 euro Ristrutturazioni e nuove sedi; 4,550,000 euro per gestione interventi; 1.200.000 euro manutenzione immobili; 4,000,000 euro per aggiornamento e manutenzione parco automezzi; 640,000 euro per acquisto mobili e arredo.
In totale 99.158.468 su 495.258.442 di euro che verranno investiti saranno consumati per la “macchina” aziendale… il 20% di tutti gli investimenti saranno destinati a Publiacqua.

tratto dall’articolo “Acqua cancerogena? Una denuncia fa tremare la Toscana. Nella regione ci sono 225 chilometri di tubature di eternit e cemento-amianto. Per il gestore dell’acquedotto però non esistono rischi” di Nadia Francalacci pubblicato il 6 Novembre 2014 su Panorama.it

Per approfondire

(aggiornamento del 18 e 19/11/2014)

(aggiornamento del 24/11/2014)

Per ora i Sindaci vogliono solo monitorare, verificare, studiare etc… Nessuno ancora parla di sostituire i tubi. Spero di sbagliarmi ma ho la sensazione che si voglia solo prendere tempo per vedere se nel frattempo la notizia si sgonfia…

Venite in Toscana che vi offro un bel sorso di amianto…

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Foto “Blue Drops 2″ by yngwiemanux – flickr

Pare che a Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo beviamo e ci facciamo la doccia con l’acqua che scorre in 225 km di tubi d’amianto e pare che aprendo i rubinetti si potrebbe rischiare che le fibre di amianto si liberino nell’aria delle nostre abitazioni. Tutto è cominciato da un brevissimo articolo del Gruppo fiorentino “Perunaltracittà – Laboratorio Politico” che è stato poi ripreso da Il fatto quotidiano” e da altre testate…

Questo ad esempio è quanto scrive Il fatto quotidiano.

“Toscana, acquedotti eternit in 46 Comuni: forniscono oltre 1 milione di abitanti.” di Melania Carnevali.

Chilometri e chilometri di acquedotto in eternit passano sotto i Comuni della Toscana. Per la precisione 225 e fanno parte della rete idrica gestita da Publiacqua Spa, società che serve 4 province (Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo) per un totale di 46 Comuni e un terzo della popolazione della regione (1,3 milioni di abitanti circa). A denunciare il fatto è il laboratorio politico fiorentino Perunaltracittà, che nella sua rivista online, ha pubblicato un report con tanto di mappatura degli impianti, denunciando la cattiva gestione del servizio idrico. “Publiacqua – scrive – fa pagare una delle bollette più care d’Italia, ma ha le reti peggiori della Toscana e perde il 51% dell’acqua che immette in rete”.

Ma non è solo una questione di ottimizzazione e risparmio. Per il laboratorio il problema principale rimane il rischio per la salute. Secondo i dati pubblicati infatti il 36% delle tubature sono adduttrici, cioè rami principali della rete che collegano gli impianti di prelievo alle tubature secondarie di quartiere. Le zone in cui si concentra la percentuale maggiore di tubature in cemento-amianto sono Scandicci (con il 18% delle tubature in eternit), Pistoia (15%) e Sesto Fiorentino (12%). A seguire Montevarchi (10%), Agliana (10%) e Montale (5%). Una ventina i comuni interessati, alcuni con piccole percentuali.

L’azienda si difende precisando che le tubature in eternit hanno dai 40 ai 60 anni, che non ha mai utilizzato il materiale e che ha già provveduto a sostituirle con tubazioni in ghisa “ogni qual volta le preesistenti non risultavano più efficienti”. La sostituzione massiva delle tubature, poi, – fa sapere Publiacqua  – comporterebbe un impegno di circa 200 milioni di euro. Rimane il fatto che per 225 chilometri l’acqua, che esce dai rubinetti dei cittadini, scorre nell’amianto. La società, citando l’Oms, sostiene che non costituisca un pericolo per la salute. “L’Oms – commenta Publiacqua – ha confermato di non ravvisare la necessità di stabilire valori guida di riferimento per le acque destinate al consumo umano, in quanto non esiste consistente evidenza che le eventuali fibre ingerite siano dannose per la salute”.

Diverso il parere di Gian Luca Garetti di Medicina democratica, secondo il quale le condotte in amianto, con l’usura, tendono a rilasciare fibre che contaminano l’acqua, esponendo l’organismo al rischio di contatto. “Le acque che scorrono nelle tubature di cemento amianto possono cedere fibre di amianto in vari modi – commenta l’esperto – sia per l’aggressività delle acque condottate che possono erodere le tubazioni e liberare le fibre, sia per opere di manutenzione della rete, sia per rotture dei tubi. Se nelle tubature degli acquedotti c’è l’amianto a contaminare l’acqua potabile, le fibre possono essere ingerite, oppure anche inalate, in quanto si può determinare evaporazione dell’acqua e quindi aerodispersione delle fibre. Le fibre di questo minerale killer sono uno dei più potenti agenti cancerogeni noti in medicina. La contaminazione può avvenire sia per via inalatoria che per ingestione”.

tratto dall’articolo “Toscana, acquedotti eternit in 46 Comuni: forniscono oltre 1 milione di abitanti.” di Melania Carnevali pubblicato sul sito de “Il fatto quotidiano” del 24 Ottobre 2014

Come vi potete immaginare questo e altri articoli hanno generato tanti dubbi in molti cittadini e anch’io non so più se bere o lavarmi. Bisognerebbe fare la doccia bollente trattenendo il respiro e ricordarsi di tapparsi il naso quando ci affacciamo sulla pentola per  vedere se l’acqua della pasta bolle! A parte gli scherzi il problema è serio e i dubbi sono tantissimi anche perchè, oltre che una battaglia sulla salute, c’è in ballo una battaglia politica… e quando entra in mezzo la politica ci si capisce davvero poco…

Qui metto le poche cose che mi pare di aver capito e le tante di cui proprio non ho capito niente…

  • Non si capisce quanto il pericolo sia reale o meno perchè, a quanto mi risulta, finora nessuno a Firenze abbia analizzato la presenza di amianto nelle acque e pare che Publiacqua, il gestore dell’acquedotto, non abbia proprio intenzione di fare le analisi. I promotori di queste lodevoli iniziative e i medici a cui fanno riferimento hanno fatto qualche analisi per cercare le tracce di amianto e quantificare il rischio?
  • Non si capisce se ci sono dei comportamenti che possano aumentare il rischio. Ad esempio noi “ecologisti” abbiamo installato ai rubinetti dell’acqua i famosi riduttori di flusso che, per risparmiare acqua, mescolano aria e acqua all’uscita del rubinetto. Questo rimescolio di aria-acqua può aumentare il rischio di rilascio di fibre di amianto nell’aria? Dopo le campagne sull’uso dell’acqua del rubinetto in brocca e/o in borraccia sarebbe forse più salutare tornare a bere l’acqua in bottiglia?
  • Perchè sul sito di perunaltracitta (qui) non si accede più alle analisi del medico Gianluca Garetti?
  • Ho capito che l’amianto non causa solo il mesotelioma per inalazione ma che molte ricerche scientifiche associano l’amianto a diversi tipi di tumore, anche se assunto per ingestione (qui c’è un bell’elenco di tumori).
  • Ho capito che il problema non è solo di Publiacqua e non è solo di Firenze, Arezzo, Prato e Pistoia. Pare che sia un problema che riguardi tutta Italia e che stia allarmando molti cittadini.  Ad esempio a Livorno pare che siano messi peggio di Firenze, mentre a Carpi (Mo) il Comune pare abbia deciso di sostituire in blocco quasi 260 km di tubazioni con l’amianto, visto che lì le analisi sono state fatte e le fibre di amianto nell’acqua c’erano eccome.
  • Ho capito che in commissione Ambiente del Comune di Firenze si stia andando verso una scelta attendista molto preoccupante. La mozione che chiedeva un piano straordinario per la sostituzione delle tubature contenti amianto è stata bocciata dalla maggioranza del PD e dal non voto di Forza Italia (unici favorevoli M5S, Scaletti e Fratelli d’Italia, più “Firenze riparte a Sinistra” che aveva presentato la mozione), mentre è stata approvata la mozione del PD che si accontentava solo dell’istituzione di un tavolo tecnico che di fatto rimanda qualsiasi decisione a chissà quando… e intanto noi beviamo e ci laviamo….

Altri articoli per approfondire:

Mappe delle tubature incriminate.

Le linee rosse si riferiscono alle tubature in eternit e quelle verdi alle condotte in cemento-amianto

(mappe e distinzione fra i colori scaricate da questo articolo sul sito di “Perunaltracittà – Laboratorio Politico”)

Chi l’ha detto? La risposta

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Foto “LYO_20130518_IMG_1930″ by lyonora

Nel post di ieri ho fatto un giochino con un mini sondaggio in cui ho chiesto Chi l’ha detto? La frase era questa:

Nessun lavoratore dev’essere senza diritti, proseguite la lotta. Diciamo insieme con il cuore: nessuna famiglia senza tetto, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità del lavoro! Continuate la lotta. Ci fa bene!

In effetti è stata pronunciata da Papa Francesco ma vale la pena leggere tutto il discorso e capire il contesto in cui è stato pronunciato. Il 28 Ottobre 2014 il Santo Padre ha incontrato i partecipanti all’incontro mondiale dei movimenti popolari, cioè quello che si definisce come Social Forum mondiale e che raduna oltre un centinaio di associazioni di base che lavorano nelle periferie del mondo per la giustizia sociale. Associazioni che spesso non solo non sono riconosciute dalle istutizioni ma perfino apertamente osteggiate dalla politica e dai centri di potere. Per l’Italia c’erano i rappresentanti dei contadini di Genuino Clandestino, della Banca Etica, del Centro Sociale Leoncavallo, dell’Associazione Trentini nel mondo e della Ri-Maflow una fabbrica di Trezzano sul Naviglio recuperata e autogestita  dai dipendenti, licenziati da una multinazionale nel 2012. Per il resto de mondo c’erano: dalla Spagna gli Indignados della rete ¡Democracia Real YA! i rappresentanti della Juventud Obrera Cristiana il sindacato Basco di Enhe Bizkaia. E poi la rete internazionale Via Campesina fondata dall’allevatore francese José Bové e i Sem Terra Brasiliani, il sindacato  dei metalmeccanici statunitensi United Steelworkers,  i cartoneros argentini del Movimiento de Trabajadores Excluidos dell’amico del papa Juan Grabois, per finire con Evo Morales, non in veste di presidente della Bolivia, ma come rappresentante del movimento dei contadini boliviani.

Questo è il discorso completo di Papa Francesco (le parti in grassetto le ho evidenziate io)

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO MONDIALE DEI MOVIMENTI POPOLARI – Aula Vecchia del Sinodo Martedì, 28 ottobre 2014

Buongiorno di nuovo,

sono contento di stare tra voi, inoltre vi faccio una confidenza: è la prima volta che scendo qui, non c’ero mai venuto. Come vi dicevo, provo grande gioia e vi do un caloroso benvenuto.

Grazie per aver accettato questo invito per dibattere i tanti gravi problemi sociali che affliggono il mondo di oggi, voi che vivete sulla vostra pelle la disuguaglianza e l’esclusione. Grazie al Cardinale Turkson per la sua accoglienza, grazie, Eminenza, per il suo lavoro e le sue parole.

Questo incontro dei Movimenti Popolari è un segno, un grande segno: siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!

Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare, questo è piuttosto pericoloso.Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare.

Solidarietà è una parola che non sempre piace; direi che alcune volte l’abbiamo trasformata in una cattiva parola, non si può dire; ma una parola è molto più di alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, la terra e la casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro: i dislocamenti forzati, le emigrazioni dolorose, la tratta di persone, la droga, la guerra, la violenza e tutte quelle realtà che molti di voi subiscono e che tutti siamo chiamati a trasformare. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari.

Questo nostro incontro non risponde a un’ideologia. Voi non lavorate con idee, lavorate con realtà come quelle che ho menzionato e molte altre che mi avete raccontato. Avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che, in generale, si ascolta poco. Forse perché disturba, forse perché il vostro grido infastidisce, forse perché si ha paura del cambiamento che voi esigete, ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo nelle conferenze internazionali restano nel regno dell’idea, è un mio progetto.

Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che, dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega o, peggio ancora, si nascondono affari e ambizioni personali: Gesù le definirebbe ipocrite. Che bello invece quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore. Che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio.

Questo nostro incontro risponde a un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre, qualsiasi madre, vuole per i propri figli; un anelito che dovrebbe essere alla portata di tutti, ma che oggi vediamo con tristezza sempre più lontano dalla maggioranza della gente: terra, casa e lavoro. È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa. Mi soffermo un po’ su ognuno di essi perché li avete scelti come parola d’ordine per questo incontro.

Terra. All’inizio della creazione, Dio creò l’uomo custode della sua opera, affidandogli l’incarico di coltivarla e di proteggerla. Vedo che qui ci sono decine di contadini e di contadine e voglio felicitarmi con loro perché custodiscono la terra, la coltivano e lo fanno in comunità. Mi preoccupa lo sradicamento di tanti fratelli contadini che soffrono per questo motivo e non per guerre o disastri naturali. L’accaparramento di terre, la deforestazione, l’appropriazione dell’acqua, i pesticidi inadeguati, sono alcuni dei mali che strappano l’uomo dalla sua terra natale. Questa dolorosa separazione non è solo fisica ma anche esistenziale e spirituale, perché esiste una relazione con la terra che sta mettendo la comunità rurale e il suo peculiare stile di vita in palese decadenza e addirittura a rischio di estinzione.

L’altra dimensione del processo già globale è la fame. Quando la speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti trattandoli come una merce qualsiasi, milioni di persone soffrono e muoiono di fame. Dall’altra parte si scartano tonnellate di alimenti. Ciò costituisce un vero scandalo. La fame è criminale, l’alimentazione è un diritto inalienabile. So che alcuni di voi chiedono una riforma agraria per risolvere alcuni di questi problemi e, lasciatemi dire che in certi paesi, e qui cito il compendio della Dottrina sociale della Chiesa, “la riforma agraria diventa pertanto, oltre che una necessità politica, un obbligo morale” (CDSC, 300).

Non lo dico solo io, ma sta scritto nel compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Per favore, continuate a lottare per la dignità della famiglia rurale, per l’acqua, per la vita e affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra.

Secondo, Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato.Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.

Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà.

Terzo, Lavoro. Non esiste peggiore povertà materiale — mi preme sottolinearlo — di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro. La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti lavorativi non sono inevitabili, sono il risultato di una previa opzione sociale, di un sistema economico che mette i benefici al di sopra dell’uomo, se il beneficio è economico, al di sopra dell’umanità o al di sopra dell’uomo, sono effetti di una cultura dello scarto che considera l’essere umano di per sé come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare.

Oggi al fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione si somma una nuova dimensione, una sfumatura grafica e dura dell’ingiustizia sociale; quelli che non si possono integrare, gli esclusi sono scarti, “eccedenze”. Questa è la cultura dello scarto, e su questo punto vorrei aggiungere qualcosa che non ho qui scritto, ma che mi è venuta in mente ora. Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo, la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il denominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori.

E per illustrarlo ricordo qui un insegnamento dell’anno 1200 circa. Un rabbino ebreo spiegava ai suoi fedeli la storia della torre di Babele e allora raccontava come, per costruire quella torre di Babele, bisognava fare un grande sforzo, bisognava fabbricare i mattoni, e per fabbricare i mattoni bisognava fare il fango e portare la paglia, e mescolare il fango con la paglia, poi tagliarlo in quadrati, poi farlo seccare, poi cuocerlo, e quando i mattoni erano cotti e freddi, portarli su per costruire la torre.

Se cadeva un mattone — era costato tanto con tutto quel lavoro —, era quasi una tragedia nazionale. Colui che l’aveva lasciato cadere veniva punito o cacciato, o non so che cosa gli facevano, ma se cadeva un operaio non succedeva nulla. Questo accade quando la persona è al servizio del dio denaro; e lo raccontava un rabbino ebreo nell’anno 1200, spiegando queste cose orribili.

Per quanto riguarda lo scarto dobbiamo anche essere un po’ attenti a quanto accade nella nostra società. Sto ripetendo cose che ho detto e che stanno nella Evangelii gaudium. Oggi si scartano i bambini perché il tasso di natalità in molti paesi della terra è diminuito o si scartano i bambini per mancanza di cibo o perché vengono uccisi prima di nascere; scarto di bambini.

Si scartano gli anziani perché non servono, non producono; né bambini né anziani producono, allora con sistemi più o meno sofisticati li si abbandona lentamente, e ora, poiché in questa crisi occorre recuperare un certo equilibrio, stiamo assistendo a un terzo scarto molto doloroso: lo scarto dei giovani. Milioni di giovani — non dico la cifra perché non la conosco esattamente e quella che ho letto mi sembra un po’ esagerata — milioni di giovani sono scartati dal lavoro, disoccupati.

Nei paesi europei, e queste sì sono statistiche molto chiare, qui in Italia, i giovani disoccupati sono un po’ più del quaranta per cento; sapete cosa significa quaranta per cento di giovani, un’intera generazione, annullare un’intera generazione per mantenere l’equilibrio. In un altro paese europeo sta superando il cinquanta per cento, e in quello stesso paese del cinquanta per cento, nel sud è il sessanta per cento. Sono cifre chiare, ossia dello scarto. Scarto di bambini, scarto di anziani, che non producono, e dobbiamo sacrificare una generazione di giovani, scarto di giovani, per poter mantenere e riequilibrare un sistema nel quale al centro c’è il dio denaro e non la persona umana.

Nonostante questa cultura dello scarto, questa cultura delle eccedenze, molti di voi, lavoratori esclusi, eccedenze per questo sistema, avete inventato il vostro lavoro con tutto ciò che sembrava non poter essere più utilizzato ma voi con la vostra abilità artigianale, che vi ha dato Dio, con la vostra ricerca, con la vostra solidarietà, con il vostro lavoro comunitario, con la vostra economia popolare, ci siete riusciti e ci state riuscendo… E, lasciatemelo dire, questo, oltre che lavoro, è poesia! Grazie.

Già ora, ogni lavoratore, faccia parte o meno del sistema formale del lavoro stipendiato, ha diritto a una remunerazione degna, alla sicurezza sociale e a una copertura pensionistica. Qui ci sono cartoneros, riciclatori, venditori ambulanti, sarti, artigiani, pescatori, contadini, muratori, minatori, operai di imprese recuperate, membri di cooperative di ogni tipo e persone che svolgono mestieri più comuni, che sono esclusi dai diritti dei lavoratori, ai quali viene negata la possibilità di avere un sindacato, che non hanno un’entrata adeguata e stabile. Oggi voglio unire la mia voce alla loro e accompagnarli nella lotta.

In questo incontro avete parlato anche di Pace ed Ecologia. È logico: non ci può essere terra, non ci può essere casa, non ci può essere lavoro se non abbiamo pace e se distruggiamo il pianeta. Sono temi così importanti che i popoli e le loro organizzazioni di base non possono non affrontare. Non possono restare solo nelle mani dei dirigenti politici. Tutti i popoli della terra, tutti gli uomini e le donne di buona volontà, tutti dobbiamo alzare la voce in difesa di questi due preziosi doni: la pace e la natura. La sorella madre terra, come la chiamava san Francesco d’Assisi.

Poco fa ho detto, e lo ripeto, che stiamo vivendo la terza guerra mondiale, ma a pezzi. Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro ovviamente vengono sanati. E non si pensa ai bambini affamati nei campi profughi, non si pensa ai dislocamenti forzati, non si pensa alle case distrutte, non si pensa neppure a tante vite spezzate. Quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, care sorelle e cari fratelli, si leva in ogni parte della terra, in ogni popolo, in ogni cuore e nei movimenti popolari, il grido della pace: Mai più la guerra!

Un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura, saccheggiare la natura per sostenere il ritmo frenetico di consumo che gli è proprio. Il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, la deforestazione stanno già mostrando i loro effetti devastanti nelle grandi catastrofi a cui assistiamo, e a soffrire di più siete voi, gli umili, voi che vivete vicino alle coste in abitazioni precarie o che siete tanto vulnerabili economicamente da perdere tutto di fronte a un disastro naturale. Fratelli e sorelle: il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno è una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con rispetto e gratitudine. Forse sapete che sto preparando un’enciclica sull’Ecologia: siate certi che le vostre preoccupazioni saranno presenti in essa. Ringrazio, approfitto per ringraziare per la lettera che mi hanno fatto pervenire i membri della Vía Campesina, la Federazione dei Cartoneros e tanti altri fratelli a riguardo.

Parliamo di terra, di lavoro, di casa. Parliamo di lavorare per la pace e di prendersi cura della natura. Ma perché allora ci abituiamo a vedere come si distrugge il lavoro dignitoso, si sfrattano tante famiglie, si cacciano i contadini, si fa la guerra e si abusa della natura? Perché in questo sistema l’uomo, la persona umana è stata tolta dal centro ed è stata sostituita da un’altra cosa. Perché si rende un culto idolatrico al denaro. Perché si è globalizzata l’indifferenza! Si è globalizzata l’indifferenza: cosa importa a me di quello che succede agli altri finché difendo ciò che è mio? Perché il mondo si è dimenticato di Dio, che è Padre; è diventato orfano perché ha accantonato Dio.

Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia. Noi cristiani abbiamo qualcosa di molto bello, una linea di azione, un programma, potremmo dire, rivoluzionario. Vi raccomando vivamente di leggerlo, di leggere le beatitudini che sono contenute nel capitolo 5 di san Matteo e 6 di san Luca (cfr. Matteo, 5, 3 e Luca, 6, 20), e di leggere il passo di Matteo 25. L’ho detto ai giovani a Rio de Janeiro, in queste due cose hanno il programma di azione.

So che tra di voi ci sono persone di diverse religioni, mestieri, idee, culture, paesi e continenti. Oggi state praticando qui la cultura dell’incontro, così diversa dalla xenofobia, dalla discriminazione e dall’intolleranza che tanto spesso vediamo. Tra gli esclusi si produce questo incontro di culture dove l’insieme non annulla la particolarità, l’insieme non annulla la particolarità. Perciò a me piace l’immagine del poliedro, una figura geometrica con molte facce diverse. Il poliedro riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso conservano l’originalità. Nulla si dissolve, nulla si distrugge, nulla si domina, tutto si integra, tutto si integra. Oggi state anche cercando la sintesi tra il locale e il globale. So che lavorate ogni giorno in cose vicine, concrete, nel vostro territorio, nel vostro quartiere, nel vostro posto di lavoro: vi invito anche a continuare a cercare questa prospettiva più ampia; che i vostri sogni volino alto e abbraccino il tutto!

Perciò mi sembra importante la proposta, di cui alcuni di voi mi hanno parlato, che questi movimenti, queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino, come avete fatto voi in questi giorni. Attenzione, non è mai un bene racchiudere il movimento in strutture rigide, perciò ho detto incontrarsi, e lo è ancor meno cercare di assorbirlo, di dirigerlo o di dominarlo; i movimenti liberi hanno una propria dinamica, ma sì, dobbiamo cercare di camminare insieme. Siamo in questa sala, che è l’aula del Sinodo vecchio, ora ce n’è una nuova, e sinodo vuol dire proprio “camminare insieme”: che questo sia un simbolo del processo che avete iniziato e che state portando avanti!

I movimenti popolari esprimono la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie, tante volte dirottate da innumerevoli fattori. È impossibile immaginare un futuro per la società senza la partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze e questo protagonismo trascende i procedimenti logici della democrazia formale. La prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature ci chiede di superare l’assistenzialismo paternalista, esige da noi che creiamo nuove forme di partecipazione che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune. E ciò con animo costruttivo, senza risentimento, con amore.

Vi accompagno di cuore in questo cammino. Diciamo insieme dal cuore: nessuna famiglia senza casa, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità che dà il lavoro.

Cari fratelli e sorelle: continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi. È come una benedizione di umanità. Vi lascio come ricordo, come regalo e con la mia benedizione, alcuni rosari che hanno fabbricato artigiani, cartoneros e lavoratori dell’economia popolare dell’America Latina.

E accompagnandovi prego per voi, prego con voi e desidero chiedere a Dio Padre di accompagnarvi e di benedirvi, di colmarvi del suo amore e di accompagnarvi nel cammino, dandovi abbondantemente quella forza che ci mantiene in piedi: questa forza è la speranza, la speranza che non delude. Grazie.

“DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO MONDIALE DEI MOVIMENTI POPOLARI” dal sito della Santa Sede.

Io un candidato con un programma come questo lo voterei subito… Che dite, se andassimo alle elezioni, varrà se sulla scheda scrivo “Papa Francesco” o forse è meglio scrivere “Jorge Mario Bergoglio”?

Scrivanie: informatici vs. geometri.

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Foto “Joseph Meert: Surveyors, 1934″ by americanartmuseum

Sul mio luogo di lavoro  ci sono gli operai, gli impiegati (la maggioranza), del personale vario e poi ci sono i cosiddetti “tecnici” che, semplificando, si possono dividere in due aree: gli “informatici” (programmatori, sistemisti, addetti al supporto software e hardware, etc…) e i “geometri” che in realtà sono un gruppo vario che comprende geometri, ingegneri e architetti.

Ora pur essendo entrambi “tecnici” nulla di più diverso esiste tra un informatico e un geometra. Il geometra per sua natura e fomazione è uno che crede che la scienza sia esatta: quando tira su un muro è certo che il suo muro sarà per l’eternità (o quasi), perciò è sempre quadrato, precisino e ordinato. L’informatico invece no: l’informatico sa che la scienza non è per niente esatta, che quello che funziona oggi domani potrà smettere di funzionare e che la soluzione a molti mali, per quanto irrazionale, è sempre la solita: “spegnere e riaccendere”. Se lo scopo della scienza è dare un ordine al caos, l’informatica è la prova che il caos spesso vince. D’altra parte provate a combattere quotidianamente con Windows e scoprirete che i problemi a volte sono così assurdi che per la loro soluzione è richiesta più creatività che razionalità.

Insomma, se il geometra è teorico e razionale l’informatico è empirico (o comunque lo diventa negli anni). E tutto ciò si ripercuote sulle relative scrivanie: quella dell’informatico è inguardabile: fogli sparsi ovunque, computer aperti in attesa di autopsia, schede e materiale elettronico, anche vecchio, accumulato dappertutto. Ma è sotto il tavolo che l’informatico offre il massimo di se stesso, con grovigli di cavi indistricabili che sembrano lanciati dall’uomo ragno ubriaco. D’altra parte tutti i giorni l’informatico deve attaccare e staccare qualcosa e così tra ciabatte, cavi di corrente, cavi di rete, cavi video, usb, mouse e tastiere etc… vive con sotto i piedi una montagna di cavi, arrotolati come un piatto di spaghetti, ma che all’occorrenza sono provvidenzialmente subito disponibili…

Il geometra invece no: ha una scrivania precisina, pulita, ordinata con tutte le cosine al loro posto ma soprattutto, ligio alla 626 e al Testo Unico Sicurezza Lavoro, non sopporta i cavi sparsi per la stanza. Così alcuni giorni fa, per fare un banale cambio di tastiera e video ad un geometra mi sono ritrovato con tutti i cavi, e dico tutti, legati insieme e fissati alle gambe della scrivania con le fascette da elettricisti, messe rigorosamente a distanza di 5 cm le une dalle altre… Per un lavoro da 5 minuti ho perso mezzora a tagliar fascette e a imprecare contro tutta la categoria. «Ok, benedetto il mio geometra, lo so che il tuo muro durerà un’eternità ma non te lo immagini che magari ogni tanto le tastiere si rompono e che i video si possono sostituire con un modello più nuovo e più grande?».

Comunque io le fascette le ho tolte ma mica gliele ho rimesse…

Altreconomia regala il libro “Rottama Italia”

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Foto “Altreconomia” by mauroppi – flickr

Altreconomia è un mensile cartaceo, un sito web e una casa editrice che pubblica libri ispirati a principi di sobrietà, equità, sostenibilità, partecipazione e solidarietà. Altreconomia è soprattutto una piccola cooperativa di oltre 600 soci (praticamente molti dei lettori della rivista) che non prende finanziamenti pubblici e che seleziona le pubblicità che vanno sulla rivista: mai più del 10% delle pagine del giornale e solo di aziende che gravitano nell’area dell’economia solidale.

In questo mese Altreconomia compie 15 anni e ha deciso di regalare a tutti i lettori e i visitatori del proprio sito web un ebook gratuito dal titolo: “Rottama Italia: perchè il decreto Sblocca-Italia è una minaccia per la democrazia e per il nostro futuro“. 16 autorevoli firme hanno analizzato, commentato e/o illustrato con vignette satiriche il decreto Sblocca Italia e ne sono venute fuori 57 pagine molto interessanti. Tutti gli autori e anche l’editore hanno offerto il loro lavoro gratuitamente.

Questi sono gli autori che hanno contribuito al libro: Ellekappa, Altan, Tomaso Montanari, Pietro Raitano, Giannelli, Mauro Biani, Paolo Maddalena, Giovanni Losavio, Massimo Bray, Maramotti, Edoardo Salzano, Bucchi, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Riverso, Salvatore Settis, Beduschi, Vincino, Luca Martinelli, Anna Donati, Franzaroli, Maria Pia Guermandi, Vauro, Pietro Dommarco, Domenico Finiguerra, Giuliano, Anna Maria Bianchi, Antonello Caporale, Staino, Carlo Petrini.

p.s. Se proprio non vi va di leggere tutto il libro, leggete almeno l’articolo di Edoardo Salzano: “Il cemento: un vizio di famiglia”. E’ semplice e veramente interessante.

Blog Action Day 2014: inequality (disuguaglianze)

Oggi è il Blog Action day, il giorno in cui migliaia di blogger di tutto il mondo scrivono tutti quanti un post sullo stesso tema. L’argomento scelto dagli organizzatori per il 2014 è una parola di estrema attualità: inequality, disuguaglianza.

Per questa occasione mi sono riservato di parlare di un articolo che ho letto alcune settimane fa sulla rivista “Internazionale” che ha dedicato proprio  alle disugaglianze uno speciale con tanto di infografica che potete vedere a questo indirizzo: http://www.internazionale.it/atlante/disuguaglianze/

Nel mondo siamo 7 miliardi di persone. Immaginate di dividere la popolazione di tutto il mondo in due… Ebbene, secondo le analisi della onlus Oxfam, i 67 paperon dei paperoni più ricchi del pianeta detengono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo, ovvero di 3 miliardi e mezzo di persone. Ma la cosa più grave è che il divario tra ricchi e poveri sta aumentando a dismisura da 25 anni a questa parte, ovvero da quando la globalizzazione neoliberista si è impadronita del mondo con le conseguenze che viviamo ogni giorno, come la distruzione di quello che era lo stato sociale e lo scivolamento anche delle classi medie occidentali verso l’impoverimento…

Vi lascio con alcuni dati che potrete trovare nelle infografiche e che mi hanno colpito particolarmente:

  • Le disguaglianze e la povertà stanno avanzando anche nell’Europa Occidentale: l’Italia, la Spagna e la Grecia si trovano nella fascia di paesi in cui tra il 20% e il 35% della popolazione vive sotto la soglia di povertà: in pratica siamo nella stessa fascia dei paesi balcanici, dell’Egitto, della Libia, del Turkmenistan, del Laos, della Cambogia, dell’Argentina, dell’India, della Tanzania, della Cina e addirittura dell’Etiopia. Logicamente l’Italia è anche spaccata internamente in due: tra un Sud poverissimo e un Nord a livello dei paesi più ricchi.
  • La ricchezza è concentrata nelle mani delle multinazionali tanto che alcune hanno più soldi dei bilanci degli stati nazionali: ad esempio la Apple detiene una ricchezza pari al Pil dell’Austria, la Samsung pari al pil del Portogallo, la Toyota come quello dell’Ucraina, la Novartis come quello della Romania e Bill Gates da solo pari al Pil della Libia.

Lascio alla vostra curiosità leggere le altre infografiche che vi mostreranno le conseguenze di queste diseguaglianze: dall’accesso all’acqua, all’accesso all’istruzione per terminare con le disuguaglianze di genere. Se poi volete arrabbiarvi e rischiare un infarto date un occhiata al grafico di quanto sono scese le tasse per i superricchi dal 1975 ad oggi… Trovate tutto qui: http://www.internazionale.it/atlante/disuguaglianze/

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Foto “On the Outside – 1 hour later” by Henrik Berger Jørgensen